Posts Tagged ‘novità commedia



17
Set
11

Crazy, Stupid Love. Non è un’altra stupida commedia americana

Voto: 6,5 (su 10)

Non è un’altra stupida commedia americana, recitava anni fa il titolo italiano di un film targato U.S.A. Prendiamo in prestito questo titolo, sperando che nessuno s’arrabbi, perché definisce bene questo Crazy, Stupid Love, commedia americana che, almeno in apparenza, potrebbe sembrare simile a tante altre. È un altro film sull’amore, un’altra commedia corale. Un altro Love, Actually o un altro Appuntamento con l’amore? Non proprio.. Si tratta di un film imprevedibile. Come non era prevedibile per Cal (Steve Carell), quarant’anni, di essere lasciato dalla moglie, e amore di una vita, Emily (Julianne Moore), che lo ha appena tradito. Com’è imprevedibile l’incontro di Cal, ritornato bruscamente nel mondo dei single, con Jacob (il lanciatissimo Ryan Gosling, che vedremo presto ne Le idi di marzo e Drive), playboy che prende il suo caso a cuore e lo aiuta a uscire dai primi impacci. Così come saranno imprevisti gli incontri di Cal con le sue nuove conquiste e quelli di Jacob. Tra cui c’è Jessica (la fresca e luminosa Emma Stone, a cui Jim Carrey ha dedicato di recente una – non si sa quanto seria – dichiarazione d’amore on line). Mentre il figlio di Cal nel frattempo si è innamorato della sua baby sitter.

C’è un qualcosa di “altmaniano” in Crazy, Stupid Love, quel qualcosa che racconta le storie di mondi diversi destinati poi a confluire in qualche modo in un unico punto. E, anche se questa definizione è da prendere con le molle, è qualcosa che non è per nulla scontato nel prevedibile mondo della commedia americana. Crazy, Stupid Love è un film che decolla lentamente, che si segue chiedendosi dove vada a parare. Un film che cresce via via fino ad arrivare a una serie di colpi di scena e di fuochi d’artificio finale. Una storia dove bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale. Un Manuale d’amore, questo sì riuscito bene, delicato e profondo, dove “ognuno ha qualcosa da imparare a volte”, come diceva la canzone di Beck in Se mi lasci ti cancello.

Anche lo spettatore avrà qualcosa da imparare. Avviso agli uomini: non sottovalutate il potere di Dirty Dancing sull’immaginario femminile. Fa sempre centro, come ci ricordava anche il simpatico film francese Il truffacuori. Certo, rimane il dubbio sul fatto che nei film americani (ma anche nei nostri non si scherza) tutti abbiano tantissimi soldi per conquistare la propria amata, alla faccia della crisi. Un’altra crisi, quella di mezza età, qui è raccontata in maniera opposta alla goliardia di Libera uscita dei Fratelli Farrelly. E, se rimane ancora qualche dubbio sulla capacità di fare presa di un attore come Steve Carell nel nostro mercato, rimane il fatto che Crazy, Stupid Love lasci in bocca un sapore amarognolo, gradevole proprio perché non è il solito, scontato, sapore dolciastro, dopo la visione. Perché non si chiude proprio con un lieto fine, ma più con un quieto fine.

Da vedere perché: la caratteristica di Crazy, Stupid Love è di essere imprevedibile, e di lasciare in bocca un sapore amarognolo, gradevole proprio perché non è il solito, scontato, sapore dolciastro.

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31
Mar
11

Boris Il film. La tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti

Voto: 7 (su 10)

Qual è l’anello di congiunzione tra Gomorra e il Cinepanettone? Detto così, sembra una cosa assurda, ma nell’Italietta di oggi tutto è possibile. Ce lo spiegherà René Ferretti (Francesco Pannofino), eroe dell’Italia odierna dei tagli alla cultura e del cinema omologato dai gusti televisivi. Tutto questo in Boris Il film, serie tv diventata ora pellicola in cui si ride tantissimo e in cui non c’è niente da ridere. Ferretti, regista televisivo, si ribella e lascia il set della serie tv che sta girando, Il Giovane Ratzinger, quando deve girare una scena al ralenti in cui il futuro Papa, alla notizia della scoperta del vaccino antipolio, corre felice su un prato della Baviera. Quando è troppo è troppo. Ora René è solo, non lavora più. Ma improvvisa arriva la proposta di riscatto: il grande schermo, un film d’autore e d’impegno, “un progetto alla Gomorra: un grande libro, un grande regista, e un film dove un po’ ci si capisce e un po’ no” come lo definisce il produttore, che ammette di non averci capito niente. Il libro d’inchiesta da portare sullo schermo è nientepopodimeno che La casta, di Rizzo e Stella. C’è da ricavare in poco tempo una sceneggiatura, fare il cast, e scegliere la troupe, che non può essere quella scalcagnata con cui Renè è solito collaborare. Ma le cose non saranno così semplici. Perché “la tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti”.

“La ristorazione è l’unica cosa serie in questo paese”. Infatti nel frattempo Arianna (Caterina Guzzanti), la storica assistente di Ferretti, ha aperto un locale, e gli sceneggiatori che cureranno l’adattamento propongono una sceneggiatura “all’impepata di cozze”. Ma ci sono anche sceneggiatori che vogliono fare de La casta un horror, un film cecoviano, chi vuole ambientarlo in Brasile, chi farne una commedia frizzante. E non finisce qui… L’Italia di Boris Il film non è per niente lontana dall’Italia di oggi: il pubblico affolla le sale per Natale al Polo Nord e Natale nello spazio, i genitori chiamano i figli Francescototti (tutto attaccato), a teatro si ride per comici che ripetono un solo tormentone come un mantra. È un’Italia in cui il livello culturale è ai minimi storici.

Boris Il film non le manda a dire. Ce n’è per tutti, Garrone, Calopresti, Virzì, la Rai. Per tutte le magagne della tivù, ma anche per i vizi e i vezzi dei cosiddetti “artisti” del cinema. Boris Il film vive di momenti memorabili, come Piovani che perde l’Oscar a poker, lo Stanis La Rochelle di Pietro Sermonti che fa Gianfranco Fini, Massimiliano Bruno che fa Neo in Matrix, la vecchia troupe che torna sul set al ralenti come in un western, e il duetto tra Ferretti e l’attrice sensibile e insicura. Si tratta di un’operazione coerente e intelligente: passando dalla tv al cinema, Boris alza il tiro e ambienta la storia nel mondo della Settima Arte (arte…si fa per dire). E usa il linguaggio del cinema: la fotografia e le inquadrature sono più cinematografiche rispetto alla serie, ridiventano televisive quando vediamo una soap opera, si trasformano in fotografia “d’autore”, ammantata di bianco, nelle scene del girato de La casta.

Boris Il film si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata. A tratti, per come viaggia dentro il lato oscuro del cinema, per come tocca la politica, raggiunge certi momenti de Il caimano. Ben scritta, ben recitata, con trovate geniali e un gran ritmo, ha solo un rischio: che sia davvero troppo colta e che il grande pubblico non colga tutte le sfumature, i riferimenti e l’ironia. Riesce però nell’intento di piacere anche a chi non è un fan della serie. A proposito del “caimano”. C’è anche lui in Boris Il film. Uno sceneggiatore di Cinepanettoni propone di iniziare il film con le parole “l’Italia è il paese che amo, qui ho le mie radici”. Ed è ancora dedicata a lui una delle battute più emblematiche del film. Quando Renè lascia il set televisivo dice: “Vado alla concorrenza”. La risposta è “Questo paese non ce l’ha una concorrenza. Siamo sempre noi”.

Da vedere perché: si fa volgare per denigrare la volgarità, si fa stupido per diventare un intelligente apologo dell’Italia di oggi. È una commedia non trash, che alza ulteriormente il tiro rispetto a prodotti come Benvenuti al Sud e Che bella giornata

 












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