Posts Tagged ‘Gus Van Sant

30
Lug
09

Film sul rock e film rock: che differenza c’è?

3645777001_2ce823bc48Notorious, il film appena uscito nelle sale che racconta la storia del rapper newyorchese Notorious B.I.G. è solo l’ultimo di tanti biopic che raccontano vita, morte e (relativi) miracoli di grandi della musica pop e rock (in questo caso del rap). Il biopic rock è una di quelle operazioni sinergiche che tanto piacciono all’industria: il film su una star della musica parla di qualcuno di molto noto e spesso molto amato, e quindi si presume un buon incasso al botteghino. D’altro canto, l’industria musicale si prepara a vendere colonne sonore e ristampe e a godere del rinnovato interesse intorno a quel personaggio. Quanto ci vorrà prima che annuncino un biopic su Michael Jackson? Nel frattempo Notorious, diretto da George Tillman jr., non si discosta da quelli che sono stati gli ultimi biopic musicali. Il film sul defunto rapper è un teatrino fatto di infanzia difficile, dipendenze, cadute e redenzioni, amori e corna. Una struttura da soap opera che ricorda molto quella di Ray, il biopic di Taylor Hackford sulla vita di Ray Charles. Anche quel film presenta una serie di schemi – gli amori, i tradimenti e la dipendenza da droghe – che tendono a reiterarsi in maniere piuttosto schematica, finendo per annoiare. Hackford ha qualche buona idea, come quella di enfatizzare i suoni, visto che per un cieco le orecchie sono gli occhi, e l’uso di movimenti di macchina e montaggio più frenetici nel momento “Trainspotting” del film, quello del momento della disintossicazione dalla droga. Per il resto, si tratta di una regia piuttosto convenzionale.

A spiccare, in quel film, era l’interpretazione mimetica di Jamie Foxx, calato a tal punto nel ruolo da ridere e muoversi come il vero Charles. E, se ci pensiamo, il punto è proprio questo: forse in questo tipo di operazioni si punta tutto su una ricostruzione storica forte, sulla musica e sull’attore principale, che fa un gran lavoro di preparazione. E meno sulla regia. È anche il caso di Walk The Line – Quando l’amore brucia l’anima, dedicato a Johnny Cash. Anche qui al centro di tutto c’è un grande attore, Joaquin Phoenix, con una grande aderenza, fisica e spirituale, al ruolo. E un regista, James Mangold, che finora è stato più una promessa di autore che un artista realizzato. Il risultato è un film godibile, sicuramente superiore ai due sopra citati. Ma che funziona – vedi anche sottotitolo italiano – più come una storia d’amore che come un film su un artista che ha segnato la storia della musica.

Fortunatamente, non tutti i film di questo tipo vanno in questa direzione. I film dedicati a stelle del rock funzionano quanto più sono dei film d’autore, caratterizzati dalla visione di un artista del cinema su un artista della musica. E quanto più si distinguono dall’idea classica del film biografico per diventare qualcosa di più complesso. L’esempio tipico di un film rock che è molto più di un biopic è The Doors di Oliver Stone. Il regista americano gira un film che è molto di più della vita di Jim Morrison e della sua band: riesce a cogliere l’anima del poeta Morrison, le sue visioni, il cuore di canzoni come The End, messe in scena come lunghe allucinazioni dell’artista. Senza che manchino gli altri elementi del genere: attenzione per la musica, per i fatti storici, e un’interpretazione mimetica e indimenticabile come quella di Val Kilmer nei panni del leader della band.

Di recente il miracolo è avvenuto ancora con Control, dedicato a Ian Curtis, leader dei Joy Division. Anche qui a essere vincente è la visione di un artista: Anton Corbijn mette in scena Curtis e la sua band con quel bianco e nero sgranato con cui li fotografava verso la fine degli anni Settanta: così la forma del film aderisce perfettamente all’arte dei Joy Division, portandoci immediatamente in un’epoca, in un’atmosfera sociale, culturale e sonora inconfondibile. Il bianco e nero ci fa vedere quello spleen che la musica dei Joy Division evoca. Tanto che non riusciremmo a immaginarceli mai a colori.

Così come non potremmo mai immaginarci il glam rock in bianco e nero. E infatti Velvet Goldmine di Todd Haynes è coloratissimo. E va oltre la concezione di biopic. Haynes stesso – cogliendo il concetto che stiamo cercando di spiegare – lo ha definito “non un film sul glam, ma un film glam”, nel senso che più che una storia cerca di trasmettere uno stato d’animo, uno stile di vita, un mondo. Le due rockstar non si chiamano David Bowie e Iggy Pop, ma li ricordano. E la storia non è esattamente la stessa, ma ne coglie movenze, motivazioni e sensazioni. In questo modo, il film si prende le sue libertà, che sono sinonimo di creatività, ma entra nel glam rock e nel periodo Ziggy Stardust molto meglio di quanto lo avrebbe fatto un classico biopic su David Bowie (per una mancata sua autorizzazione, pare, non sentiamo le sue canzoni nel film).

Come diceva una pubblicità, Todd Haynes vuol dire fiducia. Non a caso è suo un altro dei film rock più belli degli ultimi anni. Io non sono qui stavolta non rimane nel vago: il personaggio al centro della storia è  – e si chiama – Bob Dylan. Solo che invece di un personaggio sono sei. Ancora una volta al centro di un grande film c’è una grande intuizione e una grande scelta di regia: frammentare un artista nelle sue molteplici anime, ognuna con la propria vita e la propria direzione. Un modo per dimostrare  come sia irrappresentabile un artista come Dylan. E forse ogni artista. Io non sono qui è forse il film che più di altri alza l’asticella del genere, facendo (letteralmente) a pezzi il concetto di biopic classico. Ci aveva provato, con poco successo, qualche anno prima Gus Van Sant, con il suo Last Days, dedicato a Kurt Cobain. Che è l’opposto del biopic come lo intendiamo normalmente: vanno in scena gli ultimi giorni della vita di Cobain, ma di lui non ci viene detto quasi niente. Così Van Sant racconta l’imperscrutabilità e l’insondabilità dell’anima di Cobain, il mistero della sua vita. Non ci mostra niente, ma ci comunica disagio, ansia e straniamento. Per quelli a cui non è piaciuto il film, ne arriverà forse un altro. Mentre è stato annunciato, ma non se ne è saputo più nulla, il film di Spike Lee su James Brown, e smentito il film di Tarantino su Jimi Hendrix, si parla da tempo di un nuovo film su Kurt Cobain. La sua vedova, Courtney Love, avrebbe personalmente scelto Ewan McGregor nel ruolo di Cobain. Ma di questo progetto non si sono avute più notizie. Probabilmente sarebbe un altro film sul rock (sul grunge in questo caso), piuttosto che un film rock.

 

 

01
Lug
09

DVD. Milk. Un segno dei tempi, tra cinema e realtà

Voto: 9 (su 10)

milk-locandina“Il mio nome è Harvey Milk, e sono qui per arruolarvi”. Sono parole di Harvey Milk, attivista per i diritti dei gay nella San Francisco degli anni Settanta, diventato il primo omosessuale eletto a una carica pubblica. Milk, il film che racconta la sua storia, diretto da Gus Van Sant, è uno di quei film che arrivano in un momento tale da diventare un segno dei tempi. Harvey Milk è un precursore di tutte le battaglie per i diritti civili. Uno che viene da una minoranza e difende tutte le minoranze. È impossibile non vedere in lui la figura di Barack Obama. E in Milk il primo film dell’era Obama. Un film che è speranza, lotta, redenzione.  Ma l’attualità non è solo in questo. Milk combatte negli Anni Settanta contro la Proposition 6, una legge che avrebbe impedito alle scuole di avere insegnanti gay. Mentre il film arrivava nelle sale in California veniva approvata la Proposition 8, che vieta matrimoni tra persone dello stesso sesso.  Milk arriva in dvd nella migliore edizione possibile (a due dischi). Calando un vero pezzo da novanta: il documentario The Times Of Harvey Milk, di Robert Epstein e Richard Schmiechen, Premio Oscar per il miglior documentario nel 1984. È il film che è stato la scintilla che ha spinto il giovane sceneggiatore Dustin Lance Black a dichiararsi gay. E poi a scrivere la sceneggiatura che sarà diretta da Gus Van Sant, che da tempo aveva nel cassetto il sogno di un film su Harvey Milk (il suo progetto doveva chiamarsi The Major Of Castro Street). Grazie a questo documento, nel dvd realtà e finzione si riuniscono. Fa impressione sentire il vero annuncio della morte di Milk, e la sua voce registrata che ammette di essere in pericolo, come quella che apre il film. Ma impressiona anche la fedeltà del film alla figura di Milk e ad alcune scene accadute nella realtà, riprodotte alla perfezione, dai costumi alla fotografia delle immagini. Raccontare Milk significa raccontare anche Dan White, la sua nemesi e il suo assassino, dalla sua entrata in scena al suo arresto.

Accanto a questa preziosa perla, vero asso vincente di quest’edizione dvd, ci sono i contenuti speciali più classici: Hollywood Comes To San Francisco è un making of davvero interessante, che ci spiega le motivazioni di Dustin Lance Black nello scrivere il film. Sentiamo parlare i veri Anne Kronenberg e Cleve Jones, che sono stati i consulenti del film, accanto ai due attori che li interpretano. E sentiamo James Franco che ci racconta come sia stato importante girare nei veri luoghi del film, la San Francisco di Castro Street, come se questo avesse aiutato a catturare lo spirito di Milk. Ma il rapporto con la realtà di Milk non finisce qui: molte persone che vissero quell’epoca hanno una piccola parte nel film. E anche questo serve a rendere tutto reale, e vivo.

Accanto a questo prezioso documentario, c’è Finding Gus: l’avventuroso cinema di Gus Van Sant, approfondimento a cura di Mario Sesti con interviste a Lucio Dalla, Valerio Cappelli (che parla della Tosca facendo un parallelo tra l’assassinio dell’opera e quello del film) e Giona E. Nazzaro. Che ci parla del percorso antidivistico di Sean Penn, la vera anima del film, che impersona un Milk carico di grazia e gentilezza, unite a grinta e combattività. Guardate i titoli di coda e il documentario per vedere il vero Milk, e confrontate il sorriso inconfondibile dei due. Tra le scene tagliate lo vediamo anche in un bellissimo momento in cui fa campagna elettorale vestito da clown. L’unico neo è che tra i contenuti speciali non ci sia un contributo di Penn, un’intervista, una dichiarazione. Motivi contrattuali, o forse personali, visto il difficile periodo dell’attore. Ma poco importa. Ci basta la sua interpretazione, il suo sorriso, le sue battute. La più bella del film è questa. “Due uomini possono riprodursi?” “No, ma Dio sa quanto ci proviamo”.

Lingue: italiano, inglese

Sottotitoli: italiano

Formato: 16:9, 1.85:1

Extra: The Times Of Harvey Milk (documentario Premio Oscar 1984), Hollywood Comes To San Francisco, Scene inedite, Trailer, Finding Gus: l’avventuroso cinema di Gus Van Sant, a cura di Mario Sesti

Da vedere perchè: Un gran film arriva in dvd nella sua veste migliore. Insieme al documentario (da Oscar) sulla vita di Milk e un profilo curato da Mario Sesti.

 

 












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