Posts Tagged ‘Robin Hood

12
Mag
10

Robin Hood. Ridley Scott gira il suo Robin Begins

Voto: 7,5 (su 10)

Robin Hood. Ma chiamatelo pure “Robin Begins”. Ridley Scott, insieme al suo sodale e attore feticcio Russell Crowe, porta al cinema l’ennesima versione di Robin Hood, e sorprende, proprio perché è qualcosa di completamente diverso dai Robin Hood che abbiamo visto finora. Come aveva fatto Christopher Nolan con il suo Batman, o anche Casino Royale, il primo 007 con Daniel Craig, il nuovo Robin Hood va alle origini del mito, alle origini della storia, per capire come un uomo è diventato un eroe, per capire le ragioni di una scelta, per capire chi è. Come si fa con le storie dei supereroi. Robin Hood è un prequel (o se preferite un reboot, come si dice quando una storia riparte da zero) di tutti quelli che abbiamo visto sul grande schermo. Vediamo così Robin di ritorno dalle crociate insieme al Re Riccardo Cuor di Leone: è un arciere, e si trova per caso a sostituire un nobile che sta portando in Inghilterra la corona del re caduto in guerra, ed è stato vittima di un’imboscata. Arrivato a Nottingham, prenderà il posto del nobile, e, dopo aver aiutato il nuovo Re Giovanni a sconfiggere l’invasione dei francesi, verrà nominato fuorilegge dal Re invidioso e diffidente, e inizierà a battersi per difendere le ragioni degli abitanti della zona di Nottingham, dove si è ormai stabilito.

Non esiste un solo Ridley Scott, ormai l’abbiamo capito da tempo. C’è quello leggero (Il genio della truffa, Un’ottima annata), quello visionario e fantascientifico (Blade Runner, Alien, di cui girerà un prequel) e quello epico (I duellanti, Il gladiatore, Le crociate). Quello di Robin Hood è chiaramente il terzo Ridley Scott. È evidente, sin dalla scelta di Russell Crowe come protagonista, che si punta a ripetere la ricetta de Il gladiatore: grande spettacolarità, toni epici, e una ricostruzione storica accurata, ma filtrata anche dalla fantasia di Scott, in modo da creare in tutto e per tutto un mondo in cui immergere lo spettatore. Come Il gladiatore, Robin Hood inizia con una grande scena a effetto (anche qui i toni sono uniformi, giocati sui grigi e sui verdi in modo da far risaltare solo il giallo del fuoco). E, come ne Il gladiatore, la chiave è un mix di ricerca storica accurata e di fantasia.

Robin Hood è una sorta di gemello del Massimo Decimo Meridio de Il gladiatore. Come lui è un uomo in divenire, qualcuno che all’improvviso cambia status sociale, identità e nome. Da ufficiale a schiavo e gladiatore uno, da arciere a cavaliere e fuorilegge l’altro. La differenza sta nel fatto che Robin sceglie in parte il suo destino, mentre Massimo è costretto. Robin sceglie di prendere delle nuove identità: lo vediamo, e questo è piuttosto inedito, imbrogliare, fingere. Ma erano tempi in cui bisognava bluffare per sopravvivere.

Come forse bisogna fare anche oggi. Robin Hood è un film tristemente attuale, che mette in scena uno stato in bancarotta, che ha speso ingenti fortune in una guerra che sembra non aver portato a niente ed essere stata un grosso errore (le Crociate come l’Iraq?). È un film che parla anche dei primi diritti civili, dei sudditi che aspirano a essere cittadini e che si rivoltano perché chi li governa ha rotto quel patto tra governanti e governati, abusando del proprio potere. E i cittadini non ci stanno più. Per questo Robin Hood si può inserire in pieno nell’era post Bush e post Blair, e raccontare il malcontento di un popolo che si è sentito tradito dai propri governanti, e del patto con cui sono stati eletti e gli è stato affidato il potere di decidere. E che non è stato rispettato.

Robin Hood sembra un film superiore a Il gladiatore: meno pomposo, meno ambizioso e più realistico (per quanto riguarda il racconto), e meglio scritto e recitato. Piace per la sua capacità di raccontare, per la curiosità che suscita nell’incedere di una storia a modo suo inedita. Certo, è girato da Ridley Scott nel suo tipico stile antirealistico (parliamo delle riprese) che viene dalla pubblicità: scene in controluce, tra fumo e polvere, frecce che partono al ralenti come nelle riprese still life di uno spot, musiche a effetto inserite nelle immagini che a volte sembrano un commercial (vedi il ballo tra Robin e Marian, una Cate Blanchett al solito maestosa: vi consigliamo di ascoltarla nella versione originale). Però, che classe: Scott gira l’ultima scena di battaglia come lo sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan. E poi sfidiamo chiunque a ripetere l’espressione di Russell Crowe, quando esce dall’acqua nell’ultimo scontro: natural born hero, eroe all’ennesima potenza. E più che mai il cinema, e il mondo, oggi hanno bisogno di eroi.

Da vedere perché: Robin Hood sembra un film superiore a Il gladiatore. Meno pomposo, meno ambizioso e meglio scritto e recitato. Piace per la sua capacità di raccontare, per la curiosità che suscita nell’incedere di una storia a modo suo inedita. E Russell Crowe è un eroe all’ennesima potenza

 

11
Mag
10

Speciale. Robin Hood, Russell Crowe e l’arte del tiro con l’arco

Al mio via scatenate l’inferno. Sì, Ridley Scott e Russell Crowe, regista e protagonista de Il gladiatore stanno per tornare sul grande schermo con Robin Hood, che aprirà domani il Festival di Cannes e uscirà contemporaneamente nelle nostre sale. La formula sarà quella de Il gladiatore: ricostruzione storica, grande spettacolarità. E soprattutto, come al solito, grande immedesimazione di Russell Crowe nel suo ruolo. Che in questo caso significa soprattutto un grande allenamento nel tiro con l’arco. Una disciplina quasi zen, in cui la concentrazione è fondamentale.

A spiegarci cosa comporta tirare con l’arco, nella serata organizzata venerdì scorso da Universal e Fusion Digital, è stato Giuseppe Bianchi, campione italiano ed europeo di tiro con l’arco ed esperto di arco storico (la sua scuola si chiama Howard Hill, come la controfigura di Erroll Flynn nel primo Robin Hood). “Robin Hood è stato girato in maniera molto realistica, non soltanto per quanto riguarda le attrezzature, ma anche come esecuzione del tiro” ha commentato Bianchi. “Il tiro con l’arco è legato all’istinto, al tiro da caccia e da guerra che i nostri antenati praticavano sin dal Paleolitico” ha spiegato il campione. “Il feeling con l’arco è basata sull’unica possibilità che aveva l’arciere, sia in caccia che in guerra” continua. “Significava vivere o morire: in caso di errore, la preda scappa, e il nemico ti uccide”.

“Il tiro con l’arco si basa sulla visione binoculare stereoscopica”, ci spiega Bianchi. Cioè quella dei nostri occhi. “Si tratta di capire l’esatta distanza della preda o del nemico. La chiave è l’alzo: se il nemico vicino l’arco si alza di meno, se è lontano si alza di più”. Ma non pensate che ci sia tutto il tempo per prendere la mira e calcolare la distanza. “Poi c’è la velocità di esecuzione” spiega Bianchi. “L’arciere deve riuscire a colpire nel minor tempo possibile: pochi secondi, in cui esce la parte più intima di noi. È qualcosa che conosciamo sin dal Paleolitico”. È proprio questo feeling naturale dell’uomo con l’arco quello che affascina. Qualcosa che l’uomo conosce da così tanto tempo da essere diventato qualcosa di innato, di acquisito. “Anche delle persone con handicap riescono a tirare con l’arco, in modo preistorico” spiega Bianchi. “È qualcosa di naturale e acquisito dall’uomo”.

L’arco è una scoperta che ha diecimila anni (il primo arco è stato risale a quell’era ed è stato trovato nelle torbiere del Nord Europa, ma la sua immagine si trova anche in alcune pitture rupestri) ed è stato utilizzato a ogni latitudine, dall’Australia, al Nord e al Sud America, fino al Medio Oriente e all’Asia, dove era utilizzato dai mongoli e dai tartari. Bianchi ci ha mostrato un arco longbow, un classico arco medievale fatto di legno di tasso, alto circa 180 cm. Tenendo un arco a 45 gradi si riesce a lanciare fino a 280-300 metri di distanza. Per tirare con l’arco si utilizzano varie prese, tra cui quella orientale, e quella mediterranea, che consiste nel tenere la freccia tra il dito indice e il medio per poi scoccare il colpo. È la presa che utilizza Russell Crowe in Robin Hood. Crowe, nelle featurette che raccontano la lavorazione del film, ricorda come un’altra cosa difficile sia posizionare la freccia lungo la corda.

Un altro elemento importante sono le frecce. Per il film sono state utilizzate delle normali frecce da caccia, quelle che di solito erano fatte con la punta di ossidiana ed erano buone per uccidere gli animali. In guerra, per trapassare le corazze, servivano frecce di altro tipo. “La quadrella romana ha la capacità di penetrare le corazze, grazie a una cuspide in ferro duro” racconta Bianchi. “Altre frecce avevano dei barbi, in modo che una volta entrate in profondità era più difficile toglierle”.

Ma veniamo alla preparazione per tirare con l’arco. Russell Crowe, per prepararsi al ruolo, è stato tre mesi nella foresta, in Australia, a volte anche scalzo. È arrivato a tirare fino a 200 frecce al giorno, il tipo di preparazione che fa un arciere olimpico. E si è reso conto che la difficoltà è tirare mentre si cavalca, mentre si corre, o mentre piove. Crowe ha voluto che il suo arco fosse il più simile possibile a quello medioevale. “Russell Crowe, o qualunque altra persona, per prepararsi a tirare deve fare un percorso” spiega il campione. “Si tratta di capire quale sia l’attrezzatura adatta, e poi di procedere per step: il tiratore deve imparare a gestire il mezzo, e capire quale sia l’attrezzo più consono al proprio fisico. Per tirare bene ci possono volere due o tre mesi. Ma conta anche l’allenatore: quello giusto sa tirare fuori l’arciere che è dentro di noi. Per questo il metodo di questo tipo si chiama costruttivista”.

 












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