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21
Mag
09

Lost. Il mistero della fede

3Un uomo tesse dei fili a un telaio. Dei fili che diventano parte di una trama più complessa. È la prima scena dell’ultima puntata della quinta stagione di Lost, andata in onda in America qualche giorno fa. Quell’uomo è Jacob, il fantomatico capo dell’Isola, che finora non avevamo mai visto. A vederlo tessere quei fili ci vengono in mente le Parche, le dee che tessevano i fili del Destino nei poemi omerici. Ed è qui che ci viene in mente la forza di Lost. C’è chi dice che tutte le storie create dall’uomo si riducono a due archetipi: l’Iliade e l’Odissea. La serie creata da J.J. Abrams e Damon Lindelof è l’Odissea e l’Iliade messe insieme: delle persone costrette a vagare lontano dalla propria casa, senza poterla raggiungere, e destinate a non trovare pace nemmeno una volta giunte a destinazione. Persone costrette sempre alla guerra, allo scontro con degli “Altri”. Ma Lost, come i vecchi poemi epici, non opera solo sulla storia, ma va a livelli più profondi, a scavare nel nostro inconscio. Non a caso nelle vicende di molti dei personaggi ci sono dei rapporti irrisolti con i propri padri. Mentre la puntata prosegue (sull’Isola, negli anni Settanta, alcuni personaggi sono alle prese con i famosi fenomeni elettromagnetici che saranno alla base dei problemi della botola della seconda serie, mentre ai giorni nostri Locke sta cercando Jacob), grazie ai famosi flashback scopriamo – e con gli spoiler ci fermiamo qui, promesso – che Jacob ha già incontrato molti dei naufraghi nelle loro vite sulla terraferma. E sempre in momenti in un certo senso sospesi tra la vita e la morte. Chi è allora il misterioso Jacob? Una specie di Dio, un deus ex machina di natura divina? Colui che tesse le fila del Destino, come le mitologiche Parche? E perché ha sempre lo stesso aspetto, e non invecchia mai?

Come si può capire, la quinta stagione di Lost dà ancora poche risposte agli interrogativi delle serie precedenti. Anzi, ne pone altri. È quella che più di ogni altra ribalta le carte in tavola e sposta gli interrogativi. Se nella prima stagione la domanda era DOVE? (dove siamo?), nella seconda COSA? (cosa c’è nella botola?), e nella terza e la quarta CHI? (chi sono gli altri?), in questa quinta stagione la domanda è più che mai QUANDO? I nostri eroi, infatti, sono sballottati avanti e indietro nel tempo, dopo che l’Isola è stata spostata. Così ci troviamo addirittura negli anni Settanta, ed entriamo negli alloggi della Dharma Initiative, che finora avevamo visto solo abitate dagli Altri, e conosciamo persone che avevamo visto solo nei filmati in bianco e nero trovati nella botola. È chiaro che la domanda della prossima stagione, la sesta e ultima, dovrà essere PERCHE’?

I viaggi nel tempo che hanno caratterizzato questa quinta stagione ci permettono di inserire ancora meglio Lost nella poetica di J.J. Abrams, che su un paradosso temporale ha costruito anche il suo ultimo, riuscitissimo Star Trek. E permette anche ad Abrams e ai suoi sceneggiatori di cimentarsi con la loro passione per la cultura pop. Tra i momenti più divertenti della stagione infatti c’è Hurley che controlla se la sua mano sta per scomparire lentamente, come accadeva a Michael J. Fox in Ritorno al futuro. Lo stesso Hurley, visto che si trova nel ’77 ed è appena uscito Guerre stellari, prova a scrivere la sceneggiatura de L’impero colpisce ancora, apportando alcune modifiche al copione. L’impero colpisce ancora – come ci raccontava Abrams a Roma qualche mese fa – è uno dei film preferiti dal creatore di Lost. Nel cui universo tutto torna. Ma accanto alla cultura pop ci sono interrogativi importanti, come la possibilità, e la scelta, di cambiare il proprio futuro.

Come ognuna delle puntate che chiudevano le stagioni, la suspence è spinta al massimo, intorno a quella che Hitchcock definiva la più classica delle deadline: lo scoppio di una bomba. E anche il cliffhanger che ne segue è uno dei migliori della serie. Troveremo risposte nell’ultima stagione? Forse no, e continueremo ad adorare Lost. Perché quello che lega il pubblico a questa serie è un atto di fede. Si crede anche senza avere delle risposte.

 

 












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