Posts Tagged ‘Kubrick

09
Mag
11

Source Code. La fantascienza secondo Duncan Jones, il figlio dell’alieno

Voto: 7,5 (su 10)

“Ground control to Major Tom”, cantava David Bowie nel lontano 1969. Il brano è Space Oddity, la storia di un astronauta in missione per la Luna che finiva disperso nello spazio. “Sono qui che galleggio intorno al mio barattolo di latta, lontano sopra la Luna, il pianeta Terra è triste e non c’è niente che possa fare”. Space Oddity è un gioco di parole con 2001: A Space Odissey, il film di Kubrick a cui è ispirato. Nella vita, e nel cinema, tutto torna. Nel 1971 nasceva il primo figlio di Bowie, all’epoca presentato a tutti come Zowie, ma che oggi si fa giustamente chiamare con il suo nome all’anagrafe, Duncan Jones. Al piccolo Duncan il padre leggeva racconti di fantascienza, Orwell, Philip K. Dick, Ballard. Lo portava sul set di film come L’uomo che cadde sulla Terra. Duncan Jones, insomma, è il figlio di Ziggy Stardust, l’alieno del rock. E, quando lo scorso anno lo abbiamo visto esordire con Moon, un film di fantascienza molto vicino all’Odissea di Kubrick, ci è sembrata la cosa più naturale. Non poteva essere altrimenti.

Duncan Jones è uno dei nuovi talenti del cinema sci-fi, e lo conferma anche nella sua opera seconda, Source Code. Il capitano Colter Stevens (Jake Gyllenhaal) è costretto a rivivere gli ultimi otto minuti di vita di un passeggero di un treno che esploderà in seguito a un attentato: si risveglia all’improvviso senza sapere dov’è, di fronte a sé ha una donna (Michelle Monaghan) che gli sorride e in tasca ha la carta d’identità di un professore. Tra un viaggio e l’altro in questi otto minuti, sempre uguali, della vita di un passeggero, si ritrova in una capsula dove una donna, da un video, gli impartisce gli ordini. L’attentato è già successo, ma lui sta viaggiando indietro nel tempo, grazie al programma Source Code, per scoprire chi è l’attentatore, perché colpirà di nuovo. Jake Gyllenhaal è perfetto in un ruolo a metà strada tra Jarhead e Donnie Darko, uomo d’azione risoluto ma umano, grazie a quel briciolo di fragilità nello sguardo che lo rende così unico.

Raccontata così la storia sembra la versione dark e ossessiva di Ricomincio da capo. Ma l’atmosfera futuristica e paranoica, e la costruzione da thriller lo avvicinano più ad alcune opere dickiane come Minority Report (e alla sua versione semplificata, Dejà Vu). Jones sembra a suo agio con i vari aspetti della fantascienza, e nella sua carriera, che speriamo lunga, promette di sviscerarne tutte le sfaccettature: se in Moon ci aveva raccontato l’alienazione e la solitudine, qui esplora la tensione, con un occhio anche a Hitchcock: pensiamo ai panni del professore “innocente” in cui si incarna il capitano Stevens. Ma anche al classico schema della suspence hitchcockiana, la bomba che sta per esplodere: qui accade ogni otto minuti, la deadline è riproposta di continuo, e la tensione è sempre alta. Assieme alla curiosità: come il protagonista, anche noi siamo all’oscuro, e per questo il film intriga e appassiona, incollando lo spettatore allo schermo.

Ha la paranoia di Philip K. Dick, questo Source Code, paranoia che alla fine del decennio del terrorismo globale e della guerre preventive è quanto mai attuale. È il figlio dell’alieno, Duncan Jones, e quei libri che gli leggeva il padre l’hanno segnato nel profondo. Moon e Source Code sono due film distanti tra loro eppure vicinissimi. Personale, indipendente e low budget il primo, blockbuster su commissione il secondo; con un unico attore il film d’esordio, con decine di comparse questo. Eppure entrambi i film sono claustrofobici, alienati e alienanti, ambientati come sono in un luogo chiuso (la stazione spaziale di Moon come il treno e la capsula di Source Code), sono storie in cui qualcuno è solo contro tutti, ignaro di cosa stia accadendo, abbandonato ai suoi soli sensi per risolvere la questione. E allora il cerchio si chiude, perché i protagonisti di Duncan Jones sono come il Major Tom di Space Oddity. Seduti in un barattolo di latta, lontani sopra il mondo.

Da vedere perché: Duncan Jones è uno dei nuovi talenti del cinema di fantascienza, e promette di sviscerarne tutte le sfaccettature: se in Moon ci aveva raccontato l’alienazione e la solitudine, qui esplora la tensione, con un occhio anche a Hitchcock

02
Nov
09

Il nastro bianco. Il terreno fertile per i semi del Male

Voto: 8 (su 10)

nastroChe cos’è il nastro bianco? È un segnale, un simbolo, un monito di innocenza e purezza. Viene applicato ai bambini quando rompono le regole, quando peccano, per ricordare loro di tornare sulla retta via. È un nastro bianco, ma è come una lettera scarlatta. Siamo nel 1913/14, in un villaggio protestante della Germania del Nord, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Nella comunità, dedita all’agricoltura e all’osservanza di rigide regole morali e religiose, cominciano ad accadere strani avvenimenti. Il medico cade da cavallo dopo che una fune è stata tesa appositamente. L’uccellino del pastore viene trovato trafitto da delle forbici. Il figlio del barone viene trovato ferito. E poi capita anche a un bambino handicappato. È una serie di “funny games”, di giochi per nulla divertenti. Parliamo di giochi perché dietro potrebbero esserci i bambini del paese…

E parliamo di “funny games” perché Il nastro bianco è l’ultimo film di Michael Haneke, l’autore austriaco che in questi anni, da Funny Games a La pianista a Niente da nascondere, ci ha abituato a ogni tipo di sadismo. Che qui va indietro nel tempo e scava nel profondo, per raccontarci le radici di quel male e i semi di quella cattiveria che ci ha mostrato così spesso nelle sue opere. Dietro la facciata puritana della comunità protestante c’è una crudeltà profonda, che appare lontanissima dal messaggio di Cristo di eguaglianza e solidarietà. “Ne ho abbastanza di un ambiente dominato dalla malignità, dall’invidia, dalla stupidità, dalla brutalità, da violenze, minacce, da perverse vendette” sentiamo dire a un personaggio del film. È una donna, una categoria che nel villaggio in questione è trattata nella maniera peggiore. Quello di Haneke è un racconto morale importantissimo. Perché spiega come e quando è nata e cresciuta la Germania più cattiva, quali sono state le idee e i comportamenti che hanno costituito il terreno fertile nel quale sono stati seminati i semi del Male, cioè del Nazismo. I bambini crudeli di oggi, cresciuti a pane e castigo, saranno i Nazisti di domani, creature ai quali un sistema fatto di ordini, obbedienze e punizioni sembrerà la prosecuzione naturale della loro vita.

È un film rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante, Il nastro bianco. Una storia in cui la violenza è quasi sempre fuori campo, mai mostrata come in altre opere di Haneke. È una violenza soprattutto psicologica, che nella confezione raggelata che il bianco e nero di Haneke contribuisce a creare risalta ancora di più. È un bianco e nero di altri tempi (sembra di essere un film di Dreyer, o di Bergman), un bianco e nero classico, con i contrasti poco accentuati, ma con infinite sfumature di grigio. Quasi a voler affermare con forza la volontà di avvicinarsi al cinema d’un tempo, un cinema dal forte afflato morale e spirituale. Haneke gira con maestria, alternando inquadrature fisse del paesaggio, che sembrano quadri, a sequenze in cui la macchina da presa è mobilissima, come nella sequenza del valzer, in cui (come in Eyes Wide Shut di Kubrick) si muove insieme e intorno ai due danzatori, quasi a raccontare la leggerezza dell’unico momento spensierato di una storia opprimente, che si apre e si chiude con una lunghissima dissolvenza da e al nero.

È curioso che proprio quest’anno, e proprio partendo dal Festival di Cannes, due autori come Haneke e Tarantino (Bastardi senza gloria), che hanno fatto della violenza uno dei punti salienti della loro poetica, rappresentandola in maniere estetica, o intellettuale, si siano confrontati con una violenza “storica”, effettiva, come quella della Germania pre-nazista e nazista. Con due opere tra loro agli antipodi (classica contro pop, bianco e nero contro colore, controllo contro passionalità), la loro riflessione sul Male e la violenza, incontrando la realtà, è assunta a livelli ancora più alti. Come spesso accade quando l’Arte incontra la vita.

Da vedere perchè: E’ un grande film, rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante

 

 

17
Mar
09

Kubrick: mai una mossa sbagliata (o quasi) nella scacchiera del cinema

 

alexIl 7 marzo di dieci anni fa moriva il grande Stanley Kubrick. Ci piace ricordarlo così. C’è una foto in cui vediamo Stanley Kubrick giocare a scacchi durante una pausa di lavorazione di Rapina a mano armata. È una foto esemplare: ogni suo film era una serie di mosse studiate sulla scacchiera della produzione e della scena. “Se è cosa su cui si può scrivere o pensare, se ne può fare un film” diceva. È stato così dai primi documentari girati dopo aver iniziato come fotografo: in Seafarers, reportage sugli equipaggi dei cargo statunitensi, si vede già il suo stile, per la grande attenzione alla collocazione dei personaggi nello spazio e nel tempo. Come pedine su una scacchiera.

 I suoi primi film, in un nitido bianco e nero, sembrano una prosecuzione della sua attività fotografica. Paura e desiderio è il primo di una serie di film sulla guerra, un’allegoria sulla sua assurdità. Per Il bacio dell’assassino, considerato il suo primo vero film, Kubrick fu sceneggiatore, produttore, regista, direttore della fotografia e montatore, chiedendo i soldi in prestito a un parente e vendendo infine il film alla United Artists. Questo noir ispirato alle storie di gangster degli Anni 40 è famoso per una scena in una stanza di manichini, versione surreale di un torneo cavalleresco (ispirata alle foto di Man Ray). L’atmosfera di inquietante penombra in cui sono immersi i personaggi si ripete in Rapina a mano armata, in cui emergono i temi come il potere decisivo del destino e la fragilità degli esseri umani che caratterizzeranno tutta la sua opera. Come il rifiuto delle guerra e della violenza. Orizzonti di gloria, tratto dal romanzo del veterano Humphrey C. Cobb sulla storia di un colonnello che si oppone ai capricci dei suoi superiori ma deve arrendersi alle gerarchie militari, è girato alternando le scene in un palazzo barocco alla disperazione dei soldati nelle trincee, mentre la macchina da presa racconta in lunghe carrellate la vita e la morte dei soldati, e precede il colonnello che passa in rassegna le truppe mostrandoci la sottile complicità tra di loro. All’uscita il film infiammò gli animi, soprattutto in Francia, perché avrebbe infangato l’onore del paese. Ma i militari di ogni nazionalità si sentirono minacciati da questo film.

Cose d’altri tempi, che un film riesca a smuovere opinioni e coscienze. A Kubrick successe quasi sempre. Lolita nicolesuscitò le ire dei gruppi religiosi quando si seppe che il regista aveva acquisito i diritti del libro di Nabokov, che racconta la passione travolgente di un professore per una dodicenne. Nonostante avesse attenuato la sessualità esplicita del libro, puntando sull’umorismo per prendersi gioco del moralismo della società degli anni 60, il film venne accusato di incoraggiare la perversione sessuale. Potete immaginare cosa accadde per Arancia Meccanica, tratto dal romanzo di Anthony Burgess. Girato in ambienti futuristici e a forti tinte pop, il film mette in scena la violenza in maniera estetica e coreografica (l’uso di Beethoven significa che neanche la cultura può fermarla) per criticare una società burocrate che spoglia le persone della propria dignità e libertà, e dove la repressione è peggiore della violenza stessa: il film fu condannato per la rappresentazione compiaciuta della violenza, e il regista ritirò il film dalle sale quando alla sua famiglia furono recapitate minacce di morte. Non era un regista dalle scelte scontate, Kubrick. Negli anni 60, quando volle girare un film sulla follia della corsa agli armamenti delle superpotenze USA e URSS, scelse il romanzo Red Alert, in cui un paranoico generale americano scatena una guerra atomica. Ma la presenza di Peter Sellers, che chiese di interpretare quattro ruoli, trasformarono il film in una “commedia incubo”, dove la comicità nasce dalla presenza di personaggi grotteschi e azioni quotidiane in un contesto drammatico. La grandezza di Kubrick sta in quella sua mente, in grado di elaborare progetti più grandi di quella scacchiera su cui muoveva le pedine. Progetti mai andati in porto, come Arian Papers, film sull’Olocausto a cui rinuncerà dopo che venne a sapere che Spielberg stava lavorando a un progetto simile, Schindler’s List. Il destino volle che proprio Spielberg, dopo la sua morte, mettesse in scena, seguendo le sue indicazioni, il progetto A.I. Intelligenza Artificiale, che Kubrick iniziò nel 1980, temporeggiando in attesa del perfezionamento degli effetti speciali per realizzarlo. Ma il progetto più grandioso che rimase sulla carta fu il film su Napoleone, al quale lavorò per anni con due dozzine di esperti, raccogliendo centinaia di libri e un archivio sterminato di informazioni, mache nessuno volle produrre. Nessuno volle credere alla possibilità di girare gli interni con la sola luce delle candele. Ci riuscì più tardi per Barry Lindon, in cui sfruttò finalmente gli studi sull’Ottocento fatti per Napoleone. E riuscì a filmare a lume di candela, grazie a un obiettivo Carl Zeiss progettato per la NASA. Anche gli strumenti tecnici sono fondamentali per raccontare Kubrick. Come la steadycam, utilizzata per le vorticose riprese di Shining, tratto da Stephen King (ma Kubrick bocciò la sua sceneggiatura e la riscrisse): grazie a un braccio meccanico ammortizzato la macchina da presa non subisce oscillazioni e vibrazioni e può scivolare attraverso i corridoi diventando l’occhio mobile dello spettatore.

hal9000Alcune mosse di Kubrick possono suonare contraddittorie. Come considerare Sue Lyon in Lolita così brava da lasciarla improvvisare, cosa singolare vista l’indole maniacale per il controllo del regista. O casuali. Weegee, re delle foto di cronaca nera, era il fotografo si scena del Dottor Stranamore: proprio il suo accento tedesco ispirò l’interpretazione in chiave “nazista” di Sellers. Altre lo sembrano ma non lo sono: il casco di Joker di Full Metal Jacket con la scritta Born To Kill vicino al simbolo della pace dimostra il paradosso della guerra, dove tutti sono vittime e carnefici. “Non vedo personaggi buoni o cattivi, ma buoni e cattivi”. Sembrava una mossa sbagliata 2001: Odissea nello spazio: fu bocciato dal pubblico, che lo ritenne lungo, lento e incomprensibile. È diventato un classico del cinema. Come ogni film di Kubrick. Sacco matto.












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