Posts Tagged ‘Il profeta

04
Giu
10

Il segreto dei suoi occhi. Il segreto di un Oscar

Voto: 7 (su 10)

Qual è il segreto de Il segreto dei suoi occhi? Scusateci il gioco di parole, ma attendevamo con molta curiosità l’arrivo nelle nostre sale di questo film argentino. Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella un segreto deve pur averlo. È infatti il film che ha vinto il premio Oscar 2010 per il miglior film straniero, battendo sul filo di lana, e a sorpresa, i grandi favoriti, Il nastro bianco di Michael Haneke e Il profeta di Jacques Audiard. Due grandi film, carichi di stile e di un messaggio forte. Che cosa avrà allora questo outsider, questo film argentino, per superarli?

 Proviamo a capire. E partiamo dalla storia. Benjamin Esposito, ex poliziotto in pensione, prova a scrivere un libro, a raccontare una storia. Ne scrive la fine, poi l’inizio. Poi cancella tutto e ricomincia. A ossessionarlo è un caso di omicidio di venticinque anni prima. Una donna brutalmente stuprata e uccisa, da un maniaco che probabilmente la conosceva già. Ma, tornando indietro nel tempo, ripensa anche a quella che era la sua vita a quei tempi, al suo amico Sandoval, e soprattutto a Irene, una sua collega di cui era, e forse è ancora, innamorato. È una storia che corre su due piani paralleli: il marito della vittima e il poliziotto devono entrambi fare i conti con il ricordo e l’impossibilità di dimenticare. In fondo anche Esposito, come il marito della vittima, ha perduto un amore. Nei suoi occhi, come in quelli di Irene, c’è il segreto di un amore che le parole non possono dire. E, in una vecchia foto, gli occhi di Esposito posati su Irene tradiscono la sua passione, proprio come quelli dell’assassino sulla vittima in un’altra foto, quella che dà il via all’indagine.

Insomma, Il segreto dei suoi occhi è un noir in piena regola. E forse è per questo che è piaciuto agli americani. La via argentina al noir, potremmo dire, per come lo rilegge con un senso di rimpianto e un incedere dolente tipicamente sudamericano. La sceneggiatura in questo senso è molto intelligente, e nei dialoghi gioca proprio con alcuni simboli americani del genere, da Perry Mason a Mike Hammer. Possiamo capire come un film di questo genere, e con una storia emotivamente molto forte (anche se le emozioni in sala arrivano solo a tratti), abbia potuto conquistare gli americani, nel senso dei giurati dell’Academy, più di opere maggiormente complesse e cerebrali (ma non prive di pathos) come Il nastro bianco e Il profeta.

Rispetto ai quali, sia chiaro, questo film non regge il confronto. Pur rimanendo un gran bel racconto: attori espressivi e in parte, dialoghi brillanti, qualche virtuosismo (il piano sequenza nello stadio, scena straordinaria) e un gran finale che lascia il segno. Il segreto dei suoi occhi è cinema di serie A. Ed è probabile che l’America abbia voluto sedurre Campanella con un premio in attesa di appropriarsi della sua storia per un remake. La storia è una di quelle che a Hollywood piacerebbe girare: ci immaginiamo già un De Niro o un Al Pacino nei panni del poliziotto vecchio e stanco. E magari Edward Norton o Sam Rockwell in quelli del maniaco. Quello che non potrebbe esserci nel possibile remake americano è il rimando alla storia, quell’eco alla dittatura di Videla che si scorge al momento della scarcerazione del colpevole. E che mette in campo temi più profondi come l’impossibilità di una giustizia certa, e l’impotenza di fronte al male. Temi che fanno de Il segreto dei suoi occhi qualcosa di più di un film di genere. E temi che, in ogni caso, sono cari anche al cinema americano.

 Da vedere perché: è il film che ha battuto Il nastro bianco e Il profeta nella corsa all’Oscar come film straniero. Per confrontare e capire se è più bello degli altri due…

 

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19
Mar
10

Il Profeta. Come si diventa criminali

Voto: 8 (su 10)

È stata una delle rivelazioni dell’ultimo Festival di Cannes, Un prophète di Jacques Audiard. Tanto da essere stato a lungo in predicato di vincere la Palma d’Oro. Sciovinismo della stampa francese a parte, quello di Audiard è un gran film. È la storia di Malik, diciannovenne che, dopo vari trascorsi in istituti minorili, finisce in una prigione per scontare sei anni di pena. L’impatto è durissimo, ma Malik saprà adattarsi per sopravvivere, arrivando addirittura a fare carriera nel crimine, districandosi tra i peggiori criminali corsi, italiani e nordafricani, e imparando a manipolare i suoi carcerieri. E trovando un proprio posto nel mondo.

È un film che non mancherà di suscitare polemiche, quello di Audiard. Perché mostra l’istituzione carceraria come culla dei futuri criminali. Malik infatti entra come un piccolo ladruncolo, un cucciolo impaurito dalla personalità non ancora formata. E sarà lì dentro che avverrà la sua formazione: diventerà una personalità nel mondo del crimine, troverà la sua strada. Una cattiva strada, certo. Ma la sua. Viene in mente quello che ci raccontava Davide Ferrario in occasione dell’uscita del suo Tutta colpa di Giuda: il carcere non è quello dei film americani, dove le guardie carcerarie sono i bastardi e sono sempre contro i detenuti. Il carcere è un luogo meno manicheo, è un luogo di mediazione dove tutti fanno il possibile per sfangarla. È così anche in questo film – anche se le atmosfere sono lontanissime dal musical di Ferrario – e la mediazione, il saper trattare con le guardie come con i clan di criminali, è un fattore importante.

Quello che piace di Un prophète è che è un film meticcio, contaminato. In primis per le varie etnie che mette in scena, arabi, corsi, italiani, francesi. E in questo senso anche il carcere rispecchia la società multietnica dell’Europa di oggi. Ma è un film meticcio soprattutto perché prende un cinema di genere ben preciso, come il dramma carcerario tipico del cinema americano dagli anni Settanta in poi e lo contamina per trovare una propria via al genere. La regia di Audiard, bravissimo a trattare il noir sin da Sulle mie labbra, ne fa un dramma teso, potente, incalzante, che si segue con passione dall’inizio alla fine (parteggiando per il protagonista). Un esempio su tutti è la straordinaria sequenza in cui Malik deve uccidere per la prima volta, girata con una suspence, una violenza e un realismo che lasciano senza fiato, con una maestria che molti registi horror oggi vorrebbero avere.

Ma Un prophète è un film meticcio perché contamina un film prettamente realistico – girato con uno stile nervoso e una macchina da presa mobilissima – con degli inserti onirici che spiazzano e affascinano allo stesso tempo. Si pensi alle apparizioni della prima vittima di Malik, un fantasma che ricompare, in maniera shakespeariana, a guidarne le mosse, e al sogno in cui prevede l’arrivo dei cervi che si schianteranno sull’automobile di un criminale rivale, che gli valgono l’appellativo di “profeta”. Che va letto in chiave chiaramente ironica, visto il ruolo negativo che viene ad acquisire, e la sua fede musulmana (il profeta per eccellenza è Maometto). La chiusura è sulle note di Mack The Knife (Mackie Messer) di Brecht e Weil, dall’Opera da tre soldi, quasi una glossa al testo filmico che e ci fa capire esattamente di cosa parliamo. Di un saggio sulla nascita del crimine.

Da vedere perché: un genere tipicamente americano, il dramma carcerario, è riletto con forza e sensibilità europea. Un film meticcio e affascinante

 












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