Posts Tagged ‘Frank Miller

09
Mag
11

Machete. Il film nato per volontà popolare

Voto: 7 (su 10)

In un’epoca in cui i film sono tratti da acclamati bestseller, o sequel di acclamati film, o rifacimenti degli stessi, un film tratto da un “acclamato” trailer è qualcosa di più unico che raro, e desta sicuramente simpatia. Parliamo di Machete, e di quel finto trailer presente in Grindhouse, l’opera a quattro mani di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, da noi andato in onda in, la metà di Rodriguez distribuita come film a sé stante. Prima dell’inizio di Planet Terror andava appunto in onda, compreso nell’opera stessa, un trailer di un film che non esisteva, Machete, che ha fatto impazzire il pubblico. Machete è nato per volontà popolare: su  internet, perfino per strada la gente ha richiesto a gran  voce a Rodriguez questo film. Ma Rodriguez Machete lo aveva in mente dai tempi di Desperado, e quel trailer in fondo è stato solo la molla. Eccolo, allora: Machete Cortez, ex agente federale, deve vendicarsi del boss Torres che lo aveva incastrato e fatto radiare dal corpo. Mentre un politico fa della lotta all’immigrazione dei messicani il fulcro della sua campagna elettorale, una poliziotta e una rivoluzionaria aiuteranno Machete.

L’operazione di Machete è la stessa dei film di Tarantino: il recupero e la nobilitazione dei B movie. Machete, che può essere considerato tranquillamente la terza parte di Grindhouse, non sfugge alle regole che i due hanno dato all’operazione, e che sono alla base del loro cinema da sempre. Del film di serie B vengono ripresi i temi, che sono quelli del cinema di genere, dei polizieschi, degli horror, viene ricreato in parte lo stile, con le pellicole sgranate e rovinate, anche se qui l’effetto è meno evidente che in Grindhouse. E poi c’è il recupero di vecchie star cadute nel dimenticatoio, o quasi: se il colpo per eccellenza in questo senso lo fece Tarantino con John Travolta in Pulp Fiction, qui Rodriguez recupera due vecchie conoscenze del cinema e della tv degli anni Ottanta, gli indimenticati Don Johnson e Steven Seagal, che è il villain Cortez. Più Danny Trejo, nel ruolo di Machete, ex caratterista, ed ex galeotto, da qui il physique du role, alla sua prima volta da protagonista.

L’operazione B movie, lo sappiamo, è divertimento puro (il sottotesto politico c’è, ma è lievissimo). Per chi guarda, ma anche per chi gira. Rodriguez è il regista, e può permettersi tutto. Può permettersi le pupe, Jessica Alba, Lindsay Lohan e Michelle Rodriguez, e può permettersi pure di spogliarle (solo le prime due, ma il nudo della Alba è virtuale: indossava un bikini poi cancellato al computer). Rodriguez vuole stupire a ogni sequenza, e spesso ci riesce. L’idea geniale è che il protagonista riesca ad uccidere non solo con il machete, ma con qualsiasi oggetto tagliente o appena appuntito: coltelli da cucina, cavatappi, termometri da cucina, e così via. Machete è un film spassoso, pieno di ritmo, irresistibile.

Machete allora è un film di serie B, o qualcos’altro? La sensazione è che, dentro al guscio colorato e saporito non ci sia la sostanza che c’è dentro un film di Tarantino. Ci siamo chiesti allora quale sia la differenza tra il cinema di Tarantino e quello del suo sodale Rodriguez. Perché, cioè, il primo giri dei capolavori e il secondo al massimo dei film molto divertenti. La differenza sta tutta nella scrittura: da B movie un po’ coatto quella di Rodriguez, un mix tra Shakespeare e la cultura pop, fatta di dialoghi quotidiani, quella di Tarantino. E non è detto che l’amicizia tra i due sia una fortuna per Rodriguez: se senz’altro l’ha facilitato a trovare il suo posto al sole, forse l’ha un po’ frenato nel trovare una sua personalità al cinema. Non a caso forse il film di Rodriguez con uno stile più personale, seppur mutuato da un altro stile ben preciso, quello di Frank Miller, è Sin City. Proprio dove, pur avendolo come collega sul set, Rodriguez si è allontanato da Tarantino. La differenza è questa: Tarantino prende il B movie per frullarlo e trasformarlo in cinema d’autore. Rodriguez lo prende per rifare semplicemente grandi B movie. Cosa che nessuno oggi sa più fare.

Da vedere perché: è un film spassoso, pieno di ritmo, irresistibile. Anche se rimane, orgogliosamente, un B movie

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05
Mar
09

Watchmen

Voto: 7 (su 10)

watchmenThe Times They Are A-Changing. È la canzone di Bob Dylan che sentiamo sui titoli di testa, che ripercorrono la storia degli eroi dagli anni Quaranta ai giorni del racconto, raffigurandoli ricoperti di una patina vintage e naive. È una canzone che ci spiega come le cose per i protagonisti siano cambiate, da anni di gloria alla decadenza. Ma anche come Watchmen cambi definitivamente la prospettiva sul supereroe. Come e più di come Frank Miller con Il cavaliere oscuro, e poi Nolan con il suo film, abbiano fatto con Batman. D’altra parta, all’inizio del film sentiamo raccontare come sia nata la storia degli Watchmen: l’idea delle maschere e dei costumi era iniziata dalle gang per le rapine, in modo che una volta catturati non potessero essere riconosciuti e potessero tornare così in libertà. Quindi anche i poliziotti decisero di mascherarsi. Ecco cosa sono questi Watchmen, uomini comuni che si sono messi una maschera, a volte rozza, altre volte ridicola, e hanno deciso di fare i vigilantes. Con esiti a volte nobili, altre discutibili. Perché si tratta di esseri umani. E “gli uomini sono cattivi per natura” come sentiamo dire nel film. Così c’è chi è violento con le donne, fino ad arrivare a uno stupro. Chi è violento e basta, con tutti. Chi invece è troppo sensibile, fino a fare cilecca la prima volta con la donna amata. Vediamo alcuni di loro macchiarsi partecipando a momenti oscuri della storia americana, come il Vietnam o l’assassinio di Kennedy. C’è chi ha fatto del suo essere eroe un’impresa commerciale (riferimento al cinema e al mercato in generale?). E chi ha superpoteri, il Dottor Manhattan, non è più umano ed è sempre più disinteressato alla nostra razza.

Quella di Watchmen è la smitizzazione, la decostruzione, la caduta definitiva del supereroe. Ci toglie da davanti agli occhi “quel velo di Maya che dalla prima storia di Superman in poi ci aveva sempre dipinto degli eroi in costume puri come gigli, figure quasi cristiche, disinteressati, altruisti, e non degli esaltati alla ricerca di un’emozione a buon mercato saltando sui tetti in un costume di pelle o di gomma” come scrive Marco M. Lupoi su Rolling Stone Italia. Watchmen ci porta dietro, o dentro la maschera e  il costume del supereroe. E dentro c’è l’uomo. In questo senso il film è vicino a due opere come Batman: Begins di Christopher Nolan e Unbreakable di M. Night Shyamalan. Due film che parlano di supereroi, ma anche e soprattutto di uomini, in cui i protagonisti per quasi tutta la durata dell’opera fanno i conti con se stessi, prima di capire ed accettare la propria natura di eroi. Due persone che vediamo quasi sempre con il loro volto, prima che trovino una maschera o un costume che rafforzi la loro convinzione sempre più consapevole di un dono, di una missione, di un compito. In questo senso Unbreakable e Batman e Watchmen sono lo zenith e il nadir, due opposti: nei primi due vedevamo nascere un eroe, qui li vediamo morire.

Watchmen, in questo senso, ha un’altra visione originale: quella di spezzare l’eternità imperturbabile dell’eroe, che, da Superman in poi, siamo abituati a vedere sempre giovane e immutabile. Qui gli eroi invecchiano, muoiono, si passano il testimone di madre in figlia. “Il mio nuovo mondo prevede un eroismo meno vistoso” dice uno dei personaggi. Appunto.

Da vedere perchè: supereroi così al cinema non li avevamo mai visti












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