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09
Feb
12

Millennium – Uomini che odiano le donne. Questo non è cinema Ikea

Voto: 7 (su 10)

Ce l’ha proprio con l’Ikea, David Fincher. In Fight Club aveva fatto saltare in aria l’appartamento arredato Ikea del protagonista. Ora fa a pezzi il cinema Ikea, cioè le versioni svedesi, solide ma anonime come i famosi mobili, dei film tratti dalla trilogia Millennium di Stieg Larsson. Millennium – Uomini che odiano le donne è la versione americana del primo libro, e film, della serie. E in apparenza l’operazione è molto semplice: il cinema americano fa quello che ha sempre fatto, riscrive i film di altri paesi con i propri attori per renderli più accessibili e venderli meglio. Spesso il risultato non è all’altezza. Ma non stavolta. A dirigere c’è David Fincher, grande artigiano del cinema, e, sì, anche Autore, anche quando dirige un film su commissione. La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design.

Nascosto sotto l’impiallacciatura, come in un tavolo Ikea, c’è del marcio in Svezia. Sotto il perbenismo e l’apparente normalità borghese della famiglia Vagner, ci sono litigi, delitti, misteri. Come quello di Harriet, nipote prediletta del capostipite dei Vagner, scomparsa inspiegabilmente molti anni prima e mai più ritrovata. È proprio lui a ingaggiare il giornalista Mikael Blomqvist per fare luce sulla vicenda. Blomqvist si troverà ad essere affiancato dalla giovane hacker Lisbeth Salander, che si trova sotto tutela dopo una vita di abusi e soprusi. Fincher decide di lasciare l’azione nella Svezia di Larsson, ed è bravissimo a farci penetrare fin dentro le ossa il gelo di quelle terre (come vediamo nella scena dell’arrivo alla magione dei Vagner), un freddo che ovviamente è anche interiore. La Svezia di Fincher è colorata di un grigio che raramente tende al bianco e molto spesso sfuma verso il nero (grazie alla magistrale fotografia di Jeff Cronenweth), a cui aggiungono inquietudine e tensione i suoni di Trent Reznor e Atticus Ross (eccezionale la loro versione di Immigrant Song dei Led Zeppelin sui titoli di testa), rumori disturbanti accanto a quelli che sembrano dei carillon rotti. Suoni che colgono alla perfezione il carattere nervoso e malato del cinema di Fincher.

Nel suo film tutto è più spinto, più sboccato, più violento che nell’originale. Le situazioni sono le stesse, ma qui arriva tutto in maniera più diretta e indelebile. Questione di tocco, di talento, e anche di coraggio: Fincher non ha paura di fare un film per adulti. Millennium – Uomini che odiano le donne gli permette di continuare il suo viaggio nella perversione umana che aveva iniziato con Seven e proseguito con Zodiac. La storia di Larsson conferma di non avere una trama irresistibile, ma a Fincher interessano le persone, quello che hanno dentro. E riesce a farci capire meglio quelli a cui tiene maggiormente, i suoi protagonisti: Daniel Craig è qui de-bondizzato e de-eroicizzato, ed è un Blomqvist forte ma sensibile, un uomo con i suoi dubbi, e le sue paure, che Craig lascia trasparire sotto il suo volto e i suoi occhi apparentemente glaciali. Rooney Mara non fa rimpiangere Noomi Rapace nel ruolo di Lisbeth. Anzi, aggiunge delle sfumature, dei tratti di fragilità, di dolcezza (insita comunque nel suo volto): è più un cucciolo ferito e maltrattato che sfodera gli artigli per difendersi che un predatore.

Sotto l’impiallacciatura, insomma, c’è dell’altro. Il Millennium di Fincher non è un semplice remake o reboot. Il regista di Seven ci ha fatto capire perché l’opera di Stieg Larsson affascina così tanto. Millennium è Lisbeth Salander. E lei è il simbolo del nuovo millennio, dei tempi che viviamo: da un lato le illimitate possibilità informatiche e tecnologiche, e con esse la violabilità assoluta della privacy, dall’altro la continua violenza a cui i più fragili sono sottomessi. In questo senso, Fincher continua il discorso iniziato con The Social Network sui paradossi della nostra società. Siamo tutti più connessi e più informatizzati, ma sempre più soli e meno capaci di socializzare. Sconnessi nell’era della massima connessione.

Da vedere perché: La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design: dirige David Fincher, una garanzia.

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29
Mag
09

Uomini che odiano le donne. Non siamo mica gli americani…

Voto: 6 (su 10) 

1Non siamo mica gli americani, dice il titolo di un famoso disco di Vasco Rossi. Non siamo mica gli americani è una frase che dovrebbe essere il manifesto di un thriller completamente Made in Sweden. È infatti svedese l’autore del libro Uomini che odiano le donne: si chiama Stieg Larsson, è recentemente deceduto, ed è il protagonista di uno dei più incredibili casi letterari degli ultimi anni. Il protagonista è Mikael Blomkvist, giornalista d’inchiesta caduto in disgrazia dopo aver accusato un magnate della finanza ed essere stato querelato, viene assunto dal ricco capostipite della famigli Vanger per cercare qualche notizia sulla nipote Harriet (assenza-presenza evocata da una foto, un po’ Gioconda un po’ Laura Palmer), scomparsa quarant’anni prima. Le sue vicende si incroceranno con quelle di Lisbeth Salander, giovane hacker punk e ribelle, con un passato difficile alle spalle.

Non siamo mica gli americani, dicevamo, avrebbero dovuto ribadire gli svedesi che hanno prodotto il film. Perché sarebbe stato molto interessante vedere sullo schermo una nuova via del thriller, una via europea a un genere che è ormai monopolio americano. O, ancora meglio, una via scandinava al thriller, in modo che un genere che ha sempre bisogno di nuova vita potesse giovarsi di una cinematografia che ci aveva sorpreso con il cupo e lucido Racconti da Stoccolma e soprattutto con lo struggente, rarefatto e raggelato Lasciami entrare. Ecco, Uomini che odiano le donne poteva essere per il thriller quello che era stato Lasciami entrare per l’horror, in particolare il film di vampiri, una nuova rilettura per il genere. Invece, da questo punto di vista, è un’occasione sprecata. La regia di Niels Arden Oplev ricalca in maniera piuttosto scolastica il thriller americano, quello medio, non quello alla Seven di Fincher. Dalle inquadrature, alla musica tonitruante e ossessiva, al ritmo narrativo, alla distribuzione dei colpi di scena, tutto si inserisce in un filone già visto. La storia, che fa leva su due delle cose peggiori dell’umanità, la misoginia e l’antisemitismo, non è originalissima, ma si lascia seguire. Viene da chiedersi a cosa servirà il remake americano della pellicola, visto che in teoria c’è già tutto quello che può servire per il pubblico internazionale: probabilmente cambieranno gli attori, perché per sfondare nel mercato americano (Haneke insegna) servono i volti noti oltreoceano.

Sarà già scattata la ricerca ai Mikael e alle Lisbeth Made in U.S.A.? È probabile. E sarà un peccato: perché gli attori sono una delle cose migliori di questo film. Non abbiamo letto il libro, ma ci dicono che sono stati scelti in modo da sembrare più umani e credibili dei simil-supereroi della pagina scritta. Se Michael Nyqvist, che impersona il protagonista, è intenso e fragile quanto basta, la sorpresa è senz’altro l’androgina Noomi Rapace, fisico magro e muscoloso, volto duro e sguardo tagliente, occhi bistrati di nero e piercing. È proprio lei la carta vincente del film, un volto e un corpo che forse non troveremmo in un film americano. E proprio a lei sono legate alcune delle scene più forti, che forse una versione americana limerebbe un po’. In attesa del remake americano, Angeli e demoni insegna che il successo per una pellicola tratta da un best seller è cosa certa. A questo proposito, Uomini che odiano le donne ha il pregio di non perdersi troppo nelle chiacchiere dei film tratti da Brown, ma riesce a diventare cinema – cosa rara per i film tratti da libri – puntando sulle immagini. Pensiamo alla ricerca sulle foto durante la parata nell’ultimo giorno di vita di Harriet, un tentativo di trovare la verità dalle immagini che ci ricorda Blow Up.

Da vedere perché: il libro è stato un caso letterario. Come si dice: comunque vada sarà un successo…

 

 












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