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26
Gen
12

The Iron Lady. Meryl Streep, una vera Lady di ferro

Voto: 6 (su 10)

It’s A Man’s, Man’s, Man’s World. È un mondo di uomini, come cantava James Brown, la politica. Soprattutto in un paese tradizionalista e conservatore come la Gran Bretagna. Margaret Thatcher è stata una donna forte, in grado di sovvertire schemi e tradizioni, e diventare la prima donna premier del suo paese. È un mondo di uomini: Margaret, in quanto donna, in quanto figlia di droghiere, lo vede così. Il film è narrato dal suo punto di vista, e in tutte le scene della vita politica, anche se a quell’epoca non era l’unica donna in parlamento, la Thatcher è la sola donna, perché sentiva di essere sola tra gli uomini. The Iron Lady parte quasi ai giorni nostri, in cui l’ex Lady di ferro è ormai un’anziana signora che si è ritirata a vita privata, e ha qualche problema a causa di una serie di lievi ischemie cerebrali. Nonostante il suo amato marito sia defunto da tempo, lei continua a “vederlo”, a comportarsi come se fosse ancora lì. I giorni della terza età della Thatcher sono il filo conduttore della storia, che viene ricostruita attraverso i ricordi, richiamati alla memoria da un rumore, da un’immagine o da una situazione. Vediamo così Maggie ragazza, sotto i bombardamenti delle Seconda Guerra Mondiale, la sua storia d’amore con il futuro marito Denis, l’ascesa politica, fino all’elezione a premier e all’arrivo al numero 10 di Downing Street. Fino alla crisi politica delle Falkland e alla guerra contro l’Argentina, in cui dimostrerà sangue freddo e uscirà da vincitrice.

Raccontare la storia con gli occhi della Thatcher stessa può essere una carta vincente, ma anche un rischio. A livello narrativo, si tratta più che altro di un problema di proporzioni: la parte della Thatcher anziana, utile come idea per legare la storia, sembra avere troppo spazio in confronto a quella relativa alla carriera della Lady di ferro. Dando un tono un po’ monotono e patetico al film. E finendo un po’ per svilire la figura della Thatcher politica, e per lasciare il pubblico non ancora sazio di informazioni: ad esempio, tutta la vita politica tra le Falkland e la caduta del muro di Berlino è raccontata con un’ellissi narrativa e un montaggio veloce, il rapporto con Reagan da un ballo. E così via. A livello di contenuti, leggere la storia di Margaret Thatcher dal suo punto di vista significa ascoltare (non aderire, certo) solo le sue ragioni. E non vedere la sua politica da un punto di vista più obiettivo. Le politiche dalla Thatcher sono state oggetto di contestazioni (nel film vediamo delle rivolte in immagini di repertorio, ma non basta certo questo a ricordarlo), e ancora oggi sono considerate l’inizio di una crisi economica e del lavoro che oggi è deflagrata. Non è certo di politica che si vuole occupare Phyllida Lloyd, la regista del film. E da lei non ci si aspetta nemmeno il film sulla Thatcher che avrebbe girato Ken Loach. Ma una visione un po’ più ampia, quella sì, avrebbe giovato al film.

A Phyllida Lloyd, che, come Clint Eastwood nel suo J. Edgar, ha avuto il coraggio di raccontare un personaggio controverso (per non dire negativo), interessa raccontare la Thatcher come donna, come figura, come simbolo. Come la protagonista di una tragedia shakespeariana, come una Elisabetta I, anche lei leader donna in un mondo di uomini. E proprio come la Regina Elisabetta (o come una star del cinema o del rock) è raffigurata la Thatcher della vita politica: ripresa in primi piani, dal basso, in movimento, luminosa e illuminata (ad arte). Il resto, in un film che non soddisfa appieno, lo fa Meryl Streep. E non è poco, anzi è tantissimo: con poco trucco, almeno negli anni della carriera politica, e con pochissimi vezzi attoriali, semplicemente la Streep è la Thatcher, non la interpreta né la imita. È un lavoro di mimesi, di sottrazione. Non ci scordiamo che è lei, perché non stravolge il suo aspetto fisico, ma crediamo in ogni momento di guardare la Thatcher. Non a caso, un Golden Globe vinto e un Oscar prenotato. Se potete, guardate il film in lingua originale: il lavoro sulla voce è straordinario, ancor di più se pensiamo che è un’attrice americana. Ma alla Streep niente è impossibile. Anche lei, a suo modo, è una Lady di ferro.

Da vedere perché: per Meryl Streep. Basta la parola.

30
Gen
11

Il discorso del Re. Il peso delle parole. E di un ruolo

Voto: 7,5 (su 10)

Le parole sono importanti. Sono tutto, a volte. Oggi in politica si parla spesso di leader “mediatici”, cioè di personaggi in grado di creare consenso grazie alla propria capacità dialettica. In poche parole, chi sa parlare oggi vince. Ma parlare è sempre stato importante, anche se parliamo del secolo scorso, tra gli anni Venti e i Quaranta. E non saper parlare può costare molto caro, soprattutto se si è un principe. Albert Frederick Arthur George Windsor (Colin Firth)è il secondogenito di Re Giorgio V d’Inghilterra. Nella prima scena de Il discorso del Re lo vediamo allo stadio di Wembley, negli anni Venti, all’inaugurazione di un evento: ma, al momento di parlare in pubblico, le parole non escono, la voce si inceppa. Il Duca di York è balbuziente. Difetto imbarazzante per un principe, figurarsi per un Re. Il destino vuole infatti che Re Giorgio V, padre il Albert, muoia, e che suo fratello, Edoardo VIII (Guy Pearce), sia costretto ad abdicare poco dopo essere diventato Re: è innamorato di una donna divorziata, Wallis Simpson, e vuole sposarla, ma l’etichetta di corte non prevede una simile ipotesi (su questa storia Madonna sta girando il suo secondo film da regista). Albert così, si ritrova Re, con il nome di Giorgio VI.

Si ritrova Re, e da Re dovrà parlare alla nazione. All’Inghilterra serve un sovrano che trasmetta sicurezza, fermezza, ora che sta per entrare in guerra. L’avversario è qualcuno che in fatto di dialettica sa il fatto suo, un certo Adolf Hitler. Anche Albert lo ammette. E tutto serve al popolo inglese, tranne che un Re balbettante. Così Albert si rivolge, seppur con ritrosia, a un logopedista fuori dagli schemi (Geoffrey Rush).

Il discorso del Re, che arriva nelle sale fresco delle 12 nomination ai premi Oscar, è uno di quei film inglesi che non si possono che definire impeccabili, dove tutto è al posto giusto. Pensate a Shakespeare condito con il classico humour inglese. Il regista Tom Hooper condisce con un pizzico di commedia britannica un tema che è molto serio, e soprattutto una storia che è vera. I temi sono shakespeariani: dalle successioni al trono e le trame di corte al peso del ruolo su un individuo che non si sente adatto. È evidente che nella balbuzie di Albert (anzi, Bertie, come lo chiama il suo logopedista) si possa leggere qualcosa di simbolico e psicologico, come un inconscio rifiuto del suo ruolo.

Il discorso del Re è tra i favoriti dell’Academy, anche perché c’è una certa tradizione che vede premiati film con personaggi che portano qualche tipo di handicap, e gli attori che li interpretano: anche in questo senso il film sembra il candidato perfetto per la statuetta dorata. Se non sarà facile portate a casa l’Oscar come miglior film (c’è da battere l’amatissimo The Social Network di David Fincher), sembra quasi scontato il premio a Colin Firth come miglior attore. In questa storia così lontana ma così vicina nel tempo (Bertie/Giorgio VI è il padre dell’attuale Regina Elisabetta), Firth è la punta di diamante di un cast perfetto: accanto a lui e all’istrione Geoffrey Rush, spiccano anche Timothy Spall nei panni di Winston Churchill ed Helena Bonham Carter, perfetta Regina Madre. A guardarla, sembra proprio di vedere lei da giovane.

Da vedere perché: è uno di quei film inglesi che non si possono che definire impeccabili, dove tutto è al posto giusto. Pensate a Shakespeare condito con il classico humour inglese

 

09
Mar
10

The Hurt Locker. La guerra-droga da Oscar

Quella della bomba che sta per esplodere è la deadline per eccellenza nello schema della suspence. Lo diceva anche Hitchcock: se sappiamo che sotto a un tavolo c’è una bomba che sta per esplodere, staremo in tensione in attesa che accada. E, a Hollywood, dopo una storia carica di suspence (la sfida con il kolossal Avatar), la bomba è esplosa. The Hurt Locker, di Kathryn Bigelow, ha vinto sei Oscar. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.

The Hurt Locker reitera all’infinito proprio questo schema dell’esplosione. E la tensione è sempre altissima. È la storia di un gruppo di soldati il cui incarico è di disinnescare le bombe, nella guerra in Iraq. È un nuovo punto di vista per raccontare la guerra. Ed è il punto di vista più vicino alla morte che ci sia. Gli artificieri si alzano ogni mattina sapendo più di ogni altro che quello potrebbe essere il loro ultimo giorno. Ma l’adrenalina dà loro una sorta di dipendenza, e anche una volta congedati dovranno tornare per fare quel lavoro così unico.

Kathryn Bigelow continua così il suo viaggio nelle psicologie di uomini che hanno una dipendenza: è il surf in Point Break, lo squid, cioè una droga elettronica che permette alle persone di rivivere ricordi e sensazioni, in Strange Days. C’è sempre qualcosa di energetico, nei film di Kathryn Bigelow, come dimostrano i titoli sopra citati. E The Hurt Locker è perfetto per quanto riguarda il ritmo e l’azione: la Bigelow con la prima sequenza ci porta dentro l’esplosione. La vediamo al ralenti, con i primi piani sulla materia che si disgrega. The Hurt Locker è un film potente, adrenalinico, carico di suspence. Con sequenze difficili da sostenere, come quella del bambino bomba. Ma guai a pensare che sia solo un film d’azione. Si legge, tra le righe, l’inutilità della guerra, e soprattutto il disagio dei soldati che si trovano in una terra straniera che non li vuole, che li sente come invasori. Che li scruta, li riprende, li fotografa. Si respira, nel film, un senso di accerchiamento e di paranoia, simile a quello che caratterizzava anche il suo capolavoro, Strange Days. Nel cinema della Bigelow c’è sempre qualcosa di futuristico. Qui la cornice a tratti è da film di fantascienza: robot di supporto agli artificieri, tute imbottite da quaranta chili e scafandro che sembrano quelli di un astronauta. Ma non si tratta di fantascienza. È la vita delle persone.

È un film che ha i suoi difetti, in ogni caso. L’azione a volte risulta ripetitiva, e alla storia manca un filo conduttore. È come se Salvate il soldato Ryan vivesse per due ore al ritmo dei (fantastici) primi venti minuti. Il film è tratto da una sceneggiatura di Mark Boal, giornalista che ha seguito le truppe americane per mesi in ogni azione. È lo stesso che scrisse l’articolo da cui Paul Haggis si ispirò per la sceneggiatura di Nella valle di Elah. Al film manca proprio uno sceneggiatore più esperto, qualcuno come Haggis che romanzi un po’ la storia. Il film diventa quasi una trasposizione in immagini di fiction di un reportage giornalistico. Ma questa può essere anche la sua forza. E, in ogni caso, il film funziona.

Una bomba che sta per scoppiare crea la suspence, si diceva (figurarsi se ci mettete anche un timer). Indipendentemente da quanto ci piacciono i personaggi. E i protagonisti di questo film ci piacciono parecchio, perché la regia ci fa entrare subito in empatia con loro. Piace quel loro andare incontro alla morte con incoscienza, e con un sorriso. È quell’ironia che permette di spezzare la tensione, di non impazzire. In questo senso, è sintomatica la battuta tra un superiore e l’artificiere. “Qual è il modo migliore di disarmare una di queste bombe?” “Quello in cui non muori, signore”.

 












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