Posts Tagged ‘Kill Bill

03
Ago
11

Hanna. La crudele e tenera favola di un’infanzia rubata

Voto: 6,5 (su 10)

Nikita. La sposa di Kill Bill. La sposa in nero di Truffaut. Trinity di Matrix. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. È la galleria delle donne combattenti che ha fatto la storia del cinema. Quasi mai avevamo visto però una bambina combattente, a parte la recente Chloe Moretz di Kick-Ass (ma la violenza lì era stemperata dalla cornice pop). Hanna (una bravissima Saoirse Ronan) ha sedici anni ed è stata cresciuta dal padre Erik (Eric Bana), ex agente CIA, come una perfetta macchina da guerra, forte, scaltra e insensibile, in attesa di una probabile vendetta da compiere. Qualcosa che attendiamo, e che crea un’atmosfera di sospensione nella bellissima prima parte del film, tra i ghiacci della Finlandia.

È un film algido, glaciale, e non solo per gli ambienti dove inizia, Hanna. Sono algidi i ghiacci dove la protagonista si esercita, sono freddi gli interni asettici, vetro e metallo, dell’ufficio della CIA dove si muove l’agente Marissa Wiegler (Cate Blanchett), sono algidi i volti di porcellana di Saoirse Ronan e Cate Blanchett. Il tutto è accentuato dall’eccezionale colonna sonora techno dei Chemical Brothers, cuore e scheletro metallici del film. Joe Wright, finalmente lontano dai film in costume come Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione (lui che dice di amare David Lynch), raffredda volutamente il suo film, donandogli calore a sprazzi, poco a poco. Perché l’andamento di Hannah segue quello della sua protagonista: creata per essere fredda e insensibile, si scopre più calda, più tenera, man mano che conosce la vita.

Hanna è infatti allo stesso tempo una spy story, un thriller e un romanzo di formazione. Hannah, a sedici anni, esce per la prima volta dal bozzolo dove l’aveva chiusa il padre, e scopre pian piano il mondo e la vita. È vergine, pura, non ha ancora visto quasi niente. Così è naturale il suo stupore, carico di paura, davanti all’energia elettrica, la sua estraneità ai discorsi vacui del mondo di oggi. Hanna ci emoziona emozionandosi di fronte alla musica, o scoprendo per la prima volta cosa vuol dire avere un’amica (e la regia di Wright cambia registro, con la macchina da presa addosso ai volti delle due ragazze nella sequenza delle confessioni tra le due).

Hanna è un film che spiazza proprio per questa alternanza di toni e registri, è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come nella realtà, in altri modi, purtroppo accade spesso. E come in fondo accade ai bambini protagonisti delle favole (da qui il riferimento ai Fratelli Grimm), alle prese con orchi e prove difficili da superare. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna. È un film spiazzante anche per come si snoda la storia, che devia spesso dalla strada che ci si aspetta. Anche se spesso sembra andare troppo veloce: non convincono alcuni movimenti dei personaggi (dalla Finlandia si passa al Marocco, alla Spagna e a Berlino come se ci fosse il teletrasporto) e a tratti alcuni aspetti della loro psicologia, non spiegati completamente, soprattutto man mano che si arriva alla fine. Hanna è un film difficile da definire e da incasellare (forse per questo esce ad agosto?), ma molto coraggioso. Si chiude come era iniziato, con i cigni e la casetta innevata del luna park che richiamano le scene dell’inizio del film. E la stessa battuta che Hanna la cacciatrice aveva pronunciato dopo aver ferito un cervo. “Ti ho mancato il cuore”.

Da vedere perché: è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come accade ai bambini protagonisti delle favole. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna

 

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13
Ott
09

Bastardi senza gloria. Non sono cattivi. È che li disegnano così…

landa 1Il suo nome è Landa, Hans Landa. È un ufficiale delle SS nell’ultimo film di Tarantino, Bastardi senza gloria. Lo chiamano il cacciatore di ebrei. Un essere così tremendo che dovremmo odiarlo. Eppure no, l’Hans Landa di Christoph Waltz, l’attore austriaco premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile, fa un lavoro che è agli antipodi dell’ufficiale nazista di Ralph Fiennes visto in Schindler’s List. La cattiveria è la stessa, ci mancherebbe. Ma in Landa ci sono molte più sfumature. È un essere multiforme, come le lingue che parla nel film (tedesco, francese, inglese, italiano). Non a caso abbiamo aperto con delle parole che di solito associamo a James Bond: Hans Landa, infatti è cool, è freddo, controllato, ha delle maniere eleganti. Ama la cucina, lo strudel e il latte. È cattivo, cattivissimo. Ma a modo suo – si prenda con le pinze quest’espressione, visto che si tratta di un nazista – è cortese. È cortese con le donne, fino a quando non deve ammazzarle, certo. Hans Landa è cool come lo era il Wolf di Pulp Fiction. Una figura anch’essa ispirata a James Bond.

Questo aspetto ci porta a riflettere su tutti i cattivi di Tarantino. Che in fondo non ci hanno mai spaventato, ma quasi sempre fatto sorridere. In realtà, se ci pensiamo, nei primi film di Tarantino, non ci sono veri e propri cattivi, almeno per come siamo abituati a considerarli negli schemi classici del cinema. Nel contesto a-morale de Le iene e Pulp Fiction, non ci sono cattivi perché non ci sono buoni. Perché tutti i personaggi del film sono impegnati in azioni negative. Ne Le iene, tutti hanno preso parte a una rapina. C’è chi ha un po’ più di cuore, il Mr. Orange di Tim Roth, (ma è un poliziotto infiltrato) e chi è una vera bestia, il Mr. Blond (che si chiama Vic Vega, ed è il fratello del Vincent Vega di Pulp Fiction) di Michael Madsen, protagonista della scena cult, la sadica tortura a un poliziotto sulle note di Stuck In The Middle With You degli Stealer’s Wheel. Ma è proprio questa sequenza che ci ha messo subito in guardia: è tutta ironia, e la cattiveria è solo apparente. Anche i cattivi sono qui per divertirci.

Anche in Pulp Fiction lo scenario non cambia. E infatti Vincent Vega e Jules Winnfield sono vestiti come le iene del film precedente. Li vediamo entrare in scena mentre parlano di massaggi ai piedi e di patatine e maionese. Potranno mai farci paura? Certo, sono dei killer, e nel film uccidono pure. Ma l’interpretazione di John Travolta e Samuel L. Jackson è ironica, sopra le righe, molto meno realistica rispetto al tono de Le iene. E così i due ci sono subito simpatici. Chi spaventa, per la perfidia con cui si parla di lui, è il boss dei boss, il Marsellus Wallace di Ving Rhames. Ma, dopo aver visto come è uscito dalla cantina del sadico Zed, ci fa quasi tenerezza. Forse il personaggio meno cattivo è il Butch di Bruce Willis, ma si tratta sempre di qualcuno che ha truccato un incontro di boxe.landa 2

Stesso discorso per la Jackie Brown, che dà il titolo al film omonimo, interpretata da Pam Grier. È forse la prima “buona” del cinema di Tarantino, il primo personaggio con il quale lo spettatore prova una certa empatia. Ma è pur sempre una hostess che fa il corriere della droga. Accanto a lei ci sono dei cattivi: l’Ordell di Samuel L. Jackson, il Louis di Robert De Niro, e il poliziotto di Michael Keaton. Tutti troppo ridicoli, fessi, rintronati o stanchi per far paura. Così come Stuntman Mike, interpretato dalla “iena” per eccellenza, Kurt Russell, villain di Grindhouse, è una figura che ci ispira simpatia: osservate il suo sguardo in macchina e il suo sorriso, e ditemi se non è così.

Non sono cattivi, i “villain” di Tarantino. È che li disegnano così. E solo un gran disegnatore di personaggi come Tarantino può creare figure simili.

A dire il vero, forse, i veri cattivi stanno in Kill Bill, il suo film più crudo e, in fondo, meno giocoso. Bill e le sue vipere sono gli unici veri cattivi del cinema di Tarantino: un uomo capace di uccidere la sua ex compagna, per di più incinta, nel giorno del suo matrimonio, è la vera iena.

Uno che è capace di tentare ancora di ucciderla, dopo un ameno discorso sui supereroi, con la figlia a pochi metri di distanza.

David Carradine, nel ruolo di Bill, è il vero “bastardo senza gloria” del cinema di Tarantino. E le sue vipere non sono da meno O-Ren Ishii (Lucy Liu), Vernita Green (Vivica Fox), Elle Driver (Daryl Hannah) e Budd (di nuovo Michael Madsen), sono tutte persone efferate, che siamo contenti di veder morire.

Non come Vincent Vega, che si fa beffare come un fessacchiotto uscendo dal cesso. Ma come Goebbels, Hitler e tutti i nazisti. Sì, tra i cattivi di Tarantino c’è anche un Hitler caricaturale e pop, che il regista raffigura come un simbolo. Del male. Ma anche della stupidità.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

08
Ott
09

Bastardi senza gloria. Kill Goebbels: il cinema si libera dalla propaganda

olympiaOgni film di Tarantino, ormai lo sappiamo, è un grosso gioco sul cinema. Le iene giocava con tutto l’immaginario del genere gangster, dai Poliziotteschi italiani, ai Polar francesi, fino ai film di yakuza giapponesi, e agli abiti eleganti di James Bond. Jackie Brown era un omaggio al genere Blaxploitation, il cinema afroamericano di serie B degli anni Settanta. E Kill Bill un cocktail di generi che andava dai film di Kung Fu agli Anime fino allo Spaghetti Western di Sergio Leone. Grindhouse, poi, era dichiaratamente un film di serie B, uno Slasher come si giravano tra gli anni Sessanta e i Settanta.

Quale occasione migliore poteva esserci, allora, che un film di guerra ambientato nella Francia occupata dai nazisti, per confrontarsi (oltre che con il cinema italiano di guerra, che all’estero chiamano Maccheroni Combat: lo spunto arriva da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari) con il cinema tedesco? Un cinema che è parte della storia della Settima Arte, e che fino all’avvento del Nazismo era all’avanguardia a livello mondiale. In Germania sono nati l’Espressionismo, e autori come Lang, Pabst e Lubitsch. Poi arrivò Goebbels, e fece del cinema un mezzo della propaganda nazista: i grandi autori scapparono in America, facendo grande Hollywood, e il cinema tedesco fu soffocato dall’ideologia. Bastardi senza gloria è stato girato a Berlino, nei leggendari studi Babelsberg, dove Fritz Lang girò Metropolis nel 1927. La cosa deve aver ispirato non poco Tarantino, che fin da piccolo si nutre di pane e cinema. Tutto il cinema. “Sono sempre stato affascinato dall’idea di ritrarre Goebbels come direttore di uno studio cinematografico, cosa che fra l’altro era una delle sue principali attività” ha dichiarato Tarantino. “Visto che il film ha come tema il cinema tedesco sotto il Terzo Reich, mi pareva fosse interessante incentrarlo proprio sulla figura di Goebbels, a capo dello studio cinematografico, che realizza il suo capolavoro e gli dedica addirittura una première”. E infatti, nel film Tarantino gioca molto su questo aspetto: gustatevi il dialogo tra il generale inglese Ed Fenech e il luogotenente Archie Hicox, che prima di arruolarsi era un critico cinematografico. Hicox gli racconta come il cinema tedesco dopo l’avvento del Terzo Reich abbia perso moltissimo in qualità, ma guadagnato negli incassi (inutile che noi critici ci si accanisca, è così da sempre…), e poi racconta come secondo lui Goebbels si senta una sorta di David O. Selznick (il leggendario produttore di Via col vento) tedesco.

Se è molto divertito dall’idea di vedere Goebbels come un produttore cinematografico, Tarantino non ha nascosto il suo amore per Lenitrionfo Riefenstahl, la regista di regime per eccellenza, l’autrice del famigerato Olympia. “È stata la più grande regista mai esistita” ha dichiarato Tarantino. “Per rendersene conto basta vedere il suo film sulle Olimpiadi”. Per scrivere il suo film, Tarantino ha anche ammesso di aver letto i diari della Riefenstahl. La omaggia direttamente, nel suo ultimo film: nella scena in cui vediamo Shosanna per la prima volta a Parigi, mentre armeggia con le insegne del suo cinema, vediamo che in quel cinema viene proiettato L’inferno bianco del Piz Palu, un film del 1929 diretto da Pabst, in cui c’era Leni Riefenstahl come attrice. È un film tedesco pre-Reich e pre-Goebbels.

L’ammirazione per i cineasti tedeschi di Tarantino e sincera e priva di pregiudizi. Ma anche consapevole di cosa avrebbe potuto continuare ad essere il cinema tedesco senza l’avvento del regime. E allora uccidere i nazisti con il cinema (letteralmente, visto che nel film le pellicole diventano un combustibile vero e proprio, e molto efficace) significa allo stesso tempo ritorcere loro contro quella che hanno usato come un’arma impropria. Significa liberare il cinema come Arte, liberare un’artista come Leni Riefenstahl dal giogo di un potere che l’ha per sempre marchiata. Significa liberare le immagini di Olympia dal sottotesto e dal messaggio al quale sono sempre state collegate. Per diventare così puro cinema, da ammirare solo per la sua bellezza. Guardate le scene del film di propaganda nazista Nation’s Pride, ispirato a Il trionfo della volontà (Triumph Of The Will) di Leni Riefenstahl (considerato un prodigio a livello tecnico): è stato girato su quello stile da Eli Roth, un regista ebreo. Un’ulteriore beffa ai nazisti. E guardate anche le sequenze inserite da Shosanna, girate in puro stile tedesco, con cui annuncia il suo attentato ai nazisti. È come se avesse preso un fucile a una guardia delle SS e glielo avesse puntato contro. Ancora una volta un film di Tarantino è un sanguinoso atto d’amore, per i registi. E per il cinema.

(Pubblicato su Movie Sushi)












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