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20
Dic
11

Le idi di marzo. La disillusione dell’era Obama

Voto: 7,5 (su 10)

Avrebbe comunque vinto sempre il Diavolo. Sì, perché in molti avrebbero voluto che il Leone d’Oro del Festival di Venezia andasse a Le idi di marzo, il film di George Clooney che aveva aperto la kermesse. Il Leone d’Oro è andato a Faust, ma, avesse vinto Clooney, sarebbe stato comunque il trionfo del Diavolo. Anche Le idi di marzo, thriller politico e opera morale, è la storia di un uomo che vende l’anima al Diavolo: Stephen Meyers (Ryan Gosling) è uno spin doctor, l’addetto alla comunicazione del governatore Mike Morris (George Clooney), candidato alle primarie del Partito Democratico per le elezioni presidenziali (le vere primarie e il vero Partito Democratico, quelli americani). Il Diavolo è la politica, è l’ambizione. Partito con grandi ideali, Meyers scoprirà che nella vita del governatore non è tutto oro quel che luccica. C’è del marcio in America. E c’è del marcio anche in Meyers, che non esiterà a “pugnalare” metaforicamente il suo candidato, e l’altro addetto alla comunicazione (Philip Seymour Hoffman) per farsi strada nel mondo di cui ha scelto di fare parte. Di qui il titolo Le idi di marzo, che fa riferimento all’uccisione di Giulio Cesare. Come insegna la cronaca, anche qui c’è di mezzo una stagista. Ma, potere del cinema, è alta, bionda e bellissima (è Evan Rachel Wood), tutto il contrario di Monica Lewinsky.

Ci piace George Clooney quando recita in questi ruoli (il suo Morris è un ritratto del perfetto democratico, del politico pulito, tra Kennedy e un Obama in bianco), ci piace ancora di più quando dirige film impegnati come questi, e come Good Night, and Good Luck. Il suo cinema ha sempre raccontato storie che hanno a che fare con lo iato tra realtà e apparenza, in tutte le sue declinazioni. Dalla mitomania (Confessioni di una mente pericolosa) alla censura (Good Night, And Good Luck), fino alle tattiche della comunicazione politica (Le idi di marzo), in tutti i film di Clooney si racconta di come la verità possa essere distorta per fini personali o politici. In questo senso, Le idi di marzo è un film complementare e opposto a Good Night, and Good Luck. È complementare perché racconta come la politica stessa filtri, nasconda, organizzi i flussi dell’informazione prima ancora che arrivi ai mass media, dove il film sul maccartismo parlava di come i mezzi di comunicazione, sotto le pressioni della politica, scelgano come e quando l’informazione debba fluire. Allo stesso tempo, questo è un film opposto, perché racconta la storia di un uomo che si lascia corrompere, dove l’altro mostrava una strenua resistenza al nemico, in nome di una profonda integrità professionale.

E se Good Night, And Good Luck era il film dell’era Bush, in cui era evidente il disgusto per la censura e il controllo ossessivo dell’informazione, Le idi di marzo è il film dell’era Obama, e della disillusione arrivata dopo la speranza, dei compromessi arrivati dopo gli ideali. Il Morris di Clooney è immortalato come Obama nella celebre effige/icona di Shepard Fairey. Ovviamente Clooney non vuole lanciare strali né contro l’attuale Presidente U.S.A. né contro i Democratici. Vuole solo metterci in guardia sul fatto che la politica sia un gioco sporco, e chi ci entra finisce per sporcarsi. E su come non ci si possa illudere mai troppo. In un film teso e lucidissimo, dalla sceneggiatura perfetta, girato come un classico che sembra uscito dagli anni Settanta (potrebbe essere stato girato da Pollack), spiccano un Clooney attore dalla perfetta faccia imperturbabile da politico e un Ryan Gosling ormai lanciatissimo, ed eccezionale nel passare dall’innocenza all’esperienza. In un mondo fatto di chiaroscuri – come sottolineato dalla fotografia del film – dove tutti entrano ed escono continuamente dall’ombra, Clooney sembra volerci dire che in politica vediamo solo quello che appare sotto i riflettori, quando sono accesi. Chissà cosa succede fuori dal cono di luce degli spot, o quando la luce è spenta. Buona notte, e buona fortuna.

Da vedere perché: se Good Night, And Good Luck era il film dell’era Bush, in cui era evidente il disgusto per la censura, Le idi di marzo è il film dell’era Obama, e della disillusione arrivata dopo la speranza

 

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07
Nov
09

L’uomo che fissa le capre. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10)

caprePensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è L’uomo che fissa le capre, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di Gerorge Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo). L’uomo che fissa le capre diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), L’uomo che fissa le capre è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: Diverte con una comicità stralunata, avvince come una spy-story. E’ l’ultimo sberleffo a Bush

(Pubblicato su Movie Sushi)

08
Set
09

Venezia 66. The Men Who Stare At Goats. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10) 

gostsPensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è The Men Who Stare At Goats, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di George Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo “gli uomini che fissano le capre”). The Men Who Stare At Goats diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), The Men Who Stare At Goats è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: è l’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 












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