Posts Tagged ‘Hopkins

29
Apr
11

Thor. È roba di Tony Stark? No…

Voto: 5,5 (su 10)

 “È roba di Tony Stark?” sentiamo chiedere in una scena di Thor, quando il personaggio del Distruttore, fatto tutto di metallo, arriva sulla terra inviato da Asgard. Che cose c’entra Tony Stark, il protagonista di Iron Man, battuta a parte, in una recensione su Thor? C’entra eccome. Perché tutti i film prodotti dalla Paramount tratti dai fumetti Marvel sono collegati tra loro (anche qui non perdetevi la scena dopo i titoli di coda), e culmineranno in The Avengers, in uscita nel 2012, dove Iron Man, Thor e Capitan America (sarà questo il prossimo film in uscita quest’anno) si ritroveranno contro Hulk. E perché Iron Man è senz’altro il punto di riferimento di queste produzioni, una franchise che dimostrato di essere la terza via al comic movie, tra il realismo dark del Batman di Christopher Nolan e il pop dello Spider-man di Sam Raimi. È impossibile allora non fare confronti.

Ma partiamo dalla storia: Thor è il figlio di Odino, vive nel regno di Asgard, collocato su un altro pianeta ma chiaramente riferito al Walhalla, il regno dei cieli della mitologia nordica. Per un peccato di superbia, Thor viene punito dal padre, e condannato all’esilio in un posto miserabile (la Terra, e dove sennò?), dove incontra l’astrofisica Jane Foster, e se ne innamora. Ma le trame del fratellastro Loki, che vuole uccidere il padre e soffiare a Thor il ruolo di erede al trono, lo faranno tornare in azione. Strano caso di mitologia nordica applicata alla cultura pop, Thor è un caso a parte, piuttosto originale, nel mazzo dei fumetti Marvel. Siamo lontani dai supereroi con superproblemi, come Spider-Man e Iron Man. Thor è un dio, e i suoi problemi sono di altra natura rispetto ai protagonisti a cui siamo abituati. Proprio per questa sua particolarità, Thor ha una doppia anima: una naturalmente pop, dovuta al fumetto, veicolo pop per eccellenza. Un’altra più alta, classica, dovuta all’ispirazione mitologica del protagonista. Proprio per questa sua seconda anima, insolita per un comic movie, a dirigere Thor è stato chiamato Kenneth Branagh, autore shakespeariano per eccellenza: le trame di palazzo, i tradimenti in seno alla famiglia reale sembrano essere tratti da Shakespeare. Così la scelta di Branagh sembra naturale. Perché in Thor c’è un po’ dell’Enrico V e un po’ di Romeo e Giulietta, nella storia d’amore tra Thor e Jane.

Eppure non tutto torna. Primo perché queste due anime insite nel fumetto di Thor vengono proiettate anche nel film, e scisse nei due mondi tra i quali si divide la storia, la Terra e Asgard, a cui corrispondono due toni diversi di narrazione: più alto e tragico, da Shakespeare, appunto, quello sul mondo degli dei; più caciarone e ironico, da comic movie, quello sulla terra. Il problema è che questi due registri non si integrano mai, restando due anime separate, e stridono uno con l’altro. L’altro problema è che, nella parte shakespeariana i dialoghi non sono scritti da Shakespeare, non sono né brillanti né intensi, e finiscono per essere solo pomposi. Mentre quelli sulla parte terrestre sono troppo poveri. Thor allora è meno drammatico di Hulk e meno ironico di Iron Man, restando un film senza una sua personalità, a tratti più vicino al Beowulf di Zemeckis che a un film Marvel. Se il 3D non aggiunge niente al film (è uno di quei film convertiti in tre dimensioni dopo essere stato girato in due), anzi toglie luminosità a una fotografia dai toni già oscuri, affascina il design del mondo di Asgard, tutto oro e tenebre, con la magniloquenza di un Metropolis.

“È roba di Tony Stark?” si chiede qualcuno nel film. No, rispondiamo noi. Perché il difetto più grande del film è forse nella scelta del protagonista. Chris Hemsworth non solo non è al livello degli altri attori del film (Anthony Hopkins è Odino, Natalie Portman è Jane), ma soprattutto non si capisce come sia stato scelto come protagonista di un film di questo tipo. La Paramount aveva scelto grandi attori per gli altri supereroi che ha portato sullo schermo: Edward Norton e Robert Downey Jr. sono state le chiavi del successo di Hulk e Iron Man. Hemsworth è invece poco più di un Big Jim (o un He-Man, visti i capelli lunghi) palestrato e poco espressivo. E il confronto con Iron Man stride ancora di più.

Da vedere perché: non è un film dalla grande personalità, ma in attesa di The Avengers, dove molti supereroi Marvel si ritroveranno, può essere il complemento delle storie iniziate con Hulk e Iron Man

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12
Mar
11

Il rito. La possessione di Anthony Hopkins

Voto: 5 (su 10)

Ci sono due casi di possessione al centro del film Il rito, nelle sale dall’11 marzo, diretto dal regista Michael Hafstrom, già autore di un horror tratto da Stephen King, 1408. La prima è quella della storia al centro del film. Che a quanto pare è vera, come lo era quella de L’esorcista. Ma si dice spesso così quando si parla di horror, per farci più paura. Michael Kovac, seminarista più per scappare dal lavoro del padre (le pompe funebri) che per una reale vocazione, viene mandato a Roma, dove il Vaticano insegna il lavoro di esorcista (il corso in esorcismo ancora non l’avevamo visto). A Roma Michael incontra Padre Lucas (Anthony Hopkins), prete esperto di esorcismi. Insieme si occupano del caso di Rosaria, una ragazza di sedici anni che è vittima di una possessione demoniaca. Ma Il rito è uno di quei film che partono verso una direzione per raggiungerne un’altra. Il centro del film infatti non è chi è posseduto, ma chi deve liberarlo. E Michael potrà combattere il Diavolo solo se crederà nel Diavolo, e quindi in Dio. È trovare la fede, di cui dubita, la vera sfida.

L’altra possessione che possiamo osservare ne Il rito è quella di Anthony Hopkins, posseduto da un suo indimenticabile personaggio, l’Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti, già ripreso in Hannibal e Red Dragon. Nonostante non ci sia il bisogno di precisare come Hopkins sia un grande attore, e che abbia dato grandissime prove in questo senso, il Dottor Lecter continua a fare capolino nella sua carriera, possedendolo di tanto in tanto. Così, quando Il rito prende una svolta inaspettata, e il Diavolo pensa di prendersi Lucas/Hopkins, negli occhi dell’attore compaiono quei lampi di follia, quegli occhi torvi e spiritati che avevamo conosciuto, e amato, tanto, nel film da Oscar di Jonathan Demme. Lampi di follia che rendono servizio al film, certo, ma che sembrano ormai un po’ di maniera, come se Hopkins mettesse il pilota automatico, la modalità Hannibal Lecter, sapendo di affrontare un ruolo horror, o comunque un ruolo al confine con la follia.

Questo discorso però ci permette di capire una cosa: Il rito è un film di attori, prima ancora che di effetti speciali. Che sono usati con molta parsimonia, e non sono l’aspetto principale che viene usato per far paura. Durante le scene delle possessioni, qualche riga in computer grafica viene usata per solcare il volto degli attori, certo, ma non ci sono scene ad effetto, solo un grande lavoro di recitazione. E se Hopkins, seppur di maniera, è bravo, è bravissima, ed è la vera scoperta del film, Marta Gastini, che interpreta Rosaria: ha ventuno anni e finora l’avevamo vista in Io & Marilyn, dove era la figlia di Pieraccioni, e non immaginavamo fosse così brava. La sua interpretazione, tra convulsioni, sguardi indiavolati e fragilità, è eccezionale. Così come piace che l’horror sugli esorcismi sia tornato alla sua forma classica, quella drammatica, dalle tinte oscure e dalle atmosfere austere de L’esorcista, dopo le contaminazioni con il legal thriller de L’esorcismo di Emily Rose, e quelle del mockumentary (finto documentario) de L’ultimo esorcismo. Siamo lontani, però, dal classico di Friedkin. Dopo un buon inizio, tutto sommato sobrio, il film perde il filo per colpa di una sceneggiatura non sempre a fuoco. Il rito così diventa allo stesso tempo prevedibile ed eccessivo (vedi gli animali messi lì per creare tensione, ma anche piuttosto a caso, o lo schiaffo alla bambina). E, alla fine, poco interessante.

Da non vedere perché: Dopo un buon inizio, tutto sommato sobrio, il film perde il filo per colpa di una sceneggiatura non sempre a fuoco. Il rito così diventa allo stesso tempo prevedibile ed eccessivo

 












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