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28
Mag
09

Vincere. Il Duce che visse due volte

Voto: 8 (su 10)

11070_bigÈ un corpo anti-iconico, o ante-iconico, quello del Mussolini di Vincere di Marco Bellocchio. Incarnato da un Filippo Timi ancora incredibilmente somaticamente fascista dall’occhio affebbrato e infervorato, quello che vediamo nel film di Bellocchio è un Mussolini diverso da quello che siamo abituati a vedere nei filmati e nelle foto d’epoca. È il Benito Mussolini prima di diventare Duce, con i capelli e i baffi, socialista e direttore dell’Avanti, nella Milano della Prima Guerra Mondiale. È lì che incontra Ida Dalser, giovane attrice trentina, con cui vivrà una grande passione, e che rinnegherà insieme al figlio che gli diede, dopo il matrimonio con Rachele, nonostante lei abbia venduto tutto ciò che aveva per finanziare il suo nuovo giornale. Il Popolo d’Italia nasce dalla scissione con l’Avanti e il Partito Socialista, e testimonia il suo irredentismo, che con il tempo diventerà fascismo. È un corpo spesso nudo, stentoreo, potente, quello di Timi/Mussolini. Che accanto a quello di Giovanna Mezzogiorno, mai così sensuale, trasporta nel privato quello che è avvenuto a livello storico: la fascinazione di una donna (e poi di un figlio) per un uomo è la stessa che, su un altro piano, ha coinvolto un’intera nazione. Per questo Ida è un po’ l’Italia che ha amato Mussolini, si è fidata di lui e da lui è stata tradita.

Accanto ai due corpi c’è un mondo, un’epoca. E Bellocchio sceglie di raccontarlo in maniera molto particolare. A partire dalla scelta di far sparire il giovane Mussolini di Timi a metà film, da quando cioè esce dalla vita di Ida. Che ritroverà i suo Benito, diventato ormai un altro – senza capelli, senza baffi, in uniforme – nelle immagini dei cinegiornali che vede al cinema. Al Mussolini di Timi si aggiunge allora quello vero, preso dalle immagini di repertorio. Ed è un ingresso deflagrante, come quello di un grande attore. Un corto circuito cinema-realtà che non penalizza il film, ma lo rafforza. Perché tutti noi vediamo Mussolini come lo vede Ida, dopo averlo conosciuto da vicino: è diverso, è lontano, è enorme, nel senso delle dimensioni che ha raggiunto il suo potere come in quello delle immagini su grande schermo che – primo grande leader mediatico precursore dei politici odierni – ne rimanda le gesta e le parole in tutta Italia. Quelle immagini di repertorio allora servono proprio a testimoniare una distanza. E diventano ancora più beffarde quando rivediamo Filippo Timi, stavolta nei panni del figlio di Mussolini e della Dalser, ormai grande, mentre – Duce che visse due volte – ripete le parole del padre in uno dei discorsi che ha appena sentito, dimostrando evidentemente di subirne la fascinazione.

Le immagini di repertorio sono la chiave vincente di un film che vive su visioni di grande potenza, che si spostano dal reale allo storico, dal drammatico all’onirico, come accade spesso nel cinema di Bellocchio. È un film che procede con uno stile che sposa quello del tempo in cui sono ambientate le vicende: futuristico e d’avanguardia, con le scritte futuriste (Guerra! Guerra! Guerra!) che si sovrappongo alle immagini e un montaggio più serrato, melodrammatico e vicino al cinema popolare in voga negli anni del fascismo nella seconda parte. Sentiamo Timi/Mussolini pronunciare i ta-ra-ta-ta-ta e i bum-bum-bum, parole futuriste, a un’esposizione d’arte. Vincere è puro cinema, ma è anche un’opera meta-artistica, dove cinema (vediamo passare molti capolavori del cinema muto, tra cui Il monello di Chaplin), letteratura e arte si fondono, in un’atmosfera oscura e piena d’ombre ricreata dalla fotografia di Daniele Ciprì. È un quadro oscuro, nerissimo, come lo sono stati gli anni che, magnificamente, racconta.

 Da vedere perché: racconta la Storia con uno stile unico ed immagini indelebili

 

 

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