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10
Nov
09

Alda Merini: Dante, Beatles e Rolling Stones insieme

locandina alda meriniBella ridente e giovane con il tuo ventre scoperto e una medaglia d’oro sull’ombelico, mi dici che fai l’amore ogni giorno e sei felice e io penso al tuo ventre che è vergine mentre il mio è un groviglio di vipere che voi chiamate poesia, ed è soltanto l’amore che non ho avuto, vedendoti io ho maledetto la sorte di essere un poeta.

Sono parole di Alda Merini. Le sentiamo nel film Alda Merini. Una donna in palcoscenico, di Cosimo Damiano Damato. Damato ha passato tre anni ad ascoltare la Merini, a intervistarla, a esserle amico. A capirla. Fino a pochi mesi dalla morte. Ne è nato un film documentario, una confessione a cuore aperto e anima a nudo, che, dopo la scomparsa della poetessa, diventa un documento eccezionale. Il testamento spirituale di un’artista e una donna unica, della sua arte, della sua passionalità, della sua vita travagliata, tra il ricovero in manicomio e il distacco dai suoi amori e dai suoi figli. Damato, artista sensibile, è una delle persone più indicate per raccontarci Alda Merini.

Chi era Alda Merini?

Alda Merini è il Dante Rock. Dante ha lasciato la Divina Commedia, lei ha lasciato la Divina Poesia. E a questo si aggiunge anche il rock: lei era Beatles e Rolling Stones insieme. Riusciva  a guardare il mondo con occhi vivaci e cogliere la poesia. Lei la vedeva in tutto, perché la poesia è in tutto. Può essere lo sguardo di un barbone, come un cielo. Lei riusciva a cogliere questo, e a raccontarlo. La cosa bella è che ai suoi funerali c’erano ragazzi di quindici anni, intellettuali, ma anche barboni. C’era tutta la società italiana.

Tra le cause del suo ricovero Alda Merini parla della lussuria, dell’essere una donna passionale…

Stiamo parlando di più di cinquant’anni fa. A quei tempi una donna sveglia, di talento, un piccolo genio, faceva paura. Era una donna contro, una donna emancipata, una donna che non aveva paura di innamorarsi, di essere appassionata, di tirare fuori il suo essere donna. Tutte cose che facevano paura. Come tutti avrà avuto qualche piccola depressione. Ma non meritava quello che ha subito. Lo dice benissimo lei stessa: ha pagato il suo essere una donna appassionata. Questo è il vero motivo del ricovero.

Colpisce il fatto che dica “so parlare d’amore  in modo mirabile ma non l’ho mai avuto”…

Alda Merini è l’ossimoro per eccellenza. Dice una cosa e poi la nega, perché va a scavare nelle cose, e scavando in qualcosa, come può essere l’amore, la sessualità, il sacro, viene fuori sempre una contraddizione. Perché l’uomo è questo, Ying e Yang. Lei riusciva a trovare queste contraddizioni e dare loro armonia, come con i colori su una tavolozza. In alcuni casi fa addirittura l’apologia del manicomio, perché fuori la gente è ancora peggiore. È chiaro che è una forzatura, un gioco intellettuale, per poi dire le cose come stanno in maniera cruda e diretta. E non dimentichiamo la sua grande ironia.

Infatti la Merini ha sofferto molto anche una volta fuori dal manicomio. “Fuori mi hanno mangiata viva” dice…

La vita fuori, per usare la sua ironia, è stata un manicomio in rapporto ai “pazzi” che ha trovato fuori. Perché dice quello? Alda Meriniil regista Cosimo Damiano Damato e la poetessa Alda Merini non ha vinto il Nobel perché non è stata tradotta all’estero abbastanza come avrebbe meritato. Quando dice “mangiata viva” vuol dire che c’è stato tutto un mondo intorno a lei che però ha solo preso. E lei era una che donava. E poi c’era il fatto di dover pagare sempre il fatto che era stata in manicomio, come una persona che viene accusata di omicidio e poi si scopre essere innocente ma è sempre vista come un’omicida. Questa è la risposta giusta. Il grande equivoco è questo: c’erano molte persone del suo condominio che non la salutavano, perché lei era la “pazza”, non era la grande poetessa. Nel film abbiamo voluto raccontare il suo vissuto, ma volevamo che venisse fuori la genialità di questa donna. Non ho costruito il set, le luci, ma volevo raccontarla così, in modo minimale come è lei. Perché la sua vita andava raccontata in questo modo. E allo stesso tempo Alda Merini è stata anche la coscienza sporca della cultura italiana. Pensiamo ai funerali di stato: lei sarebbe stata felice, non perché le interessasse, ma perché si sarebbe divertita a vedere i carabinieri in alta uniforme… Ci siamo resi conto che riusciva a mettere insieme storie e vissuti diversi: il regista, il musicista, il fotografo. Riusciva a creare intorno a sé una rete forte e densa di cultura.

Il grande dramma della sua vita sono stati i figli, e questo è uno dei fili conduttori del film…

Voglio raccontare cos’è successo in questi giorni ai funerali. L’immagine più bella per chi conosceva le sue storie intime è stata vedere le sue quattro figlie che si tenevano mano nella mano vicino a lei. Erano lì, tutte e quattro, solidali. Sarebbe stata felicissima di vederle insieme. Hanno letto una sua poesia, Genesi. C’è stato un grande riscatto, la sua famiglia che è tornata a riabbracciarsi. La cosa più bella non è stata vedere Bossi o la Gelmini in prima fila, ma queste quattro donne che hanno vissuto di riflesso qualcosa di forte in tutti questi anni.

In una sua parete sono appese delle famose immagini di baci: Il bacio dell’Hotel De La Ville di Doisneau, e Il bacio di Klimt…

In quelle pareti possiamo cogliere il suo aspetto più pop, un po’ alla Andy Warhol. Qualsiasi cosa per lei diventava opera d’arte. Magari un amico le regalava un quadro importante e qualche minuto dopo lei lo donava a qualcun altro. Alda Merini era fatta così.

Nel tuo film si parla anche del manicomio, di sevizie, di elettroshock. Che impressioni ha avuto della sua vita in manicomio?

Voglio raccontare cosa mi ha detto il primo giorno. Le ho detto che mi sarebbe piaciuto raccontare la sua vita di poetessa, ma in un modo più gioioso, senza raccontare troppo la vita del manicomio. Mi ha dato subito una sua fotografia, in cui piangeva. Prendeva un momento in cui pensava al manicomio. Mi ha detto: guarda questa foto tutta la notte. Se riesci ad amare questa foto, a entrare nel dolore, potremo fare questo film. Ogni tanto aveva incubi del manicomio. Lo sappiamo dalle cronache. Al di là della Merini, che è venuta fuori perché era un genio, un talento, ci sono tante storie drammatiche di chi ha subito il manicomio. Magari erano geni anche loro.

 

 

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16
Ott
09

Funny People. I “malincomici”

funnyVoto: 7 (su 10) 

Sta crescendo come il tempo questa vita mia. Così come sta crescendo Judd Apatow, e con lui i suoi attori, e con lui i suoi personaggi. Da 40 anni vergine a Molto incinta, fino a questo Funny People, Apatow ha toccato molti tabù: dalla verginità in età adulta, alla paternità inattesa. E ora tocca addirittura la morte. Funny People racconta la storia di George Simmons (Adam Sandler), comico di successo, che scopre di avere una malattia incurabile. Così chiede a Ira Wright (Seth Rogen), giovane comico in erba e suo grande fan, di fargli da assistente, aiutarlo a scrivere le battute, essergli amico in un momento difficile. Quando si è vicini alla morte si ripercorre la propria vita. E infatti George ritorna sui suoi passi: da star del cinema torna a calcare i palchi dove si esibiva agli inizi come “stand up comedian”, cioè come cabarettista solo in scena di fronte al pubblico. E torna a contattare quello che forse è stato l’unico amore della sua vita…

Potrebbe essere definito un film “malincomico”, Funny People, rubando una definizione che la critica coniò qualche anno fa per alcuni comici di casa nostra. Un termine quasi mai usato per la commedia d’oltreoceano. Eppure calza a pennello a questo film, perché è questa la ricetta di Apatow: mettere nel film battute irresistibili, per parlare in fondo di cose serie. Come si può immaginare, se non si ha un tocco delicato, la cosa è rischiosissima. Ma Apatow il tocco magico ce l’ha, possiede una delicatezza tale da farci amare un gruppo di cialtroni, rendendoli umani grazie a una sceneggiatura che mette in scena tutte le loro debolezze. Ci riesce perché prende spunto da una storia vera: Apatow ha iniziato proprio come cabarettista, dividendo spesso il palco con un giovane Adam Sandler.

Scene da una malattia montate su una canzone comica. Judd Apatow è anche questo. Il suo è un mondo dove tutto è farcito di cultura pop (ce n’è per tutti: James Taylor e Eminem, Roger Waters e i Queen, James Bond e Harry Potter, Matrix e perfino l’Ikea…). Ma è un mondo reale, dove ci si ammala davvero (e si guarisce anche), dove ci si ama e ci si odia davvero. I personaggi di Apatow sono ormai caratteri a tutto tondo. E sono interpretati da quello che ormai si può considerare il rat pack personale di Apatow (Seth Rogen, Jonah Hill, la moglie Leslie Mann). Tra loro è arrivato Adam Sandler, un attore molto più versatile di quello che si può immaginare pensando ai suoi ruoli più famosi. La sua faccia è quella del clown che sorride fuori, ma piange dentro.

Sandler e Rogen, George e Ira. L’attore di successo e il giovane in ascesa. Funny People è un Eva contro Eva al maschile, attualizzato e virato in commedia. La luce bianca, marchio di fabbrica di Janusz Kaminski, (direttore della fotografia dei più bei film di Spielberg) che ammanta Los Angeles, rende tutto più scarno, ogni sentimento, ogni dolore, come se mostrasse tutto più chiaramente, se togliesse ogni difesa. “La gente dice che sono pazzo a fare ciò che faccio, e mi dà un sacco di avvertimenti per salvarmi dalla rovina. Quando dico loro che sto bene, mi guardano in modo strano. Rispondendo: sicuramente non sei felice ora che sei fuori dal gioco”. È John Lennon, con Watching The Wheels, una canzone che parla di qualcuno che è uscito dal giro, e se ne frega del successo, a chiudere il film. È una canzone da Double Fantasy, proprio il disco uscito prima della morte. E lungo tutta la colonna sonora si sentono brani di McCartney, Ringo Starr e George Harrison. Non i Beatles, ma loro da soli. Forse per ricordarci che nella vita le cose finiscono, ci si incontra e ci si divide, ma la vita va avanti.

Da vedere perché: Dopo verginità e gravidanza, Apatow ci parla di vita e di morte. Funny People è il suo Eva contro Eva, al maschile e virato in commedia. Un film “malincomico”.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












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