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21
Mag
10

Speciale Lost Stagione 6. Quasi vicini alla fine

“Siamo quasi vicini alla fine”. È Jacob, il deus ex machina dell’Isola, a pronunciare queste parole in What They Died For, il penultimo episodio (il n.16) della sesta e ultima stagione di Lost. Che chiuderà i battenti nell’attesissimo gran finale del 23/24 maggio (domenica 23 in America, mentre saranno le sei di mattina del 24 da noi). Sono le parole di Jacob, ma rappresentano proprio il punto in cui siamo arrivati in una delle saghe più appassionanti della storia della televisione: ancora una puntata (doppia) e tutto sarà finito. Ci sentiremo tutti un po’ più vuoti. Ma anche liberi da un’ossessione. Quella di capire cosa diavolo sia quest’Isola e cosa ci stiano a fare i naufraghi.

Com’era prevedibile, la sesta stagione non chiarisce tutti gli interrogativi delle stagioni precedenti, ma svela alcune cose, alcune in maniera un po’ deludente, altre in maniera più soddisfacente. Proprio nell’episodio 16, What They Died For, abbiamo visto Jacob, che abbiamo capito essere il custode dell’Isola, parlare con i quattro “candidati” a prendere il suo posto come custodi. Si tratta di Jack, Kate, Sawyer e Hugo/Hurley. Sono loro, tra i naufraghi, quelli più importanti. E quelli che – finora – sono sopravvissuti. Scelti non a caso: ognuno di loro nella vita reale stentava a trovare un senso alla propria vita, era solo, aveva fallito, o aveva dei demoni da cui scappare. Per loro l’Isola è una possibilità, è una redenzione, una vocazione. E non stupisce che ad accettare la “chiamata” sia stato Jack, il dottor Sheperd, colui che più di tutti sembra avere sofferto nella sua vita sulla terraferma. Colui che, vista anche la sua professione, dalla prima serie ha cercato di salvare la gente. È una figura cristologica, il Jack Sheperd di Lost. Così come Jacob sembra la figura più vicina a un Dio, vista la sua onniscienza. Ma è un dio mortale, e infatti lascia il suo posto a Jack. Ogni medaglia ha il suo rovescio. E come il Diavolo fu creato da Dio facendo cadere un angelo, così è stato proprio Jacob a creare l’Uomo in Nero, una figura volutamente senza nome, che altri non è che il suo gemello. Rivoltatosi contro la madre, per la sua voglia di conoscere il mondo da lei negata, è stato punito da Jacob e trasformato in un mostro di fumo nero (altra risposta che finalmente abbiamo avuto). Che, in quest’ultima serie, ha preso le sembianze di John Locke. Vuole a tutti i costi, da centinaia di anni, abbandonare l’Isola. E ora vuole distruggerla.

Stiamo finalmente avendo delle risposte alla domanda PERCHE’?. Si tratta di capire perché  il destino dei naufraghi è stato quello di finire sull’Isola. Nella prima stagione la domanda era DOVE? (dove siamo?), nella seconda COSA? (cosa c’è nella botola?), nella terza e la quarta CHI? (chi sono gli altri?), e nella quinta QUANDO? ( i viaggi avanti e indietro nel tempo). Ma c’è ancora un COSA da capire: che cos’è l’Isola? Da tempo, come molti, sosteniamo che sia qualcosa di simile al Purgatorio, una “terra di mezzo” dove le persone sono messe alla prova, espiano le proprie colpe, ed escono “purgati”, purificati. O muoiono, magari dopo aver ritrovato se stessi. L’episodio Ab Aeterno ci ha spiegato che forse ci siamo andati vicini: Jacob mostra a Richard una bottiglia di vino, con un tappo. Se nella bottiglia ci sono tutti i mali del mondo, l’Isola è il tappo. È quella cosa che permette al Male di non uscire e di non invadere il mondo. La porta degli Inferi? Nella puntata 15, Across The Sea, abbiamo finalmente visto cos’ha di prezioso l’Isola: una fonte in cui è custodita una luce (“la” luce?). Se qualcuno entra nella fonte per far uscire la luce, rischia di far uscire la luce che c’è in ognuno di noi. Tra poco avremo le risposte.

Ma siamo sicuri che vogliamo averle? Lost è una di quelle opere che affascinano più per le domande che pone che per le risposte che dà. E la sua sapiente arte è proprio quella di affascinare, spiazzare, disseminare indizi. Un po’ come un film di David Lynch (e infatti è probabilmente il miglior prodotto narrativo televisivo dai tempi di Twin Peaks). A questo proposito, la sesta e ultima stagione ha

introdotto un ulteriore elemento narrativo. Se finora J.J. Abrams (in Lost ma anche nei suoi film) aveva approfondito le personalità dei personaggi in una dialettica tra presente, passato e futuro (mostrami da dove vieni e ti dirò chi sei), raccontando il prima e il dopo Isola in una serie di flashback e flashforward, qui introduce un’altra categoria: i flash-sideways, in cui racconta una realtà alternativa, un “what if”. Ci mostra quale sarebbe stata (o qual è) la vita dei passeggeri dell’Oceanic senza il fatidico incidente. I nostri atterrano a Los Angeles,  ma sono destinati a incontrarsi comunque. E, cosa ancora più curiosa, una serie di deja vù sembra far capire loro che l’Isola nelle loro vite c’è stata lo stesso. La risposta potrebbe essere questa: l’esplosione che chiudeva la quinta serie e apriva la sesta, potrebbe aver cancellato (o meno) i fenomeni elettromagnetici dell’Isola, e aver impedito lo schianto del volo Oceanic 816. Così la vita vera dei protagonisti potrebbe essere quella che vivono a L.A. O l’esplosione potrebbe aver fallito e quella di Los Angeles potrebbe essere soltanto un’ipotesi. Anche questo lo scopriremo solo vedendo.

Archetipica e ancestrale, Lost è Odissea e Iliade messe insieme: delle persone costrette a vagare lontano dalla propria casa, senza poterla raggiungere, e destinate a non trovare pace nemmeno una volta giunte a destinazione. Persone costrette sempre alla guerra, allo scontro con degli “Altri”. Ma Lost, come i vecchi poemi epici, non opera solo sulla storia, ma va a livelli più profondi, a scavare nel nostro inconscio. Non a caso nelle vicende di molti dei personaggi ci sono dei rapporti irrisolti con i propri padri. C’è la presenza di qualcuno che tesse le fila del Destino, come le mitologiche Parche. Ancora poche ore, e capiremo quale sarà il Cavallo di Troia scelto da J.J. Abrams e Damon Lindelof per concludere la storia.

 

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