Posts Tagged ‘Samantha Morton

18
Mag
10

Ian Curtis. He’s Lost Control

Il 18 maggio di 30 anni fa moriva suicida Ian Curtis, il leader dei Joy Division. Lo ricordiamo grazie a Control, l’imperdibile film di Anton Corbijn che ne racconta la vita. In bianco e nero

Il presente è fuori controllo. Le parole di Ian Curtis, leader dei Joy Division, aprono così Control, il film dedicato alla sua (breve) vita e alla sua morte, diretto dal famoso fotografo rock Anton Corbijn e presentato al Festival di Cannes del 2007 nella sezione Quinzane des Realisateurs, dove ha vinto la Camera d’Or, riconoscimento per la miglior opera prima. Il controllo, la paura di perderlo (She’s Lost Control) ossessionavano Ian. Nel vero senso della parola, come gli capitava durante gli attacchi di epilessia. Ma anche in senso più ampio, come se le cose a un certo punto gli stessero sfuggendo di mano, diventando troppo grandi. Si suicidò a 23 anni, il 18 maggio del 1980, alla vigilia del primo tour americano che avrebbe consacrato definitivamente i Joy Division.

Control inizia nel 1973, in sottofondo le note di Drive-in Saturday di David Bowie: c’è lui, come Lou Reed, tra gli idoli del giovane Ian. Insieme ai libri di James Ballard, alle poesie di Wordsworth. Vediamo scorrere la sua vita, tra le droghe, la scuola, il lavoro in un ufficio di collocamento, dove vedrà una ragazza avere un attacco epilettico, un presagio di quello che capiterà a lui. Ian conosce e sposa Deborah (dal suo libro, Touching From A Distance, è tratto il film) e incontra quasi per caso i ragazzi di una band che cerca un cantante. Vediamo il loro esordio, con il nome di Warsaw: poco dopo lo cambieranno in Joy Division, dal nome dei bordelli tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Eccoli in tv, con Transmission, ecco il primo attacco di epilessia al ritorno da un concerto a Londra. Una storia che si ripeterà spesso, anche sul palco. Anche la vita privata di Ian è fuori controllo: alla relazione con la moglie si sovrappone quella con una giornalista, in una sorta di schizofrenia sentimentale, che viviamo sulle note di Love Will Tear Us Apart.

Control è coinvolgente. E perfettamente coerente con lo stile di Corbijn, ma soprattutto con lo “spleen” che Ian Curtis e la musica dei Joy Division esprimono. Corbijn, olandese, si recò in Inghilterra nel 1979 per fotografare la scena post-punk e new wave, e visse in prima persona l’esplosione dei Joy Division, fotografando la band. Il film è girato in bianco e nero, marchio di fabbrica di Corbijn (la cover di The Joshua Tree degli U2, i video dei Depeche Mode). Un bianco e nero sgranato, che chi segue il rock conosce bene, con molte sfumature di grigio, perfetto per rappresentare il grigiore dei dintorni di Manchester, e quel male di vivere che ha accompagnato Curtis. Le inquadrature sono spesso fisse, come se fossero delle fotografie, con la macchina da presa addosso ai volti, per scrutarli, coglierne l’essenza, proprio come nelle sue celebri foto. L’occhio di Corbijn si ferma sugli oggetti: come quello stendipanni, quotidiano e squallido quando lo vediamo con le mutande appese, tetro presagio quando vediamo scorrere quella corda che lo sostiene, e capiamo che servirà a Curtis per impiccarsi. Il bianco e nero di Corbijn rende tutto più impietoso, la realtà come il dolore.

Accanto a Samantha Morton, che interpreta Deborah, Ian è impersonato in maniera straordinaria da Sam Riley: il suo sguardo fisso nel vuoto, impaurito e incredulo, di qualcuno capitato qui per caso, il suo muoversi a scatti, sembrano proprio quelli di Curtis. Quelle sue movenze sul palco, quella specie di marcia frenetica per restare fermo, sembrano rappresentare la sua vita. Una corsa che non è arrivata da nessuna parte. Perché ogni cosa nella vita di Ian Curtis aveva perso il controllo. E così se n’è andato. Come recita la canzone che chiude il film, Atmosphere: in silenzio.

(Pubblicato su Jam)

 

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08
Apr
10

Oltre le regole – The Messenger

Voto: 7 (su 10) 

Quante volte abbiamo visto una coppia di ufficiali dell’esercito americano bussare alla porta di una casetta di provincia per portare la notizia della morte di un soldato alla sua famiglia? Decine di volte. E la scena si è ripetuta molto spesso durante questi ultimi anni, con la tremenda guerra in Iraq portata spesso al cinema. Oltre le regole – The Messenger continua il mea culpa americano sul recente conflitto (vedi l’oscar a The Hurt Locker e Green Zone) ma lo fa con un punto di vista inedito. Per la prima volta assistiamo alla storia di chi le tremende notizie deve annunciarle. Reparto notificazione vittime. Così si chiama il reparto dell’esercito deputato a questo orribile compito. Un giovane reduce rientrato anzitempo dall’Iraq dopo essere stato ferito e decorato (Ben Foster) viene destinato a questo reparto, e affianca un esperto ufficiale che da tempo di occupa di queste mansioni (Woody Harrelson).

Freddezza. Distacco. Professionalità. Nessun abbraccio. Reperibilità a qualunque ora del giorno. Perché il reparto notificazione vittime deve arrivare per primo a dare la notizia. E ha una concorrenza che si chiama CNN, ABC, notiziari, internet e cellulari di altri soldati. È uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare. E poi capita che ci sia chi non vuole crederci. Chi se la prende con l’ambasciatore. E anche chi dice “non deve essere facile per voi”. Come una giovane vedova (un’intensa Samantha Morton) a cui il protagonista sembra avvicinarsi.

Finché morte non vi separi, recita una delle formule del matrimonio. Ma, dove non è la morte, è la guerra stessa a dividere le unioni tra le persone. Quelle che vanno in scena sono vite spezzate e coppie divise. C’è chi ha lasciato il proprio ragazzo dopo che è partito e sta per sposarsi con chi è rimasto a casa. Chi si è sposato di nascosto dalla famiglia appena prima che il proprio compagno partisse. Chi torna a casa, ma non è più lo stesso, e allora la moglie spera che riparta il prima possibile.

Tipico prodotto indipendente americano, fatto di uno script solido e una regia sobria, girato a ritmo di rock (il regista, Oren Moverman, è uno degli sceneggiatori di Io non sono qui, il film su Bob Dylan, e potrebbe dirigere un biopic su Kurt Cobain), Oltre le regole – The Messenger ha il pregio di non procedere per scene madri e svolte narrative ad effetto, ma per sfumature e approfondimento psicologico. E ogni snodo narrativo arriva nel modo meno scontato e prevedibile. Un altro pregio, che rende il film qualcosa di diverso da quello che ci si potrebbe aspettare, è la sottile ironia che lo pervade. Un’ironia che è tutta sulle spalle dell’ufficiale di Woody Harrelson. La sua ironia è quella del cinismo di chi deve staccarsi dalla materia che tratta per sopravvivere. Anche se – vedi il bel finale – non ci riuscirà completamente. Oltre le regole – The messenger è un film attuale, drammatico, ma anche una storia di amicizia virile e un buddy movie tragicomico, che mette in scena l’umana commedia della vita. La scelta di sposare il punto di vista dei “messaggeri” è vincente. Perché è come se l’America stessa volesse farsi carico delle sue vittime, mettersi in primo piano, assumersi la responsabilità di chi ha causato drammi che ricadono nella vita di migliaia di famiglie. E volesse scusarsi. Seppur con la fredda formula di rito. “Ci dispiace”.

Da vedere perché: è un film attuale, drammatico, ma anche una storia di amicizia virile e un buddy movie tragicomico. È come se l’America stessa volesse farsi carico delle sue vittime di guerra, assumersene la responsabilità

 












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