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26
Feb
10

Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso. Manuale d’amore/odio

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Voto: 4 (su 10)

Ne aveva minacciati cinque, Giovanni Veronesi, di manuali d’amore. Si è (per ora) fermato a due, spostandosi su altri prodotti dalla forma simile. Come questo Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso. Che di fatto, anche se non di nome, è un Manuale d’amore volume terzo. Il rapporto con i figli, infatti, è una fase successiva del rapporto di coppia. E quella tra genitori e figli, in un certo senso, è una grande storia d’amore. D’amore/odio, sarebbe meglio dire.

Anche la confezione di Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso è la stessa dei manuali d’amore: fotografia patinata e dai toni caldi, struttura ad episodi. In questo senso c’è una novità interessante, a livello narrativo: una sorta di struttura a scatole cinesi, una storia con dentro un’altra. Alberto (Michele Placido), professore di italiano, dopo una litigata con il figlio Gigio, che vuole andare al Grande Fratello, assegna alla classe il tema “Genitori e figli: istruzioni per l’uso”. Sulla sua storia si innesta allora quella della quattordicenne Nina (Chiara Passarelli, finalmente un’adolescente vera e non smorfiosa come quelle che siamo abituati a vedere nei nostri film), alle prese con i genitori in via di separazione (Luciana Litizzetto e Silvio Orlando), un fratellino razzista e i  primi amori.

Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso parte dal conflitto tecno-mediatico tra generazioni (dalla porta USB a YouTube al Grande Fratello), per passare in rassegna tutti i problemi delle nuove generazioni: razzismo, smania di apparire, sesso, droga, discoteche. Tutto, come in un manuale, passato in rassegna in maniera “enciclopedica”, ma non letteraria. Tutto viene accennato, elencato, ma mai approfondito. Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso è appunto un manuale: la sceneggiatura è a tesi, schematica, programmatica. Tira fuori un argomento, un tema, e poi lo lascia cadere. Pensiamo al fenomeno delle baby cubiste nelle discoteche pomeridiane, accennato e poi abbandonato, facendo sparire un personaggio. O al razzismo, con il fratellino di Nina che non sopporta gli stranieri: a un certo punto del film ritorna sullo sfondo, senza che il suo problema venga risolto, né che in lui ci sia una crescita.

Ma quello che è più grave, è che se un film del genere tira fuori un argomento come il razzismo, è probabilmente per denunciarlo. E poi finisce per mostrare una scena in cui il padre del bambino rom ferito promette di chiudere la faccenda, a patto che gli vengano dati dei soldi. E così si ricade nei luoghi comuni, e a un cinema piccolo borghese di casa nostra (ricordate Bianco e nero di Cristina Comencini?) che fatica a levarsi di dosso un piccolo razzismo di fondo, e a rimanere così lontano dalla realtà da raccontarla solo per sentito dire. Il problema non è solo questo, certo. Ma nel film di Veronesi non si ride, né si piange, né si approfondiscono davvero i problemi. Si guarda scorrere le vite degli altri, sapendo che sono finte. Tranne che in un momento: la scene finale in cui tutta la famiglia si getta in mare per nuotare tra le ceneri disperse della nonna. Un fatto realmente accaduto alla famiglia di Veronesi, uno sprazzo di vita reale che coglie nel segno. Fosse tutto così il film, sarebbe poesia.

Da non vedere perché: Come in un “manuale”, tutto viene accennato, elencato, ma mai approfondito. E si racconta la vita per sentito dire, scivolando in luoghi comuni e razzismi

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