Posts Tagged ‘Valerio Mastandrea

05
Set
11

Ruggine. Una favola senza lieto fine…

Voto: 5,5 (su 10)

C’era una volta un gruppo di bambini, e un orco. Sì, Ruggine, di Daniele Gaglianone, presentato ieri alle Giornate degli autori del Festival di Venezia, e da oggi nelle sale, è una favola moderna. Quella di Carmine, Sandro, Cinzia, bambini di un quartiere di periferia nel nord degli anni Settanta. E del dottor Boldrini, il nuovo medico tanto stimato dai loro genitori. È lui l’uomo nero, l’orco della favola, un orco dalle sembianze gentili, che non sembra tale. Da lui i bambini dovranno liberarsi, anche se quella storia rimarrà attaccata loro, come ruggine.  Carmine, Sandro e Cinzia sono diventati grandi, li vediamo nella loro vita di tutti i giorni. E capiamo che c’è qualcosa che non va.

È il “racconto di un’estate”, Ruggine, come recitava il sottotitolo italiano di Stand By Me. E mentre anche il cinema americano, con J.J. Abrams e Super 8, ritorna a raccontare l’infanzia, anche il cinema italiano riprende a raccontare storie di infanzie spensierate e poi violate. Ovviamente qui, rispetto al cinema americano, tutto è più rarefatto, accennato. E desolato. I bambini si muovono in una singolare periferia meccanica e metallica, fatta di lamiere e depositi fatiscenti e arrugginiti. Le figurine di “Puliciclone”, le lucertole catturate e messe nelle bottiglie, i giornalini porno sono i giochi più o meno innocenti di questi bambini in bilico tra infanzia e adolescenza. Ma nell’aria afosa resta sospeso il sottile alito di un mistero, qualcosa che attende i bambini ignari, e li segue ancora oggi nelle loro vite.

È questa attesa a tenere in piedi il film. Un’attesa per qualcosa che viene svelato alla fine del film, ma che durante tutta la sua durata (un’ora e cinquanta minuti) finisce per rivelarsi estenuante. E vuota. Perché Gaglianone riesce a creare una grande atmosfera, rievocando con nostalgia gli anni Settanta (come aveva fatto Salvatores in Io non ho paura), ma non riesce egualmente a costruire un racconto. Tutto appare troppo rarefatto, diluito, i personaggi appaiono solo tratteggiati e mai disegnati appieno. Mentre l’orco di Filippo Timi è fin troppo caratterizzato dagli istrionismi di un attore sempre perfetto, ma qui forse eccessivo per quelli che sono i registri del racconto. In fondo, fino allo svelamento finale, non accade quasi nulla, soprattutto per quanto riguarda le scene nel presente, che si susseguono in montaggio alternato a quelle del passato, senza dire quasi nulla, reiterando all’infinito la stessa situazione. Così anche attori come Valerio Mastandrea, Stefano Accorsi e Valeria Solarino, che sono Carmine, Sandro e Cinzia da grandi, sembrano quasi trattenuti e non utilizzati come potrebbero.

Gaglianone con il suo film fa poesia, arte. Spaventa creando rumori sinistri grazie al movimento di un ascensore, con il borbottio della voce di Timi. Racconta follia e solitudine con le gocce d’acqua che solcano il parabrezza durante un lavaggio. Crea un contesto desolato grazie alle pennellate metalliche della colonna sonora a base di chitarra rock di Evandro Fornasier, Walter Magri e Massimo Miride, che si integrano bene con la musica di Vasco Brondi, alias Le luci della centrale elettrica, che firma la canzone dei titoli di coda, Un campo lungo cinematografico. Ma sotto questa grande atmosfera la struttura del film manca di solidità. Non c’è un lieto fine nella favola dei tre bambini e dell’orco, perché anche da grandi i tre bambini non sono ancora liberi dal Male. Non è un lieto fine nemmeno il risultato del film Ruggine, riuscito solo a metà. Potrà avere un lieto fine il percorso artistico di Gaglianone, un regista che i numeri ce li ha.

Da non vedere perché: sotto una grande atmosfera, che ricrea con nostaglia gli anni Settanta, la struttura del film manca di solidità

 

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15
Gen
10

La prima cosa bella. Heimat al caciucco

Voto: 7 (su 10)

C’è anche Dino Risi ne La prima cosa bella, il nuovo film di Paolo Virzì. Siamo a Livorno negli anni Settanta, e il regista (impersonato dal figlio Marco) sta girando a Castiglioncello un film nel quale Anna Nigiotti in Michelucci, la nostra protagonista, ha una particina. Ed è curioso che Virzì, considerato uno dei pochi veri eredi della Commedia all’italiana, citi Risi proprio nel primo film in cui si discosta maggiormente dalla commedia, da quel cinema comico tagliente e sarcastico a cui ci ha abituati, per girare il suo film più drammatico e commovente.

Nell’inizio “vintage” del film, fatto di colori caldi e patinati, quelli di una foto d’epoca, vediamo Anna eletta “mamma più bella” ai Bagni Pancaldi, lo stabilimento balneare più famoso di Livorno, davanti ai figli Bruno e Valeria, e al marito. Che da quel momento vivrà di gelosie, e renderà impossibile la vita di Anna e dei suoi figli. La prima cosa bella è una canzoncina che Anna canta ai bimbi per rincuorarli dopo che il padre ha cacciato tutti e tre da casa. Anni dopo Valeria chiama Bruno, che ha lasciato Livorno per insegnare a Milano, al capezzale della madre malata terminale.

Per Bruno è un modo per fare i conti con il passato, con una madre bellissima, vitale e frivola che gli ha condizionato la vita. Ma La prima cosa bella, anche se non è un film autobiografico, è un ritorno a casa anche per Virzì, che torna nella sua Livorno, abbandonata tanti anni prima un po’ bruscamente, un po’ come Bruno, (parentesi di Ovosodo a parte). Per Virzì significa fare i conti con le sue origini, con luoghi e tipi che ne hanno caratterizzato la formazione. La prima cosa bella è un po’ il suo Heimat, un “Heimat al caciucco”, dal gusto che sa di passato e nostalgia.

È un film dolceamaro, La prima cosa bella, carico di ironia e di depressione (quella di Bruno, interpretato da un Valerio Mastandrea perfettamente in parte) di leggerezza e ingenuità (quella della madre Anna, che passa per incanto dalla nuova musa di Virzì Micaela Ramazzotti a una svampita e irresistibile Stefania Sandrelli, che impersona Anna da adulta), di dolcezza e spaesamento (quelli dell’altra figlia Valeria, un’intensa Claudia Pandolfi, forse davvero troppo bella e giovane per fare dei ruoli in cui è già madre). Sono dolci, spaesate, eppure forti d’animo le donne di Virzì: come la protagonista del suo primo film anche Anna si fa abbindolare da chi le offre La bella vita. E come quella del suo ultimo film, riesce a trovare sempre una via d’uscita alle situazioni, consapevole di avere Tutta la vita davanti.

È netto lo stacco tra Tutta la vita davanti, il suo film precedente, e La prima cosa bella. Dopo aver raccontato la società di oggi e il punto di non ritorno del precariato, con una comicità crudele e beffarda (per la quale forse è più portato e lo preferiamo), non poteva che rifugiarsi nel calore del suo passato, rassicurante anche se dolente, e stemperare la sua comicità nella malinconia. Perché parlare del passato è sempre dolente, ma mai come raccontare il presente.

Da vedere perché: Virzì gira il suo ritorno a casa, il suo “Heimat al caciucco”. E firma il suo film più commovente.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 












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