Posts Tagged ‘Giuseppe Battiston

30
Apr
10

Cosa voglio di più. L’amore ai tempi della crisi

Voto: 7 (su 10) 

Motel: 50 euro le prime quattro ore. Vaccino per la meningite per il bimbo: 67 euro. Riparazione delle scarpe: 10 euro. Prestito chiesto al fratello per far fronte alle spese: 300 euro. Ci sono cose che non hanno prezzo, dice una famosa pubblicità. Le cose invece un prezzo ce l’hanno, eccome. E Cosa voglio di più di Silvio Soldini per la prima volta ce lo dice chiaro e tondo. Sono i soldi, intesi come spese quotidiane, a scandire il ritmo e la progressione del racconto. Come fanno quotidianamente nelle nostre vite. È una novità che nel nostro cinema italiano, fatto di drammi borghesi in interni, una storia d’amore venga raccontata dal punto di vista economico. Anna (Alba Rohrwacher) ha un impiego modesto ma sicuro, e sta con Alessio (Giuseppe Battiston), dalle mani e dal cuore d’oro. Incontra Domenico (Pierfrancesco Favino), a sua volta legato a qualcuno, addirittura sposato con due bambini. Scoppia la passione, e inizia una relazione intensa. Ma anche una relazione costa (vedi le spese del motel). E i due amanti dovranno scontrarsi anche con questo. “Oggi il mio capo si è sposato per la terza volta” dice Anna. “C’ha i soldi” risponde Domenico. “Sempre di quello di finisce a parlare” ribatte lei.

Se, guardando quasi tutti i film italiani degli ultimi anni, vi era sembrata quasi fantascienza che personaggi si tradissero, lasciassero le proprie famiglie per poi fare marcia indietro, mantenessero figli, ex mogli e amanti, passando senza problema dalla loro prima alla loro seconda casa, preoccupandosi solo dei propri sentimenti e mai di aspetti pratici (ogni riferimento a Gabriele Muccino è puramente voluto), avete finalmente trovato un film che fa i conti con tutto questo. Con la realtà. È l’amore ai tempi della crisi, parola che entra più di una volta nei dialoghi, così come le cifre esatte che riguardano i costi di ogni singola spesa.

Scandito dai soldi e dalle cifre, Cosa voglio di più ha una struttura particolare: tutta la prima parte è incentrata sulla vita di Anna. Dopo l’incontro con Domenico si apre un varco che ci fa vedere anche la sua vita. Domenico così da personaggio, carattere, diventa un uomo, una persona, e non solo un episodio nella vita di Anna e Alessio. Come noi, anche ad Anna viene voglia di scrutare la vita di Domenico. È qualcosa che accadeva anche in un film di qualche tempo fa, Intimacy. Un film a cui Soldini ha ammesso di essersi ispirato per le scene di sesso. Il film di Chéreau era stato uno dei primi a ritrarre il sesso in maniera realistica, priva di glamour e fascino. Le scene di Cosa voglio di più sono meno furiose e violente (è una storia d’amore e non solo di sesso), ma, sotto la luce rossa del motel a ore, sono effettivamente realistiche, molto riuscite. E non sono mai erotiche, non comunicano eccitazione, quanto disperazione e solitudine.

Ma ancora più che quando è sui corpi nudi dei due amanti, è quando si ferma sui loro volti che la macchina da presa di Soldini sembra scrutare la loro anima. Sono eccezionali alcuni momenti di imbarazzo, di incertezze, gli attimi di attesa misti a sensi di colpa. Vedere per credere il volto di Anna/Alba Rohrwacher prima dell’appuntamento al bar con Domenico. O l’imbarazzo nel trovarsi per la prima volta insieme nella straniera stanza del motel. Funzionano un po’ meno alcuni dialoghi, quelli della vita di tutti i giorni, che sembrano procedere per luoghi comuni e banalità, e fanno sì che nel film non si entri sin dalle prime scene. Mentre è efficace la scelta di Soldini, che dopo l’ottimo Giorni e nuvole continua il suo viaggio necessario nel precariato, di girare un film tra la gente, con la macchina da presa che è sempre all’altezza dei personaggi, li segue spesso da dietro, come un amico che cammina insieme a loro, senza giudicarli. E infatti in questo film non si tratta di giudicare, solo di capire. Che nella vita ci saranno cose che non hanno un prezzo. Ma quasi tutto un prezzo ce l’ha.    

Da vedere perché: è una novità che nel nostro cinema italiano, fatto di drammi borghesi in interni, una storia d’amore venga raccontata dal punto di vista dei soldi. È il denaro a scandire il ritmo e la progressione del racconto. Come fa quotidianamente nelle nostre vite

 

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21
Set
09

Venezia 66. Il Piccolo. Piccolo grande teatro

Voto: 7 (su 10) 

piccoloÈ un bel viaggio, quello dentro al Piccolo Teatro di Milano, lo storico teatro fondato da Giorgio Strehler e Paolo Grassi nel 1966, raccontato da Il Piccolo, documentario di Maurizio Zaccaro presentato a Venezia nella sezione Controcampo Italiano. È un bel viaggio perché Il Piccolo nasce con un’idea ben precisa, quella di essere  un teatro di protesta, non di consenso, ma di dissenso. Il suo pubblico era, è sempre stato, ed è ancora, un pubblico diverso da quello, ad esempio, del Teatro Manzoni. Ed è un bel viaggio perché a raccontarci la sua storia ci sono persone come il compianto Tullio Kezich, storico critico cinematografico, nonché produttore e autore teatrale, e Maurizio Porro, uno dei più preparati e garbati tra i critici cinematografici italiani.

Ci si commuove a vedere Kezich sul grande schermo. E ci si diverte, perché il critico triestino si dimostra ancora un grande narratore di aneddoti. È spassoso il racconto delle sere passate a casa di Strehler, dopo che dal mattino alla sera avevano parlato di teatro: una sera, alle undici, mentre Kezich voleva solamente dormire, Strehler bussò alla sua stanza per continuare a parlare, e gli fece una lezione su Goldoni, con una grande interpretazione. C’è una grande umanità, una grande arte, dentro alla storia del Piccolo. È un posto che ha un’atmosfera senza pari: quando si entra si sentono i fantasmi, e i silenzi sono ricchi di presenze, come racconta Mariangela Melato a Maurizio Porro.piccolo 2

È un documentario piacevolissimo, Il Piccolo, che si segue come se a raccontarci la storia del teatro ci fosse un gruppo di amici. Più che interviste quelle che vediamo nel film sono chiacchierate. Ci sono Branciaroli, Giuseppe Battiston, Paolo Rossi (che suggerisce di vendere i biglietti del teatro in edicola, come si faceva un tempo), Leo Gullotta. E poi Toni Servillo. Allora, per chi ama il cinema, questo film può servire per capire da dove arrivano le interpretazioni dei nostri più grandi attori. E Servillo è ancora una volta straordinario, quando ci parla della maschera, e ci racconta come l’attore cambi i propri gesti quando deve riferirsi a questa. Perché la maschera non sopporta la concretezza del gesto reale. La maschera è rituale. Lo vediamo anche in quel successo mondiale che è stata la Trilogia della villeggiatura di Goldoni.

Parlare del Piccolo significa parlare di Milano. E guardare inevitabilmente indietro. Ed è bellissima la scena in cui, in una via del centro, si accendono tutte le insegne dei cinema che c’erano e non ci sono più. E l’insegna del Piccolo riluce ancora. Nel film c’è tutta la Milano del Piccolo, la Milano intorno al Piccolo. Ed è una Milano bellissima.

Da vedere perché: Il Piccolo è la storia del teatro in Italia. E anche del cinema (vedi Servillo). Ed è come se ce la raccontassero un gruppo di amici.












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