Posts Tagged ‘The Hurt Locker

09
Mar
10

The Hurt Locker. La guerra-droga da Oscar

Quella della bomba che sta per esplodere è la deadline per eccellenza nello schema della suspence. Lo diceva anche Hitchcock: se sappiamo che sotto a un tavolo c’è una bomba che sta per esplodere, staremo in tensione in attesa che accada. E, a Hollywood, dopo una storia carica di suspence (la sfida con il kolossal Avatar), la bomba è esplosa. The Hurt Locker, di Kathryn Bigelow, ha vinto sei Oscar. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.

The Hurt Locker reitera all’infinito proprio questo schema dell’esplosione. E la tensione è sempre altissima. È la storia di un gruppo di soldati il cui incarico è di disinnescare le bombe, nella guerra in Iraq. È un nuovo punto di vista per raccontare la guerra. Ed è il punto di vista più vicino alla morte che ci sia. Gli artificieri si alzano ogni mattina sapendo più di ogni altro che quello potrebbe essere il loro ultimo giorno. Ma l’adrenalina dà loro una sorta di dipendenza, e anche una volta congedati dovranno tornare per fare quel lavoro così unico.

Kathryn Bigelow continua così il suo viaggio nelle psicologie di uomini che hanno una dipendenza: è il surf in Point Break, lo squid, cioè una droga elettronica che permette alle persone di rivivere ricordi e sensazioni, in Strange Days. C’è sempre qualcosa di energetico, nei film di Kathryn Bigelow, come dimostrano i titoli sopra citati. E The Hurt Locker è perfetto per quanto riguarda il ritmo e l’azione: la Bigelow con la prima sequenza ci porta dentro l’esplosione. La vediamo al ralenti, con i primi piani sulla materia che si disgrega. The Hurt Locker è un film potente, adrenalinico, carico di suspence. Con sequenze difficili da sostenere, come quella del bambino bomba. Ma guai a pensare che sia solo un film d’azione. Si legge, tra le righe, l’inutilità della guerra, e soprattutto il disagio dei soldati che si trovano in una terra straniera che non li vuole, che li sente come invasori. Che li scruta, li riprende, li fotografa. Si respira, nel film, un senso di accerchiamento e di paranoia, simile a quello che caratterizzava anche il suo capolavoro, Strange Days. Nel cinema della Bigelow c’è sempre qualcosa di futuristico. Qui la cornice a tratti è da film di fantascienza: robot di supporto agli artificieri, tute imbottite da quaranta chili e scafandro che sembrano quelli di un astronauta. Ma non si tratta di fantascienza. È la vita delle persone.

È un film che ha i suoi difetti, in ogni caso. L’azione a volte risulta ripetitiva, e alla storia manca un filo conduttore. È come se Salvate il soldato Ryan vivesse per due ore al ritmo dei (fantastici) primi venti minuti. Il film è tratto da una sceneggiatura di Mark Boal, giornalista che ha seguito le truppe americane per mesi in ogni azione. È lo stesso che scrisse l’articolo da cui Paul Haggis si ispirò per la sceneggiatura di Nella valle di Elah. Al film manca proprio uno sceneggiatore più esperto, qualcuno come Haggis che romanzi un po’ la storia. Il film diventa quasi una trasposizione in immagini di fiction di un reportage giornalistico. Ma questa può essere anche la sua forza. E, in ogni caso, il film funziona.

Una bomba che sta per scoppiare crea la suspence, si diceva (figurarsi se ci mettete anche un timer). Indipendentemente da quanto ci piacciono i personaggi. E i protagonisti di questo film ci piacciono parecchio, perché la regia ci fa entrare subito in empatia con loro. Piace quel loro andare incontro alla morte con incoscienza, e con un sorriso. È quell’ironia che permette di spezzare la tensione, di non impazzire. In questo senso, è sintomatica la battuta tra un superiore e l’artificiere. “Qual è il modo migliore di disarmare una di queste bombe?” “Quello in cui non muori, signore”.

 

19
Ott
09

Festival di Roma. Triage.

triageVoto: 6 (su 10) 

Sembra quasi un Cristo deposto dalla croce Colin Farrell, nei panni di Mark, fotoreporter di guerra nella prima scena di Triage, il film di Danis Tanovic (No Man’s Land) che ha aperto il Festival di Roma. Mark è stato appena ferito, e viene portato su un giaciglio. In questa immagine c’è l’idea di un sacrificio. Siamo alla fine degli anni Ottanta, in Kurdistan. Mark è lì insieme a un collega per documentare la guerra. Dopo essere stato ferito, torna in Irlanda, ma non è più lo stesso. Intanto si sono perse le tracce del suo collega.

“Solo i morti hanno visto la fine della guerra”, scriveva Platone. È su questo concetto che vuole insistere Tanovic, che sceglie un altro luogo e un altro tempo rispetto alla guerra in Bosnia di cui aveva trattato in No Man’s Land e che lo riguardava direttamente. Forse per trovarsi in una posizione più distante, per raccontare la guerra senza esserne troppo coinvolto. La guerra non ha fine, vuole dirci in Triage, e gli orrori del Kurdistan sono quelli della Bosnia, dell’Iraq e dell’Afghanistan. La guerra non ha fine perché chi ritorna a casa non riesce a ritornare alla vita normale, si porta dietro segni e traumi.

È quello che ci raccontava Katryn Bigelow in The Hurt Locker. E come in quel film la guerra e il pericolo diventano una droga. Non solo per chi combatte, ma anche per chi la documenta. Vediamo i reporter andare sempre più vicino al pericolo: “guardare nella camera ti fa dimenticare che quello che succede è vero”, dice Mark. Li vediamo rimanere sui campi di battaglia ancora un giorno in più. E poi un altro. E un altro ancora. Perché se succede qualcosa non si può non essere lì a raccontarla. Quando è giusto rientrare? E quando è il momento giusto per uscirne per sempre?

Triage per i primi 30 minuti è un classico film ambientato durante la guerra. Poi cambia: in Irlanda assistiamo alla vita di tutti i giorni di Mark, ma con un velo di mistero, con un andamento assorto e di sottile disagio e inquietudine che porteranno allo svelamento finale. Forse è un po’ troppo esile costruire un intero film sul fatto in questione. E allora Triage lascia il segno per qualche immagine forte, e per la pietà che si ha per le vittime di guerra. Ma non riesce a convincere completamente come progetto e come costruzione filmica. Quel che manca al film è una visione personale, una chiave di lettura ai fatti che racconta. Ma, se Tanovic voleva comunicarci l’assurdità della guerra, in questo è riuscito.

Da vedere perché: solo i morti hanno visto la fine della guerra, come scrive Platone.

 

 

 












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