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11
Gen
10

Avatar. Abbracciati dalle immagini

Voto: 8,5 (su 10) 

Spettacolare. Se si dovesse racchiudere in un’unica parola l’attesissimo Avatar di James Cameron, quella parola sarebbe questa. Avatar è prima di ogni cosa un grande spettacolo, uno di quei film evento che vanno visti in sala, vissuti completamente. Come accadeva un tempo. È un film che va visto in sala, ovviamente attrezzata per la proiezione 3D, proprio per godersi completamente il film nella sua versione tridimensionale, quella per cui è stato pensato e creato. Una versione che permette di immergersi completamente in un mondo nuovo. E che conferma la stereoscopia come mezzo espressivo capace di mettersi al servizio di una storia e di darle forza espressiva, e non un mero gadget tecnologico da parco dei divertimenti. Non oggetti che ci arrivano in faccia, ma una profondità di campo tale da farci sentire circondati, abbracciati delle immagini.

Abbiamo aspettato tanto per vederlo, questo Avatar. E ha aspettato tanto anche James Cameron, che sognava il mondo di Pandora – il pianeta dove si svolge il film – dal lontano 1995. A Pandora, lontano 4,4 anni luce dalla Terra, gli umani cercano un prezioso minerale in grado di risolvere la crisi energetica del nostro pianeta. Per questo si scontrano con i Na’vi, gli abitanti del pianeta. Per comunicare con loro, visto che l’aria del pianeta è tossica, gli umani utilizzano degli Avatar, creature artificiali, fatte di dna indigeno e umano, che comandano a distanza, e che permette di somigliare ai Na’vi. Jake Sully, ex marine ora su una sedia a rotelle, entra nel progetto per sostituire il fratello defunto. Ma conosce un’indigena se ne innamora, e prende posizione a difesa dei Na’vi.

I Na’vi come i nativi americani, quegli indiani d’America che come loro vivevano in armonia con la natura e sono stati cacciati dalle loro terre. L’accostamento è immediato, così come quello con la trama di Pocahontas, o The New World di Terence Malick, per usare un accostamento più “alto”. È una trama davvero semplice, potremmo dire prevedibile, quella di Avatar. Ma si resta comunque incollati allo schermo, per alcune trovate  – come la treccia/cordone ombelicale dei Na’vi che permette di entrare in contatto con la natura, con animali e piante – e per l’incanto creato dalle immagini.

Dopo un inizio un po’ macchinoso, le scene notturne nella foresta fluorescente – quelle realizzate interamente in computer grafica – lasciano a bocca aperta. Oltre che per le immagini tridimensionali, realizzate con tecniche studiate proprio da Cameron, anche se le abbiamo viste utilizzate già da altri registi, stupisce un uso eccezionale della performance capture: grazie a un casco munito di una piccola telecamera (al posto dei soliti marcatori posti sul volto) è stata colta ogni minima espressione dei volti degli attori, compresi – per la prima volta – gli occhi, che sono stati poi trasformati in personaggi virtuali.

Il risultato è qualcosa che fonde perfettamente l’aspetto umano a quello tecnologico: i personaggi sono creati sì dal computer, ma sono anche in tutto e per tutto gli attori che li impersonano.

È questa, più che il 3D, la vera rivoluzione di Avatar: con il computer si possono creare personaggi espressivi come gli umani. Ma per farlo ci vuole sempre l’uomo, cioè l’interpretazione di un attore. Ma quello che è ancora più curioso è che Cameron usa una confezione ultramoderna proprio per riportarci a un cinema d’altri tempi, il kolossal classico hollywoodiano, che dal cinema d’avventura degli anni Trenta e Quaranta, quello di King Kong e dei mondi esotici e incontaminati, arriva fino agli anni Settanta e a certi film di fantascienza. L’impianto di Avatar è profondamente classico: il respiro, il ritmo, le musiche, le svolte narrative (arrivano i nostri…), e, sì, anche la semplicità della trama e l’ingenuità di fondo sono quelle di un cinema d’altri tempi. Non mancano i messaggi, dalla critica all’imperialismo americano (“cerchiamo di dare loro istruzione, medicine e strade, ma a loro piace il fango” sentiamo dire ai terrestri, e sembra di essere nelle zone dove oggi si esporta la democrazia), l’afflato ecologista e pacifista (e speriamo che Obama, che ha assistito al film, ne tragga ispirazione). Né mancano le citazioni: Avatar mescola un po’ di tutto, Guerre stellari e Jurassic Park (Lucas e Spielberg, con Cameron sacra triade del cinema spettacolare Made in USA), Titanic e Aliens – Scontro finale (i robot-corazza da combattimento) dello stesso Cameron. Ma Avatar è una gioia prima per gli occhi e poi per il cuore o il cervello. Più forma che sostanza? Certo, ma in un tipo di cinema come questo la forma è sostanza. Nel senso che uno spettacolo realizzato in una simile maniera affascina e colma ogni possibile lacuna, sia essa di sceneggiatura o di qualsiasi altro tipo. Non sappiamo dirvi se è il film che cambierà la storia del cinema. Ma di sicuro è un film che ci riconcilia con il cinema. Quello da vedere al cinema. Quello spettacolare.  

Da vedere perché: è il film evento, quello da vedere assolutamente al cinema in 3D. Non delude le attese, è davvero un grande spettacolo. Confezione ipertecnologica per un film d’altri tempi

 

 

01
Ott
09

Bastardi senza gloria. Essere violenti non è mai stato così bello…

Voto: 9 (su 10)

GLORIAPuò il cinema cambiare la Storia? Forse no. Ma forse può farlo “un” cinema. Un cinema che si trova al centro di Parigi, durante la Seconda Guerra Mondiale, e dove tutti i pezzi da novanta del Terzo Reich, da Hitler a Goebbels, si stanno riunendo per assistere alla prima di un film di propaganda nazista. E dove un manipolo di soldati ebrei americani, i “bastardi senza gloria” guidati dal tenente Aldo Raine (un Brad Pitt con le guance gonfie come Il padrino Brando) e Shosanna (Mélanie Laurent), una giovane ebrea scampata a un eccidio, che ora gestisce il cinema, cercheranno di appiccare il fuoco. E cambiare la Storia. È Bastardi senza gloria, l’ultimo grande film di Quentin Tarantino. Deus ex machina per eccellenza, burattinaio capace come nessun altro di giocare con i suoi personaggi, e con lo spettatore, Tarantino ora si permette di manipolare la Storia, riuscendoci alla perfezione.

Per aspera ad astra. Tarantino parte come al solito dal basso, dal B Movie per eccellenza, un sottogenere come il film bellico italiano (ma è attento a tutto il nostro cinema, vedi l’ufficiale inglese che si chiama Ed Fenech…), che definisce Maccheroni Combat, per arrivare a un film d’autore allo stesso tempo colto e divertente. Lo spunto arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, e dall’idea che degli ebrei americani praticassero la resistenza degli Apache, operando dietro le linee e prendendo gli scalpi ai nemici. E la presa degli scalpi è il vero momento pulp del film, che, contrariamente a quanto ci si aspetta, vive di pochi e brevi momenti di violenza, introdotti da lunghi dialoghi carichi di ironia e tensione: Bastardi senza gloria è come una doccia scozzese, caldo e poi improvvisamente freddo e ancora caldo. È il Tarantino che più amiamo, quello dai dialoghi da culto.

Ma è soprattutto il Tarantino che ama giocare con il cinema. E quale occasione migliore che quella di confrontarsi con il cinema tedesco, e parlare della sua storia, di Goebbels e della propaganda nazista, confrontarlo con i produttori hollywoodiani, e raccontare come la propaganda abbia abbassato la qualità del cinema, ma alzato gli incassi. Leni Riefenstahl, la regista di regime per eccellenza, l’autrice del famigerato Olympia, è stata una delle più grandi registe di sempre secondo Tarantino. E allora uccidere i nazisti con il cinema (letteralmente, attenti alle pellicole) significa allo stesso tempo ritorcer loro contro quella che hanno usato come un’arma impropria e liberare il cinema come Arte, lasciare gli artisti, come la Riefenstahl, liberi dal giogo di un potere che li ha per sempre marchiati. Non usa le parole mai a caso, Tarantino: così quando parla di King Kong gioca sì sul cinema degli anni Trenta, ma smaschera anche l’anima profondamente razzista dei nazisti.

Parole, parole, parole. È un film parlato, quello di Tarantino. Ma mai i suoi dialoghi erano stati così carichi di tensione. Pensiamo al primo incontro tra il terribile ufficiale nazista Hans Landa (l’eccezionale poliglotta Christoph Waltz) e un contadino francese, dove la lingua in cui parlano cambia più volte. Sembra un virtuosismo, ma capiremo presto il perché. È la prima volta che Tarantino in un suo film gioca veramente con la suspence. E lo fa come lo faceva il maestro, Sir Alfred Hitchcock. Il quale raccontava che se sappiamo che sotto al tavolo c’è una bomba che sta per scoppiare, assistiamo alla conversazione delle persone che vi sono sedute in modo diverso, perché sappiamo che da un momento all’altro la bomba può esplodere. In Bastardi senza gloria ci sono almeno tre scene a un tavolo, e la bomba che conosciamo sono gli ufficiali nazisti, pronti a esplodere e a uccidere da un momento all’altro. Come Hitchcock Tarantino crea suspence con gli oggetti: quel bicchiere di latte riproposto da Landa a Shosanna, o la scarpa fatta indossare all’attrice Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger), Cenerentola al contrario, sono come le tazze de Il sospetto e Notorious.

È la prima volta che il regista di Pulp Fiction affronta una storia dichiaratamente ambientata nel passato e in un preciso periodo storico. Ed è la prima volta che la sua violenza, puramente estetica, surrealista e iperbolica, si confronta con quella reale, storica e documentata. Quello che ne esce è un cortocircuito che rende la sua violenza più sobria e meno divertita, per quanto possa esserlo quella di un suo film. Ma è una violenza coinvolgente e liberatoria. Bastardi senza gloria è un film catartico, perché la violenza tipica delle “iene” e delle “vipere” tarantiniane è rivolta contro chi se la merita, i peggiori di sempre, i nazisti. Ed essere violenti non è mai stato così bello. C’è, nel film, la voglia di tornare, in chiave pulp-pop (a proposito di pop, godetevi lo splendido anacronismo delle note di Cat People (Putting Out Fire) di David Bowie, a un’America che combatteva le guerre dalla parte dei giusti. E, a dispetto del titolo del film, era gloriosa.

Da vedere perché: il film Nazi-pop di Tarantino è catartico: la sua violenza estetica si confronta con quella reale, il Nazismo, e si scatena contro i peggiori di sempre.

 (Pubblicato su Effetto Notte On Line)

 

 

01
Ott
09

Parnassus –L’uomo che voleva ingannare il Diavolo. Heath Ledger che ha ingannato il Diavolo

Voto: 8 (su 10)

parnassusUn film di Heath Ledger e amici. È questa la scritta che appare alla fine di Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il Diavolo, l’ultimo film (in senso di uscita) di Terry Gilliam. Ma anche, e soprattutto, l’ultimo film (in senso assoluto) di Heath Ledger, scomparso il 22 gennaio del 2008 a New York, in una pausa di lavorazione di questo film. Così a sostituirlo, a salvare il film e il suo lavoro sono stati chiamati tre “eroi”, tre amici di Gilliam e di Ledger, che hanno interpretato il ruolo di Tony. È per questo che Parnassus è diventato un film di Ledger: Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell hanno vissuto il suo personaggio basandosi su quello che l’attore australiano aveva girato, ma anche su quello che di lui conoscevano. In maniera postuma, era come se Ledger stesse dirigendo il film, come ha ammesso Gilliam.

È evidente allora come il film acquisti tutto un altro senso se visto in quest’ottica. Anche se la storia è già di per sé affascinante: il dottor Parnassus ha un dono, quello di realizzare i sogni della gente tramite lo specchio dell’Imaginarium, il suo spettacolo itinerante. È un dono che gli ha dato il Diavolo, molto tempo fa, insieme alla vita eterna. Ma chiedendo in cambio l’anima della figlia, nel caso ne avesse avuta una, al compimento dei sedici anni di età. Mentre sua figlia Valentina sta per compiere sedici anni, lui crede di poter ingannare ancora il Diavolo, con una nuova scommessa. Che l’arrivo di Tony potrebbe fargli vincere.

Rodolfo Valentino, James Dean, Lady Diana: vediamo scorrere le loro effigi/icone su delle barche che solcano un fiume, nel mondo parallelo al di là dello specchio di Parnassus. È Tony, interpretato in quella scena da Johnny Depp, a spiegare a una signora, spaventata dall’idea di invecchiare, che loro sono morti, ma immortali: che non invecchieranno, non ingrasseranno, resteranno per sempre giovani. Come non pensare che non si parli anche di Ledger? Ironia della sorte, lo avevamo visto entrare in scena proprio mentre, appeso a un cappio, sta per morire. Il suo Tony è straordinario, istrione e seducente, quando è in scena. E il suo spirito guida gli altri attori quando non c’è. Il gioco riesce anche grazie alla struttura del film: Ledger aveva girato tutte le scene fuori dallo specchio, mentre il mondo all’interno dello specchio è un mondo incantato dove ogni cosa può mutare forma. E così anche il suo personaggio può mutare forma e prendere le sembianze di altri fantastici attori. Che finiscono per sottolineare le sue caratteristiche: Depp ne continua il ruolo di seduttore e di istrione, ma nella maniera candida e innocua di un Jack Sparrow. Mentre Colin Farrell è il suo lato bugiardo, seduttore sì, ma ambiguo come lo sono i suoi occhi. E il gioco fa sì che sia il suo Tony a essere dannato, mentre quello di Ledger rimane immacolato ed entusiasta ai nostri occhi.

Sì, il cinema può rendere immortali. E tutto il film di Gilliam è un inno all’immaginazione, e quindi all’arte e al cinema. In fondo Parnassus è Gilliam: un uomo dall’immaginazione sfrenata, in grado di far sognare la gente con i suoi film. Ma anche qualcuno, come Parnassus, che la gente non segue più come prima, perché i tempi cambiano. Parnassus è un film che “parla della lotta delle persone creative, degli artisti, che cercano di ispirare gli altri, incoraggiandoli ad aprire gli occhi per apprezzare la verità del mondo”, come ha dichiarato Gilliam. Il suo universo è immaginifico e sfrenato, degno di Tim Burton (ricordiamoci che Gilliam ha iniziato prima) e di Pirandello, un mondo fatto di quinte teatrali che ci nascondono le molteplici verità delle nostre vite, e le infinite direzioni che queste possono prendere. Portandoci all’estasi o alla dannazione, al Paradiso o all’Inferno. Puntate, signore e signori, potrete vincere o perdere. Chi ha vinto è Heath Ledger, l’uomo che ha ingannato il Diavolo. È morto, ma, grazie a questo e altri film, ora è immortale. Scacco matto.

Da vedere perchè: Ledger ha ingannato il Diavolo. È morto, ma grazie a questo e altri film è immortale. E l’universo immaginifico e sfrenato di Gilliam lo celebra alla grande.

 

 












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