Posts Tagged ‘Marco Bellocchio

21
Mar
11

Sorelle Mai. Il cinema in continuo divenire di Bellocchio

Voto: 7 (su 10)

È il tempo il vero protagonista del film. Lo dice lo stesso Marco Bellocchio a proposito di Sorelle Mai (si scrive così, con la lettera maiuscola, perché è il cognome della famiglia al centro della storia), il suo nuovo film. Caso praticamente unico nella storia del cinema, almeno di quello italiano o più noto, Sorelle Mai è un film girato nell’arco di quasi dieci anni, dal 1999 al 2008. Nato da dei corti girati nell’ambito dei corsi di Fare Cinema tenuti dallo stesso Bellocchio a Bobbio, Sorelle Mai è ambientato proprio nella città de I pugni in tasca, e racconta il rapporto tra Sara, giovane attrice in cerca di successo (Donatella Finocchiaro), la figlia Elena (Elena Bellocchio, la figlia minore del regista), il fratello Giorgio (Piergiorgio Bellocchio, figlio maggiore del regista) e le due zie.

Sorelle Mai è un film in divenire, e un film che vive del divenire delle cose. Riunisce in un unico film quello che fece in più opere Truffaut con il suo Antoine Doinel, da I 400 colpi in poi: vede crescere i personaggi insieme ai suoi attori. È emozionante seguire sullo schermo la piccola Elena dai quattro ai quattordici anni, prima bambina poi adolescente, vederla prima giocare e poi studiare il latino e affrontare i primi appuntamenti. Sorelle Mai è divenire perché ci mostra come agisce la vita, come agisce il tempo facendoci crescere e cambiare. E cambiando le cose intorno a noi. Ed è divenire perché è diventato un film da qualcos’altro, da una serie di saggi di scuola, di frammenti sperimentali. Come l’Inland Empire di David Lynch, diventato film da un corto di 14 minuti.

Sorelle Mai è cinema in bassa definizione di immagini ed ad alta definizione di caratteri e personaggi: l’alta definizione della realtà. Della crescita di Elena sullo schermo come nella vita abbiamo detto, ma sono reali anche le due zie della famiglia, le vere sorelle del regista, Maria Luisa e Letizia Bellocchio, che mettono in scena se stesse, la loro storia, i loro ricordi. Sorelle Mai nel copione, sorelle “mai” nella vita che non hanno mai avuto, imprigionate dalla famiglia che non ha mai permesso loro una vita autonoma, rimaste sempre in casa come signorine ottocentesche, prese da un mondo gozzaniano, pasoliniano o cecoviano, come ha spiegato Bellocchio. Che a loro dedica al film. Sorelle Mai mescola realtà e finzione fino a sfumare l’una nell’altra. E accanto ad attori non professionisti ci sono grandi attori: su tutte spicca Donatella Finocchiaro, con la sua ormai proverbiale bellezza dolce e dolente. Essendo fatto di frammenti il film manca di coerenza narrativa, ed è un peccato che la storia centrale venga poi abbandonata, spostando troppo l’attenzione verso alti personaggi, o introducendo qualche fatto drammatico (gli strozzini, un suicidio) dove il film aveva lo scorrere naturale della vita.

La poesia è una sorta di ritorno a casa, diceva il poeta Paul Celan. Per Marco Bellocchio è il cinema il suo ritorno a casa, e le scene de I pugni in tasca, girate proprio a Bobbio, inserite nel film, testimoniano la sua partenza e il suo arrivo, il rapporto tra l’autore e i suoi luoghi, e quello tra realtà e finzione. Per Marco Bellocchio è un cerchio che si chiude.   

Da vedere perché: è un film in divenire, e un film che vive del divenire delle cose. Riunisce in un unico film quello che fece in più opere Truffaut con il suo Antoine Doinel, da I 400 colpi in poi: vede crescere i personaggi insieme ai suoi attori

 

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28
Mag
09

Vincere. Il Duce che visse due volte

Voto: 8 (su 10)

11070_bigÈ un corpo anti-iconico, o ante-iconico, quello del Mussolini di Vincere di Marco Bellocchio. Incarnato da un Filippo Timi ancora incredibilmente somaticamente fascista dall’occhio affebbrato e infervorato, quello che vediamo nel film di Bellocchio è un Mussolini diverso da quello che siamo abituati a vedere nei filmati e nelle foto d’epoca. È il Benito Mussolini prima di diventare Duce, con i capelli e i baffi, socialista e direttore dell’Avanti, nella Milano della Prima Guerra Mondiale. È lì che incontra Ida Dalser, giovane attrice trentina, con cui vivrà una grande passione, e che rinnegherà insieme al figlio che gli diede, dopo il matrimonio con Rachele, nonostante lei abbia venduto tutto ciò che aveva per finanziare il suo nuovo giornale. Il Popolo d’Italia nasce dalla scissione con l’Avanti e il Partito Socialista, e testimonia il suo irredentismo, che con il tempo diventerà fascismo. È un corpo spesso nudo, stentoreo, potente, quello di Timi/Mussolini. Che accanto a quello di Giovanna Mezzogiorno, mai così sensuale, trasporta nel privato quello che è avvenuto a livello storico: la fascinazione di una donna (e poi di un figlio) per un uomo è la stessa che, su un altro piano, ha coinvolto un’intera nazione. Per questo Ida è un po’ l’Italia che ha amato Mussolini, si è fidata di lui e da lui è stata tradita.

Accanto ai due corpi c’è un mondo, un’epoca. E Bellocchio sceglie di raccontarlo in maniera molto particolare. A partire dalla scelta di far sparire il giovane Mussolini di Timi a metà film, da quando cioè esce dalla vita di Ida. Che ritroverà i suo Benito, diventato ormai un altro – senza capelli, senza baffi, in uniforme – nelle immagini dei cinegiornali che vede al cinema. Al Mussolini di Timi si aggiunge allora quello vero, preso dalle immagini di repertorio. Ed è un ingresso deflagrante, come quello di un grande attore. Un corto circuito cinema-realtà che non penalizza il film, ma lo rafforza. Perché tutti noi vediamo Mussolini come lo vede Ida, dopo averlo conosciuto da vicino: è diverso, è lontano, è enorme, nel senso delle dimensioni che ha raggiunto il suo potere come in quello delle immagini su grande schermo che – primo grande leader mediatico precursore dei politici odierni – ne rimanda le gesta e le parole in tutta Italia. Quelle immagini di repertorio allora servono proprio a testimoniare una distanza. E diventano ancora più beffarde quando rivediamo Filippo Timi, stavolta nei panni del figlio di Mussolini e della Dalser, ormai grande, mentre – Duce che visse due volte – ripete le parole del padre in uno dei discorsi che ha appena sentito, dimostrando evidentemente di subirne la fascinazione.

Le immagini di repertorio sono la chiave vincente di un film che vive su visioni di grande potenza, che si spostano dal reale allo storico, dal drammatico all’onirico, come accade spesso nel cinema di Bellocchio. È un film che procede con uno stile che sposa quello del tempo in cui sono ambientate le vicende: futuristico e d’avanguardia, con le scritte futuriste (Guerra! Guerra! Guerra!) che si sovrappongo alle immagini e un montaggio più serrato, melodrammatico e vicino al cinema popolare in voga negli anni del fascismo nella seconda parte. Sentiamo Timi/Mussolini pronunciare i ta-ra-ta-ta-ta e i bum-bum-bum, parole futuriste, a un’esposizione d’arte. Vincere è puro cinema, ma è anche un’opera meta-artistica, dove cinema (vediamo passare molti capolavori del cinema muto, tra cui Il monello di Chaplin), letteratura e arte si fondono, in un’atmosfera oscura e piena d’ombre ricreata dalla fotografia di Daniele Ciprì. È un quadro oscuro, nerissimo, come lo sono stati gli anni che, magnificamente, racconta.

 Da vedere perché: racconta la Storia con uno stile unico ed immagini indelebili

 

 












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