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11
Mar
12

Young Adult. Charlize Theron, bellissima anche quando non lo è. O proprio per questo

Voto: 7 (su 10)

Era dovuta diventare brutta, per farsi considerare una brava attrice. Era successo con Monster, il film che aveva impresso una svolta alla carriera di Charlize Theron, ex modella, considerata forse troppo bella per essere un’attrice credibile. Invece una brava attrice la Theron lo è diventata davvero, anche al di là dell’effettata interpretazione di Monster. Tanto che poi, pur scegliendo ruoli forti, come quelli in North Country e The Burning Plain, non ha dovuto più mortificare la sua bellezza. Ma qui è diverso: Mavis Gary, protagonista di Young Adult, è soprattutto brutta dentro. Ex reginetta di bellezza del liceo, con un matrimonio fallito alle spalle, Mavis, trentasette anni, ha lasciato la provincia per la città, e fa la “ghost writer” (scrive romanzi ma non li firma) per una serie di libri destinati al target “young adult” (in pratica, per adolescenti/ventenni). È alcolizzata, vive una vita disordinata, ha relazioni occasionali con uomini che non le piacciono davvero. E sì, è una stronza. Quando riceve una mail in cui si annuncia che il suo ex è diventato papà, decide di tornare al suo paesino, ed emotivamente ai tempi del liceo, per riconquistare la sua ex fiamma.

Per il ruolo di Mavis, la Theron non deve diventare brutta. Si stropiccia solo un po’, tra occhiaie da post sbornia e una trasandatezza di fondo che è sintomo di chi ha perso la voglia di vivere. “Young adult” non è solo il target di riferimento per i libri di Mavis: è ovviamente anche il suo status mentale, quello di un’eterna adolescente mai cresciuta, che vuole riconquistare il suo ex più per un suo puntiglio che perché lo ami davvero. In questo senso, quella maglietta di Hello Kitty che indossa è allo stesso tempo il simbolo di un modus vivendi – una certa emotività e un certo modo di ragionare adolescenziale – ma anche un’icona sfregiata. Perché in Mavis non c’è niente di dolce, di zuccheroso, di ammiccante, e nemmeno di sensuale, caratteristiche che sembrano per forza dover essere parte di qualsiasi personaggio femminile nelle commedie di Hollywood. Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. E resterà così per tutto il film, senza alcuna catarsi.

Patetica, imbarazzata, e imbarazzante, la Mavis di Charlize Theron non riesce neanche a sedurre, nonostante la sua bellezza, proprio perché priva di slancio e di passione. Curiosamente, tenta per quasi tutto il film di abbellirsi, mentre la Theron in quasi tutta la sua carriera ha cercato proprio di limitare la sua bellezza. La sua bravura sta nell’attraversare il film con un’aria da sconfitta, con un’interpretazione atona fatta di sfumature e mezzi toni. Che culmina in una delle scene di sesso  più cariche di tristezza della storia del cinema. Perché Young Adult parla in fondo di una perdente, e abbatte il concetto americano della perfezione, della seconda occasione. Abbatte il Sogno Americano.

“Non sono cattiva, è che mi disegnano così” diceva Jessica Rabbit. E Mavis Gary ci piace proprio perché è disegnata benissimo da Diablo Cody, la sceneggiatrice di Juno, che da quel film in poi ci sta raccontando giovani donne lontanissime da ogni convenzione, da ogni perfezione e dai ruoli che sembrerebbero destinati a loro. Donne con percorsi sghembi, accidentati, disastrati. Insieme a lei, dopo Juno, alla regia c’è ancora Jason Reitman, bravissimo a raccontare l’America dei non luoghi, della provincia americana omologata dei centri commerciali e dei terminal aeroportuali (Tra le nuvole), dei grandi spazi e dei grandi vuoti dove personaggi irrisolti vagano alla ricerca di se stessi. Se i tratti del disegno sono firmati Cody e Reitman, il colore è tutto di Charlize Theron. Sì, è così brava, e così poco seducente, che è bellissima. Anche quando non lo è.

Da vedere perché: Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. Ed è bravissima

19
Ott
09

Festival di Roma. Tra le nuvole. Viaggiare con o senza lo zaino?

nuvoleVoto: 7,5 (su 10)

Cosa c’è dentro il nostro zaino? Ognuno di noi si porta sulle proprie spalle le sue relazioni. Colleghi, amici, parenti, innamorati. E le relazioni sono un peso. È la teoria di Ryan Bingham (George Clooney), che ai corsi motivazionali per manager porta in scena proprio uno zaino, e invita a lasciarlo a terra, e con lui tutti i metaforici pesi che le nostre relazioni ci danno. Lui a terra ci sta pochissimo, visto che vola da una parte all’altra dell’America come “tagliatore di teste”: qualcuno affittato da codardi che non riescono a guardare in faccia chi devono licenziare. Ovviamente ha applicato a se stesso la teoria dello zaino: vive libero da legami (né amici, né famiglia d’origine, né moglie e figli), saltando da un aeroporto all’altro, con un trolley dove ha tutto ciò di cui ha bisogno. Il suo unico sogno è raggiungere i dieci milioni di miglia percorse, per entrare nel club esclusivo della compagnia aerea con cui vola. Il problema è che una nuova arrivata nella sua azienda trova il modo per ottimizzare i costi, proponendo di licenziare la gente in video chat. Un altro problema è l’attraente viaggiatrice (Vera Farmiga) che incontra in uno dei suoi viaggi…

Forse per Ryan è arrivato il momento di cambiare la sua esistenza solitaria? Magari di diventare come la sorella e il fidanzato, coppia felice che gli affida una loro foto su cartonato in modo da farsi fotografare nei posti più svariati (come il nano de Il favoloso mondo di Amèlie)? Quella sua vita metodica fatta di gesti sempre uguali, che la regia sottolinea con primi piani degli oggetti, montati a ritmo veloce, può cambiare? “Ognuno ha bisogno di un copilota”, dopo tutto. Ma non è facile cambiare, soprattutto quando si è consacrata l’intera vita al lavoro e ci si è costruiti una corazza per isolarsi dagli altri…

Tutto questo è Tra le nuvole (Up In The Air), il nuovo film di Jason Reitman, che, dopo Thank You For Smoking e Juno, firma un altro film quasi perfetto. Che ancora una volta, dietro battute folgoranti (imperdibile il duetto tra Clooney e la Farmiga, basato sul confronto tra le proprie carte di credito e sulle misure delle miglia percorse, degno della commedia brillante degli anni Sessanta), ci mostra verità scomode, su cui c’è poco da ridere. Così entriamo dritti, senza fare anticamera, nell’America della nuova grande crisi, con i licenziamenti che diventano un business, e vediamo le reazioni disperate di chi perde il lavoro. Le vediamo davvero, perché tra quelle montate ci sono delle vere interviste a persone che hanno perso il lavoro. Sono integrate piuttosto bene nel film, tanto che non ce ne accorgiamo subito. È un modo intelligente di portare nel cinema, anche in un prodotto apparentemente leggero e di intrattenimento, il mondo reale.

Quel mondo reale di cui si renderà conto di non appartenere Ryan, dopo il sottofinale a sorpresa che lascia a bocca aperta. Quel mondo reale fatto di relazioni interpersonali che forse non esiste più. Quello schermo del computer attraverso il quale, in video chat, si comunica con le persone, è proprio il simbolo dello “schermo” che mettiamo tra noi e il prossimo. Che può essere anche lo schermo di un telefonino: ci si lascia e ci si licenzia via sms. Allora forse è meglio portarsi sulle spalle quello zaino, con dentro affetti e relazioni. Pesi quel che pesi.

Da vedere perché: dietro battute folgoranti Reitman ci mostra verità scomode, su cui c’è poco da ridere. Così entriamo dritti, senza fare anticamera, nell’America della nuova grande crisi

 

 












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