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21
Apr
11

Scream 4. Il Wes Craven 2.0 si conferma un maestro dell’horror

Voto: 7,5 (su 10)

Prima regola del remake: non cambiare mai il finale. È una battuta che sentiamo dire alla fine di Scream 4. Non vi diremo chi la pronuncia, e nemmeno cosa significa nella trama del film. Non perché ci abbiano fatto firmare di non rivelare niente (cosa che una persona di buon senso comunque non farebbe), ma perché il senso profondo di questa battuta è un altro. Scream 4 arriva sugli schermi esattamente quindici anni dopo Scream, il film che rilanciò l’horror in chiave metacinematografica: è a tutti gli effetti un sequel, ma in un certo senso anche un remake. È così che lo intende soprattutto l’assassino, il nuovo Ghostface che vuole girare il remake dei massacri di Woodsboro: uccidere nel modo in cui aveva ucciso il primo, persone simili a quelle che aveva ucciso il primo. Il tutto proprio mentre la protagonista di quei fatti, Sidney Prescott (Neve Campbell) torna sul luogo del delitto, per presentare un suo libro di memorie. Diciamolo: è un po’ come la Signora Fletcher, non tanto perché è una scrittrice, ma perché porta un po’ rogna. E non manca chi cerca di farglielo notare.

Nel remake si vuole spesso superare l’originale. È così per l’assassino, che cerca di fare qualcosa in più del precedente. Anche qui non vi sveliamo niente, ma nella miriade di film citati (Psycho, La cosa, Suspiria, Non aprite quella porta, Venerdi 13, Nightmare) sceglie L’occhio che uccide (Peeping Tom) di Michael Powell, del 1960, il primo a mostrare il punto di vista dell’assassino. Vi basti questo indizio per capire come l’assassino stavolta voglia fare qualcosa di più che emulare l’originale. Questa chiave di lettura, il remake come superamento dell’originale, è declinato in una sceneggiatura (di Kevin Williamson, autore dello script del primo Scream) geniale che riesce a reinventare la saga con mille sorprese e colpi di scena, con una partenza a razzo che è un gioco di scatole cinesi in cui si passa dai film (gli infiniti remake di Stab, il film ispirato ai massacri di Woodsboro diventato un cult) alla realtà, e un doppio finale carico di sorprese da non rivelare neanche sotto minaccia di essere squartati da Ghostface.

Regole per fare un buon remake: montare tutto come un videoclip e spingere tutto più all’estremo, più sangue, più efferatezza. Perché il pubblico ormai è preparato. È questo che Craven e Williamson fanno dire ai ragazzi in una lezione in un cineclub. Ed è impossibile non vederci un’ironia beffarda nei confronti degli eterni remake che vengono fatti oggi dei classici horror degli anni Settanta e Ottanta. In particolare Craven sembra puntare il dito verso il remake del suo Nightmare, progetto da cui è stato tagliato fuori e si è rivelato piuttosto deludente (al remake del suo Le colline hanno gli occhi, approvato da Craven e diretto da Alexandre Aja, pare sia andata meglio). Scream 4 allora è un modo efficacissimo di far ripartire la saga di Scream (ma il film non sembra scritto per aprire la strada ad ulteriori sequel), e anche un modo per ribadire che Craven è un maestro dell’horror, di fronte al quale i registi della nuova generazione impallidiscono. La sceneggiatura, oltre che per le giovani vittime di Ghostface, lancia pugnalate un po’ a tutti: alla serie di Saw, ritenuto profondo come un film porno, agli horror giapponesi stile The Ring, ai Final Destination, e agli stessi Scream, ironizzando sia sui continui sequel (nel film Stab è arrivato a sette) sia sull’anima del film (ragazzetti logorroici che parlano di film e poi muoiono). Non manca l’autoironia a Craven, ma non manca nemmeno l’orgoglio. Lo dimostra anche la scena in cui i film di Stab vengono visti in una proiezione-maratona in cui i fan declamano le battute ad alta voce come accade per The Rocky Horror Picture Show. Come a dire: il mio film è un cult. E io sono il maestro.

Scream 4 è Wes Craven 2.0. E se nella saga di Scream Il terrore corre sul filo, come ci raccontava il classico di Anatole Litvak, oggi Scream è wireless e social. Craven e Williamson aggiornano bene la storia alle comunicazioni di oggi: blog con immagini caricate in tempo reale, assassini che minacciano su Facebook, notizie che appaiono su internet prima che sui giornali. “La gente deve vedere, perché oggi non legge più nessuno”. “Non ho bisogno di amici ma di fan”. È la stampa dell’era web 2.0, bellezza. E sarà proprio il web, eventualmente, a chiedere a gran voce che la saga continui. Craven ha girato un ottimo sequel/remake. Come fare ora a non chiedergli il sequel del remake?

Da vedere perché: è Wes Craven 2.0. Se in Scream il terrore corre sul filo, Scream 4 è wireless e social. Craven riesce ancora a spaventare pugnalando i ragazzini. E anche i nuovi registi horror, che nei loro remake dei classici non sono all’altezza dei maestri

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31
Mar
11

The Ward – Il reparto. Bentornato, Carpenter!

Voto: 7 (su 10)

Un ospedale, la notte, i corridoi lugubri e vuoti, tuoni e fulmini. E un assassinio. Comincia così The Ward – Il reparto. Un classico dell’horror. E infatti è un grande classico l’autore che porta questo film sullo schermo, John Carpenter, uno dei massimi esponenti del genere, che torna dopo quasi dieci anni di assenza, con un prodotto a basso budget, ispirato alla modalità produttiva di Masters Of Horror, serie tv americana a cui il maestro ha preso parte. Si tratta dunque di un film minore nel curriculum di Carpenter. Ma avercene di film minori così.

Kristen (Amber Heard) ha appena dato fuoco a una casa. Si ritrova, coperta di tagli e di lividi, in un ospedale psichiatrico. Non ricorda niente. Ma capisce ben presto che non sarà facile uscire da quel posto. E che in quel posto non è per niente al sicuro: misteriosamente le ragazze nel reparto (tutte bellissime, vabbè…) cominciano a morire ad una ad una.

C’è molto del vecchio Carpenter, in The Ward. E uno dei giochi per i tanti appassionati del maestro dell’horror sarà proprio andare a cogliere tutti i riferimenti alla sua opera. L’ospedale psichiatrico è un luogo circoscritto da cui è difficile uscire, come l’isola di The Fog, o la base tra i ghiacci de La cosa. Un luogo perfetto dove creare tensione e pericolo, come ci ha ricordato anche Scorsese con Shutter Island. Le belle ragazze in pericolo, braccate da un mostro, ci rimandano invece immediatamente a Halloween, il film più copiato, riprodotto e rifatto di Carpenter. E anche i movimenti di macchina, ricchi di steadycam, sono quelli.

The Ward è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro (le apparizioni del mostro assassino), thriller di suspence hitchcockiana (i tentativi di fuga con la paura di essere scoperte, che creano un gioco alla Marnie), e l’horror psicologico, che in un film in manicomio ci sta sempre e permette di arrivare a qualsiasi soluzione. Che infatti arriva inaspettata, e rovescia tutte le carte in tavola. Siamo dalle parti di Psycho e Identity, ma non vogliamo dirvi di più. Solo che il vero pericolo, al solito, è dentro di noi. Carpenter gioca con la nostra percezione e con quella della protagonista. Ossessivo, labirintico, claustrofobico, The Ward è un piccolo film ma funziona alla grande. Non resta che dire: bentornato, Carpenter!

Da vedere perché: è un film che funziona su più livelli, che gioca tra horror puro, thriller di suspence hitchcockiana e l’horror psicologico. Con il tocco di uno dei più grandi dell’horror, John Carpenter

 












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