Posts Tagged ‘Giovanna Mezzogiorno

28
Gen
10

Arriva in sala Baciami ancora, il nuovo film di Gabriele Muccino. Ansia da prestazione

Voto: 6,5 (su 10)

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Quei violini suonati dal vento ci sono sempre, a scandire il ritmo frenetico del cinema di Gabriele Muccino. E tutti sono ancora sempre di corsa. È Baciami ancora, sequel de L’ultimo bacio, film che dieci anni fa era stato un caso, lanciando Muccino come autore e (ri)lanciando proclami di rinascita del cinema italiano. I protagonisti di quel film sono tornati, invecchiati di dieci anni, e Muccino prova a fare come Truffaut, che ci fece vivere la crescita del suo Antoine Doinel insieme a quella dell’attore che lo interpretava, Jean-Pierre Léaud.

Nel frattempo molte cose sono cambiate. Quelli che erano attori secondari, Pierfrancesco Favino su tutti, ma anche Claudio Santamaria e Giorgio Pasotti, sono cresciuti e diventati dei protagonisti, Stefano Accorsi non è più l’asso pigliatutto del cinema italiano di qualche tempo fa, Giovanna Mezzogiorno si è tirata fuori dal sequel. Muccino è stato a Hollywood, come ci ricorda mettendo un film con Will Smith in una sequenza. E i film che hanno salvato il cinema italiano sono stati altri.

Il risultato è un’opera più corale della precedente, che era incentrata sulla storia tra Carlo e Giulia. A proposito, sappiamo com’è andata a finire. Forse non sarà stato con il ragazzo che la guardava mentre faceva jogging, ma anche Giulia ha tradito Carlo, e lui ha tradito lei. Si sono lasciati, dopo aver concepito una bambina, e ora sono legati ad altre persone.

Accanto ad Accorsi al posto della Mezzogiorno c’è Vittoria Puccini: ci si deve fare un l’abitudine, ma lei è molto brava. Marco (Favino), che era lo sposo del primo film, ha dei problemi con la moglie: non possono avere figli. Chi i figli li aveva, Adriano (Pasotti) ha mollato tutto, ha viaggiato per dieci anni ed è pure stato in carcere. La moglie (Sabrina Impacciatore) si è consolata con l’amico Paolo (Santamaria), sempre più alle prese con la depressione.

Se sono cambiati i rapporti di forza tra gli attori, è cambiato anche Muccino. La sua esperienza hollywoodiana sembra aver limato alcuni suoi eccessi registici, che però ci sono sempre. Rispetto a L’ultimo bacio e Ricordati di me, Muccino rallenta il ritmo, monta meno freneticamente, usa di meno la macchina a mano addosso agli attori. È bravissimo a far muovere gli attori nello spazio (vedi la scena della salita a cavallo) e usa sapientemente il montaggio alternato. Ma, anche se limato, lo stile Muccino c’è sempre, e Baciami ancora non convincerà i suoi detrattori. Come non convincono alcuni passaggi forzati che ormai usa sempre nelle sue sceneggiature come svolte narrative, come la malattia/incidente, o gli immancabili tradimenti.

Quello di Muccino rimane un cinema frenetico, ansiogeno. Piaccia o no, ci trasmette il mood di una generazione – quella dei quarantenni di oggi – in perenne ansia da prestazione, lavorativa, amorosa, familiare, riproduttiva. O in perenne attacco di panico. Se L’ultimo bacio fotografava la sindrome di Peter Pan, e ci diceva che non si diventa adulti a trent’anni, Baciami ancora ci dice che non lo si diventa nemmeno a quaranta. Forse è questo mondo precario a non permettere di diventare adulti. Ma di questo Muccino sembra preoccuparsi poco: i suoi personaggi borghesi i problemi del lavoro e dei soldi sembrano averli fino a un certo punto. Lavorano, sì, ma sembrano avere così tanto tempo per complicarsi la vita, tradire, andare e venire. La realtà è questa o no? Qualcosa di vero c’è, ma Muccino porta tutto all’estremo con il suo pessimismo cosmico – nonostante l’happy end da Mulino Bianco – e il suo velato maschilismo. Anche se, rispetto ai suoi film precedenti spinge di più sul pedale dell’ironia e dell’umorismo. Come se, guardando dall’alto i suoi personaggi, trovasse questo continuo affannarsi un po’ ridicolo. È nella mancanza di cura delle cose più semplici che facciamo gli sbagli più grandi. I quarantenni mucciniani di sbagli ne hanno fatti tanti. E sono alla continua ricerca del tempo perduto.

Forse è ansia da prestazione anche quella di Muccino, che per il suo ritorno in Italia mette nel suo film di tutto, di più. Ne esce un’opera che ha ritmo, si segue con piacere e a tratti avvince, un po’ grazie all’effetto Facebook, o effetto cena di classe: si rivedono dei vecchi amici e la curiosità di sapere cosa è successo loro è tanta. Ma si esce dal film non convinti appieno, né completamente soddisfatti. Come questi cinque amici che vanno a festeggiare alla fontana del film precedente, ma non trovano più l’acqua.

Da vedere perché: È l’effetto Facebook, o effetto cena di classe: si rivedono dei vecchi amici e la curiosità di sapere cosa è successo loro è tanta Cinema frenetico per una generazione in ansia da prestazione. Non piacerà ai detrattori di Muccino, e la sua morale non convince. Ma a livello di spettacolo funziona

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

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28
Mag
09

Vincere. Il Duce che visse due volte

Voto: 8 (su 10)

11070_bigÈ un corpo anti-iconico, o ante-iconico, quello del Mussolini di Vincere di Marco Bellocchio. Incarnato da un Filippo Timi ancora incredibilmente somaticamente fascista dall’occhio affebbrato e infervorato, quello che vediamo nel film di Bellocchio è un Mussolini diverso da quello che siamo abituati a vedere nei filmati e nelle foto d’epoca. È il Benito Mussolini prima di diventare Duce, con i capelli e i baffi, socialista e direttore dell’Avanti, nella Milano della Prima Guerra Mondiale. È lì che incontra Ida Dalser, giovane attrice trentina, con cui vivrà una grande passione, e che rinnegherà insieme al figlio che gli diede, dopo il matrimonio con Rachele, nonostante lei abbia venduto tutto ciò che aveva per finanziare il suo nuovo giornale. Il Popolo d’Italia nasce dalla scissione con l’Avanti e il Partito Socialista, e testimonia il suo irredentismo, che con il tempo diventerà fascismo. È un corpo spesso nudo, stentoreo, potente, quello di Timi/Mussolini. Che accanto a quello di Giovanna Mezzogiorno, mai così sensuale, trasporta nel privato quello che è avvenuto a livello storico: la fascinazione di una donna (e poi di un figlio) per un uomo è la stessa che, su un altro piano, ha coinvolto un’intera nazione. Per questo Ida è un po’ l’Italia che ha amato Mussolini, si è fidata di lui e da lui è stata tradita.

Accanto ai due corpi c’è un mondo, un’epoca. E Bellocchio sceglie di raccontarlo in maniera molto particolare. A partire dalla scelta di far sparire il giovane Mussolini di Timi a metà film, da quando cioè esce dalla vita di Ida. Che ritroverà i suo Benito, diventato ormai un altro – senza capelli, senza baffi, in uniforme – nelle immagini dei cinegiornali che vede al cinema. Al Mussolini di Timi si aggiunge allora quello vero, preso dalle immagini di repertorio. Ed è un ingresso deflagrante, come quello di un grande attore. Un corto circuito cinema-realtà che non penalizza il film, ma lo rafforza. Perché tutti noi vediamo Mussolini come lo vede Ida, dopo averlo conosciuto da vicino: è diverso, è lontano, è enorme, nel senso delle dimensioni che ha raggiunto il suo potere come in quello delle immagini su grande schermo che – primo grande leader mediatico precursore dei politici odierni – ne rimanda le gesta e le parole in tutta Italia. Quelle immagini di repertorio allora servono proprio a testimoniare una distanza. E diventano ancora più beffarde quando rivediamo Filippo Timi, stavolta nei panni del figlio di Mussolini e della Dalser, ormai grande, mentre – Duce che visse due volte – ripete le parole del padre in uno dei discorsi che ha appena sentito, dimostrando evidentemente di subirne la fascinazione.

Le immagini di repertorio sono la chiave vincente di un film che vive su visioni di grande potenza, che si spostano dal reale allo storico, dal drammatico all’onirico, come accade spesso nel cinema di Bellocchio. È un film che procede con uno stile che sposa quello del tempo in cui sono ambientate le vicende: futuristico e d’avanguardia, con le scritte futuriste (Guerra! Guerra! Guerra!) che si sovrappongo alle immagini e un montaggio più serrato, melodrammatico e vicino al cinema popolare in voga negli anni del fascismo nella seconda parte. Sentiamo Timi/Mussolini pronunciare i ta-ra-ta-ta-ta e i bum-bum-bum, parole futuriste, a un’esposizione d’arte. Vincere è puro cinema, ma è anche un’opera meta-artistica, dove cinema (vediamo passare molti capolavori del cinema muto, tra cui Il monello di Chaplin), letteratura e arte si fondono, in un’atmosfera oscura e piena d’ombre ricreata dalla fotografia di Daniele Ciprì. È un quadro oscuro, nerissimo, come lo sono stati gli anni che, magnificamente, racconta.

 Da vedere perché: racconta la Storia con uno stile unico ed immagini indelebili

 

 












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