Posts Tagged ‘la pianista

02
Nov
09

Il nastro bianco. Il terreno fertile per i semi del Male

Voto: 8 (su 10)

nastroChe cos’è il nastro bianco? È un segnale, un simbolo, un monito di innocenza e purezza. Viene applicato ai bambini quando rompono le regole, quando peccano, per ricordare loro di tornare sulla retta via. È un nastro bianco, ma è come una lettera scarlatta. Siamo nel 1913/14, in un villaggio protestante della Germania del Nord, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Nella comunità, dedita all’agricoltura e all’osservanza di rigide regole morali e religiose, cominciano ad accadere strani avvenimenti. Il medico cade da cavallo dopo che una fune è stata tesa appositamente. L’uccellino del pastore viene trovato trafitto da delle forbici. Il figlio del barone viene trovato ferito. E poi capita anche a un bambino handicappato. È una serie di “funny games”, di giochi per nulla divertenti. Parliamo di giochi perché dietro potrebbero esserci i bambini del paese…

E parliamo di “funny games” perché Il nastro bianco è l’ultimo film di Michael Haneke, l’autore austriaco che in questi anni, da Funny Games a La pianista a Niente da nascondere, ci ha abituato a ogni tipo di sadismo. Che qui va indietro nel tempo e scava nel profondo, per raccontarci le radici di quel male e i semi di quella cattiveria che ci ha mostrato così spesso nelle sue opere. Dietro la facciata puritana della comunità protestante c’è una crudeltà profonda, che appare lontanissima dal messaggio di Cristo di eguaglianza e solidarietà. “Ne ho abbastanza di un ambiente dominato dalla malignità, dall’invidia, dalla stupidità, dalla brutalità, da violenze, minacce, da perverse vendette” sentiamo dire a un personaggio del film. È una donna, una categoria che nel villaggio in questione è trattata nella maniera peggiore. Quello di Haneke è un racconto morale importantissimo. Perché spiega come e quando è nata e cresciuta la Germania più cattiva, quali sono state le idee e i comportamenti che hanno costituito il terreno fertile nel quale sono stati seminati i semi del Male, cioè del Nazismo. I bambini crudeli di oggi, cresciuti a pane e castigo, saranno i Nazisti di domani, creature ai quali un sistema fatto di ordini, obbedienze e punizioni sembrerà la prosecuzione naturale della loro vita.

È un film rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante, Il nastro bianco. Una storia in cui la violenza è quasi sempre fuori campo, mai mostrata come in altre opere di Haneke. È una violenza soprattutto psicologica, che nella confezione raggelata che il bianco e nero di Haneke contribuisce a creare risalta ancora di più. È un bianco e nero di altri tempi (sembra di essere un film di Dreyer, o di Bergman), un bianco e nero classico, con i contrasti poco accentuati, ma con infinite sfumature di grigio. Quasi a voler affermare con forza la volontà di avvicinarsi al cinema d’un tempo, un cinema dal forte afflato morale e spirituale. Haneke gira con maestria, alternando inquadrature fisse del paesaggio, che sembrano quadri, a sequenze in cui la macchina da presa è mobilissima, come nella sequenza del valzer, in cui (come in Eyes Wide Shut di Kubrick) si muove insieme e intorno ai due danzatori, quasi a raccontare la leggerezza dell’unico momento spensierato di una storia opprimente, che si apre e si chiude con una lunghissima dissolvenza da e al nero.

È curioso che proprio quest’anno, e proprio partendo dal Festival di Cannes, due autori come Haneke e Tarantino (Bastardi senza gloria), che hanno fatto della violenza uno dei punti salienti della loro poetica, rappresentandola in maniere estetica, o intellettuale, si siano confrontati con una violenza “storica”, effettiva, come quella della Germania pre-nazista e nazista. Con due opere tra loro agli antipodi (classica contro pop, bianco e nero contro colore, controllo contro passionalità), la loro riflessione sul Male e la violenza, incontrando la realtà, è assunta a livelli ancora più alti. Come spesso accade quando l’Arte incontra la vita.

Da vedere perchè: E’ un grande film, rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante

 

 

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10
Giu
09

L’amore nascosto. Cinema deprimente e mai antidepressivo

Voto: 4 (su 10)

1Sono le parole che creano il mondo e sono sempre loro che lo distruggono. È quello che dice una psichiatra, (Greta Scacchi) a Danielle (Isabelle Huppert), ricoverata in una casa di cura dopo che ha tentato più volte il suicidio. Danielle, subito dopo il parto, ha capito che non ama e non potrà mai amare la figlia Sophie (Melanie Laurent). A causa di questo rapporto che non c’è, Danielle si è chiusa in un silenzio, nei suoi sensi di colpa dai quali sembra non poter uscire.

Sono le parole che creano un film, nel senso che la sceneggiatura è sempre la base di partenza. Sono le parole che a volte lo distruggono, perché se la sceneggiatura non è buona il film ne risente quasi sempre. E la sceneggiatura de L’amore nascosto, presentato al Festival di Roma nel 2007 e distribuito oggi da Archibald dopo che il fallimento della precedente distribuzione l’aveva lasciato a lungo senza distributore, non riesce quasi mai a coinvolgere, ad approfondire, a far entrare lo spettatore nella storia e nel disagio delle protagoniste.

Figli: una scia di sangue e responsabilità. Ecco cosa pensa Isabelle. E lo spunto sarebbe importante. Raccontare una madre che prova indifferenza, disagio davanti alla propria figlia, dire che sì, è possibile che una madre possa non amare il sangue del suo sangue, è una scelta coraggiosa e controcorrente, oggi. Una scelta che spezza il velo di ipocrisia con cui spesso si trattano – o non si trattano – certi temi. E colpisce ancora di più sapere che il libro da cui è tratto, Madre e ossa, di Danielle Girard, è una storia vera.

Nella storia c’è una disperazione, una mancanza di speranza che non sembra aprire a vie d’uscita. Ma fa sì che al cinema non ci siano cambi di ritmo, sussulti alla storia, che finisce per appiattirsi sempre sullo stesso tono, a divenire ripetitiva. Nemmeno la regia, pur ricercando immagini raffinate, riesce a risollevare il film, a incidere su un’opera che è tutta sulle spalle di Isabelle Huppert, in un altro dei suoi ruoli al limite, sulla scia de La pianista, e della bella Melanie Laurent, che vedremo nel prossimo Tarantino, Inglourious Basterds.

Quello de L’amore nascosto è un cinema deprimente e mai antidepressivo, buio e mai catartico, nemmeno nel finale posticcio e fastidioso (anche se probabilmente anche questo è vero). E’ un film stanco come i suoi protagonisti, estenuato ed estenuante, dissonante come la colonna sonora jazzata che fa capolino ogni tanto sulle immagini del film.

Da non vedere perchè: tipico cinema d’analisi, che però analizza poco…

 

 












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