Posts Tagged ‘Luca Argentero

26
Nov
10

La donna della mia vita. Giochi di ruolo per Argentero e Gassman

Voto: 6,5 (su 10)

Viva la mamma. Siamo in Italia, e la mamma è una delle istituzioni per eccellenza. Ed è una mamma, Alba, il sole intorno alla quale girano i satelliti, i suoi due figli, Leonardo e Giorgio. Il pelouche e il piacione: dolce, sensibile e fragile il primo, latin lover e infedele il secondo. È proprio mamma Alba a presentarceli e a raccontarci la storia dei suoi due figli, mentre si rivolge direttamente a noi guardandoci dall’alto in basso sul grande schermo. In realtà non si rivolge a noi, ma a qualcun altro. Ma questo lo scopriremo alla fine. Come scopriremo che è stata lei a influenzare i due figli. Che non sono buoni o cattivi: è che li hanno disegnati così. Interpretano i ruoli che sono stati loro assegnati. A cambiare le cose sarà l’incontro con Sara, che si fidanzerà con Leonardo. Ma che è anche l’ex amante di Giorgio. Una serie di segreti e bugie verrà fuori, fino ad invertire a sorpresa i ruoli dei due fratelli, come se si trovassero in Face/Off di John Woo.

La donna della mia vita, film milanese e invernale (con tanto di neve che al cinema fa tanto New York) è il nuovo film di Luca Lucini. E come al solito, chi conosce i suoi film lo sa bene, si tratta di un film di attori. Il cast ancora una volta è scelto e diretto alla perfezione: Luca Argentero e Alessandro Gassman sono Leonardo e Giorgio, e impersonano due tipologie tipiche, l’uomo più moderno, sensibile e tenero, e il macho classico, un po’ bastardo. Quello che sembra piacere di più alle donne. Sara è Valentina Lodovini, e al solito è molto affascinante. Ma sono ancora più azzeccate le figure dei genitori: la mamma Alba è quella Stefania Sandrelli svampita e logorroica che ormai è un classico (ma qui ha un pizzico di perfidia in più). A interpretare il marito Sandro c’è un Giorgio Colangeli insolitamente “milanese”. La regia di Lucini è al servizio di questi attori e di una sceneggiatura quasi di stampo teatrale, e, come ormai ci ha abituato, confeziona una commedia brillante di stampo internazionale, più americana ed europea (si ispira alle commedie americane degli anni Cinquanta) che italiana. La sua regia ha qualche piacevole colpo di genio: come quella foto che Leonardo raccoglie, ma che noi non vediamo, e in questo modo non ci fa sapere se ha capito o meno che Sara è la ex di suo fratello. O come quando Alba dialoga con il suo ex, Alberto (un divertente e divertito Franco Branciaroli) tramite la tv, mentre lui fa l’inviato a un tg.

Se La donna della mia vita è sceneggiato con brio da Teresa Ciabatti e Giulia Calenda, soffre del soggetto un po’ troppo schematico (come al solito) di Cristina Comencini. Ma al di là della storia, e del messaggio non proprio edificante, secondo il quale tradimenti e bugie sono peccati piuttosto veniali, si tratta di un film molto attuale. Si parla molto infatti di look e di apparenze: la continua gag sull’età dei personaggi, l’ossessione per la linea e per il proprio aspetto fisico, il ricorso alla chirurgia plastica. Ci sono poi altri temi ricorrenti, come i figli, il passato che continua a ritornare e le persone che non si riescono a dimenticare, che, come i temi di una sinfonia, si rincorrono e scompaiono per poi ritornare. Tra le musiche di Blondie e Lily Allen, e Il bacio di Hayez, La donna della mia vita è un film piacevole da vedere, anche se non rimane impresso come altri film di Lucini. Un regista che è un Artista, qualcosa di più che un Artigiano, e qualcosa in meno che un Autore, dimensione alla quale si è avvicinato parecchio con Solo un padre, che rimane il suo film migliore.

Da vedere perché: Lucini, come ormai ci ha abituato, confeziona una commedia brillante di stampo internazionale, più americana ed europea che italiana

 

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22
Ott
09

Festival di Roma. Oggi sposi. Quattro matrimoni e un tribunale…

Voto: 7 (su 10) 

oggi sposi 2Quattro matrimoni senza alcun funerale. È il nuovo film di Luca Lucini, Oggi sposi, presentato al Festival di Roma fuori concorso. Non tutti i quattro matrimoni, sullo schermo, riescono. È un matrimonio piuttosto riuscito invece il film di Lucini. Nel senso che sposa due filoni della commedia italiana che finora erano rimasti su due binari diversi: il cinema più popolare degli incassi garantiti di Fausto Brizzi e Marco Martani (autori sia dei cinepanettoni di Neri Parenti che delle Notti prima degli esami) e la commedia più sofisticata e legata alla realtà di Fabio Bonifacci (Lezioni di cioccolato, Diverso da chi?, ma soprattutto Si può fare). Il risultato è quello che potremmo definire la terza via della commedia: né cinepanettone, né commedia sentimentale, ma commedia pura, con un occhio al passato e uno al presente.

C’è tanta Italia di oggi nelle vicende del film. Ci sono Nicola (Luca Argentero) e Alopa (Moran Atias): lui poliziotto pugliese, lei figlia dell’ambasciatore indiano, che vuole sposarsi con rito Indù. Solo che la famiglia di lui pensa che gli stranieri siano tutti in cerca di permesso di soggiorno, e pensa che gli indiani siano quelli dei western (“sono stato sempre dalla parte degli indiani: il generale Custer era uno stronzo” afferma un Michele Placido in forma strepitosa). Ci sono Salvatore (Dario Bandiera) e Chiara (Isabella Ragonese), due precari con bimbo in arrivo che per organizzare un matrimonio a costo zero si imbucano con 72 invitati al matrimonio dell’anno: quello della platinatissima starlette Sabrina Monti (Gabriella Pession) e del furbetto del quartierino Attilio Panecci (Francesco Montanari), che si sposano al castello di Bracciano come Tom Cruise. Al matrimonio arriverà anche l’integerrimo pm Fabio Di Caio (Filippo Nigro), che indaga sui traffici di Panecci. Però ha altri problemi: il padre (Renato Pozzetto) sta per sposarsi con la giovane Giada (Carolina Crescentini)…

Ci sono tutte le italiette di oggi nel film di Lucini. C’è l’Italia dell’integrazione e dello scontro di civiltà, quella che stenta a creare un menù dove il pollo Tandoori viene dopo le orecchiette con le cime di rapa, e alle danze indiane si mescolano la pizzica e la taranta. C’è l’Italia precaria, quella di tanti eroi quotidiani dell’arte dell’arrangiarsi. C’è l’Italia mediatica delle veline e delle proposte di matrimonio veicolate via rotocalco, e del fatidico “sì” ripetuto cinque volte come un ciak televisivo. E c’è, nell’ultimo episodio, l’Italia dei magistrati e quella dei “Papi” che frequentano le ragazzine.

C’è anche l’Italia di ieri. Perché il film di Luca Lucini è qualcosa di molto diverso da quello che siamo abituati a vedere al cinema. È una commedia sopra le righe, grottesca, che si rifà alla Commedia all’Italiana degli anni Sessanta, quella de I mostri e dei Brutti, sporchi e cattivi. Di quei personaggi caratterizzati anche fisicamente, caricaturali (il parrucchino di Filippo Nigro, i capelli biondo platino della Pession come i dentoni di Sordi), ma umani. La ricetta del film è fatta di una scrittura briosa, dell’uso non banale dei dialetti, di tempi comici spesso perfetti, di un uso comico della musica, ma soprattutto di un gran lavoro di casting: come in ogni lavoro di Lucini, specialista e meticoloso nella scelta degli attori, il cast è eccellente, e colpisce l’utilizzo di grandi interpreti (Placido, Pozzetto, Pannofino) anche nei ruoli minori. Trattandosi di quattro storie, non tutto può essere a fuoco, ci sono episodi più riusciti di altri, e qualche momento di stanca. Potrebbe andare ancora più in là, il cinema di Lucini, portando il pubblico verso una commedia ancora più adulta e internazionale. Perché in Oggi sposi c’è anche molta commedia americana, dalla comicità slapstick fino alla commedia americana degli equivoci, erede della screwball comedy. C’è tanto, forse anche troppo in questo film. È una formula da perfezionare, ma possiamo parlare di un matrimonio riuscito.

Da vedere perché: è la terza via della commedia italiana, né cinepanettone né commedia sentimentale, ma commedia pura. Si ride: è un matrimonio ben riuscito.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

09
Set
09

Venezia 66. Il grande sogno. Sogno o son desto?

Voto: 5 (su 10) 

locandina sognoSogno o son desto? Son desto. Dai sogni del Sessantotto l’Italia si è svegliata ormai da tempo. E dal sogno di un grande cinema italiano anche. Il grande sogno di Michele Placido si inserisce nel solco del cinema italiano di oggi, vicino a forme televisive, e poco capace di osare. Il grande sogno, presentato a Venezia in concorso, è un film autobiografico, o quasi. Nicola (Riccardo Scamarcio), il protagonista del film, è un ragazzo pugliese che arriva a Roma per fare il poliziotto. Ma ha il sogno di fare l’attore. Proprio come Placido. Incontra Laura (Jasmine Trinca), una giovane studentessa di fisica all’Università La Sapienza, proprio mentre scoppia la contestazione del Sessantotto. Infiltrato dalla polizia, partecipa all’occupazione e si innamora di lei. Ma, tornato a lavorare in divisa, si troverà a sedare una manifestazione, dall’altra parte della barricata. Come i fratelli de La meglio gioventù. Laura allora si avvicinerà a Libero (Luca Argentero), leader del movimento studentesco.

Chissà se è una coincidenza che, proprio come Tornatore con Baarìa, anche Placido scivoli su quello che dovrebbe essere il film della sua vita, quello più sentito perché parla di sé e dei suoi valori, e, come Tornatore, non riesca a emozionare con un racconto in cui l’elemento emozionale è proprio la base della storia. Come Tornatore, anche Placido vuole raccontare tutto, e così va di fretta, corre avanti senza soffermarsi sulle cose. E per andare veloce, inevitabilmente, semplifica. Così Il grande sogno è un bignami del Sessantotto, che mette in scena tanti fatti storici, tanti personaggi chiave (da Che Guevara a Martin Luther King), senza che nessuno riesca a fissarsi, a rimanere. Ci sembra più che altro un problema di sceneggiatura, che schematizza ogni personaggio e ogni ruolo cristallizzandolo, e rende prevedibile ogni scena. Siamo lontani da La meglio gioventù (certo, bisogna riconoscere che lì c’erano sei ore, eppure il Sessantotto era solo un capitolo). Proprio rispetto a quel film, sembra che i personaggi non si evolvano mai. O meglio: li vediamo cambiare per le azioni che fanno, ma non sembrano dare l’idea di una vera crescita.

È un peccato, perché alcune scene (come le scene di massa e degli scontri) sono girate bene, con mano decisa. E gli attori sono bravi. Se Scamarcio offre quello che ci aspettiamo (sguardi carichi d’ardore), ancora una volta è una sorpresa Luca Argentero: da padre single dolcissimo (e borghese) a gay convincente e fuori dai clichè, a questo leader comunista macho e carismatico, il passo non è breve. Eppure ancora una volta ce la fa. Accanto a lui Jasmine Trinca, che proprio La meglio gioventù ci aveva rivelato, e che, oltre a recitare col volto, ora recita con il corpo: è diventata finalmente donna, intensa e sensuale.

Il grande sogno era quello di un mondo senza ingiustizie. Il grande sogno era quello di Placido di diventare un attore. Il primo è ancora lontano dal realizzarsi. Il secondo è realtà. E Placido ha dimostrato anche di essere un bravo regista (Un eroe borghese, Romanzo criminale). I sogni son desideri. E speriamo che si avveri uno dei desideri di Placido, il film su Craxi che qualche anno fa dichiarò di voler fare. Sarebbe un occasione di parlare del passato per parlare del presente.

Da non vedere perché: è un bignami del Sessantotto, che mette in scena tante cose senza che nessuna riesca a fissarsi

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












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