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03
Nov
09

Arriva nelle sale Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalism defQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

 

 

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07
Set
09

Venezia 66 Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalismQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

(Pubblicato su Movie Sushi)












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