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21
Mag
10

Final Destination 3D. Le leggi di Murphy su pellicola

Voto: 6 (su 10)

Sono sempre stato un ammiratore di questa serie. Un horror senza mostri, e senza cattivo. Anzi, con il cattivo più duro da sconfiggere di sempre. Perché inesorabile e invisibile. La morte. Dal primo film, in cui un ragazzo aveva la visione della sua morte in un disastro aereo, e convinceva alcuni amici a scendere salvando loro la vita, ma solo per poco, lo schema dei vari Final Destination (questo, chiamato Final Destination 3D, in realtà è il quarto della serie) è stato sempre questo. Dopo il primo film la serie era poi diventata ripetitiva, anche se i modi che la morte trova per raggiungere i malcapitati protagonisti destano sempre curiosità. Final Destination è in pratica la trasposizione su pellicola delle leggi di Murphy: se qualcosa potrà andare storto, lo farà sicuramente. Anzi, andrà stortissimo.

Con il 3D ora la serie ha un suo sbocco naturale, visto che l’horror è uno dei generi che più sta traendo giovamento dalle nuove tecnologie: a livello spettacolare, più che artistico. Qui tutto ha inizio a una gara automobilistica: un ragazzo ha la solita visione di un incidente, e, insieme ad alcuni amici e a qualche sconosciuto esce dall’autodromo. Da lì a poco si scatenerà l’inferno. Ma per gli increduli personaggi, come sappiamo, l’appuntamento con la morte è solo rimandato. Rispetto agli altri film della serie, Final Destination 3D è più estremo: le morti sono più truculente e splatter del solito (con qualche effetto speciale un po’ grossolano). Possiamo parlare di una versione upgrade della serie Final Destination: questo quarto capitolo aggiorna la serie, nel senso di adattarla all’era del 3D, ma anche aumentando la dose di sangue, per andare incontro a un pubblico che negli anni si è assuefatto all’horror, e pretende emozioni più forti.

Quanto mai qui è importante soffermarsi sui particolari: piccoli oggetti apparentemente innocui o banali, che, con un piccolo movimento, rischiano di scatenare il disastro. La regia, come da copione, indugia spesso su questi particolari, permettendosi anche di prendere un po’ in giro il pubblico, preparando alcuni disastri che poi non avvengono, o facendo entrare in scena altri a sorpresa. Il risultato è un divertente pop corn movie da sabato sera, senza pretese, e senza particolari novità registiche, se si eccettua il nuovo formato in 3D. Che, da San Valentino di sangue 3D in poi, lo abbiamo ormai capito, nell’horror si esplica nel suo modo di essere meno raffinato e più immediato: non punta tanto a immergere nell’immagine, come il 3D di Cameron (Avatar), quanto a uscire dallo schermo, e a farci arrivare in faccia gli oggetti. E Final Destination 3D ci fa chiudere spesso gli occhi per questo.

Il gioco più divertente del film è quello del sottofinale, dove per un attimo Final Destination 3D entra nel metacinema.  E ci testimonia come ormai il 3D sia un fenomeno popolare, cultura pop. I protagonisti in pericolo sono in un cinema, e stanno vedendo un film in 3D: la cosa curiosa è che il punto di vista della macchina da presa è esterno a loro, come se fosse quello di un personaggio che entra in sala senza occhiali; così il film che vediamo sullo schermo ci appare sfocato come ogni immagine 3D vista senza occhialini. Trend del momento, moda passeggera, o rivoluzione che cambierà per sempre il cinema? È presto per rispondere, e i segnali sono ancora discordanti. Ma, a giudicare proprio da questa scena, non si può dire che il 3D non sia ormai tra noi.

Da vedere perché: è un divertente pop corn movie da sabato sera, senza pretese, e senza particolari novità registiche, se si eccettua il nuovo formato in 3D

 

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