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06
Set
12

The Bourne Legacy. Più che Matt Damon ci manca Paul Greengrass

Voto: 6 (su 10)

La curiosità, nell’avvicinarsi a questo nuovo film della saga di Bourne, è quello di capire come continua la storia senza il personaggio principale. Non c’è più Matt Damon, e non c’è più neanche il suo personaggio, Jason Bourne, quello che dava il nome alla saga. L’idea che permette alla storia di ripartire è quella che nel progetto Treadstone non ci fosse un solo Bourne. E infatti Aaron Cross (Jeremy Renner), il numero 5, è un altro tassello del mosaico che va fuori posto, che si ribella ai suoi capi, che vuole giustizia.

Insomma, quella di The Bourne Legacy è tutta  un’altra storia. Ma l’idea è quella di proseguire nella franchise, nel marchio, nel brand, come si direbbe nel marketing. E Bourne è ormai un marchio riconosciuto che può vivere anche senza il suo protagonista. Jason Bourne non c’è. Al suo posto c’è un altro agente, con una storia simile alla sua. Bourne così diventa un paradigma, una condizione esistenziale, quasi pirandelliana. E il marchio Bourne equivale a un nuovo modo, ormai consolidato e riconoscibile, di fare una spy-story, lontana dal mondo più fascinoso, iperbolico e pop dei Bond e delle Mission: Impossible: i film di Bourne sono più realistici, minimalisti, cupi.

In realtà quello che manca al film non è né Bourne né Damon: Jeremy Renner e il suo Aaron Cross se la cavano benissimo, e Renner è anche somaticamente simile a Damon, e forse è stato scelto proprio per questo. Quello che manca al film è la regia nervosa, cinetica, frenetica di Paul Greengrass, quella macchina da presa sempre nell’occhio del ciclone che è il suo marchio di fabbrica sin da Bloody Sunday e che ha caratterizzato nettamente il secondo e il terzo film della serie, ridefinendo i canoni dell’action movie. Gilroy invece punta più sul complotto, sulle trame delle stanze segrete della CIA. I suoi, da sempre, sono film di trama e di recitazione, giochi a incastro sapienti, ma anche noiosi.

Per questo The Bourne Legacy decolla tardi, e forse mai del tutto. Anche se si permette un grande cast (Rachel Weisz, nei panni di una scienziata, è vibrante e intensa, mentre Edward Norton, nei panni del cattivo, è forse un po’ sprecato e lasciato sullo sfondo). Ed è un film che vive di sequenze straordinarie, come lo scontro tra Cross e un lupo. Forse proprio questa scena è quella più simbolica della condizione degli agenti come Bourne e Cross: lupi solitari, cani sciolti e randagi, abbandonati a se stessi e condannati a vivere allo stato brado. The Bourne Legacy invece è un film simbolico di quella che è l’Hollywood di oggi: tutto ricomincia, tutto si rifà, tutto viene riprodotto all’infinito come nelle serigrafie di Andy Warhol. È pop art cinema. O povertà di idee?

Da vedere perché: la saga di Bourne riparte con un nuovo protagonista, Jeremy Renner, che non fa rimpiangere Matt Damon. Ma il nuovo regista, Tony Gilroy, non ha il tocco magico di Paul Greengrass












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