Posts Tagged ‘film marzo

23
Mar
12

GHOST RIDER: SPIRIT OF VENGEANCE

Da oggi nelle sale Ghost Rider: Spirit of Vengeance, il nuovo capitolo della saga diretto da Mark Neveldine e Brian Taylor.

Nicolas Cage ritorna a calarsi nei panni di Johnny Blaze, ancora alle prese con la maledizione del cacciatore di taglie del diavolo…

Ma dopo l’incontro con il leader di un gruppo di monaci ribelli (Idris Elba) sembra disposto a tutto pur di salvare un ragazzino dalle grinfie del diavolo – e liberarsi una volta per tutte dalla maledizione che lo perseguita.

Guarda il backstage.

Annunci
02
Mar
12

Cesare deve morire. Le tragedie nella Tragedia

Voto: 8 (su 10)

“A me sembra che questo Shakespeare abbia vissuto tra le strade della mia città”. Sono parole pronunciate da Salvatore “Sasà” Striano, ex detenuto di Rebibbia e protagonista di Cesare deve morire, il film dei Fratelli Taviani che ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. A Rebibbia viene messo in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. Il teatro è un’occasione per i detenuti di “evadere”, se non letteralmente, almeno idealmente, dalla loro condizione. Il laboratorio teatrale di Fabio Cavalli si tiene ogni anno a Rebibbia e i Taviani, fulminati da uno spettacolo, hanno deciso di farci un film. Che si apre e chiude con lo spettacolo sul palco, ma filma le prove, il work in progress degli attori, e così facendo crea una doppia storia: quella della preparazione dello spettacolo, e la storia stessa del Giulio Cesare.

Si parte dai provini. Gli attori devono dire il loro nome e la loro provenienza, esprimendo prima disperazione e poi rabbia. Rabbia e disperazione, sentimenti provati chissà quante volte nella loro vita fuori e dentro il carcere: ecco perché per loro non sembra per niente difficile tirare fuori questi sentimenti. Non serve fingere, a loro. Tanto più che recitano il Giulio Cesare nel loro dialetto d’origine. Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio, Juan e gli altri, i detenuti di Rebibbia sono dei talenti naturali. Il loro talento viene dalla profonda umanità, da quell’esperienza terribile che è stata la loro vita. Quel “Cesare deve morire” è una sentenza di morte dedicata a un tiranno dell’antica Roma, ma potrebbe anche essere stata pronunciata in un regolamento di conti mafioso. I tradimenti, le esecuzioni, i “Cesari” sono già stati nelle loro vite. Per questo i personaggi degli attori si sovrappongono  a quelli shakespeariani, a volte calzano a pennello, a volte fagocitano e soffocano i personaggi originali. In un gioco pirandelliano, i personaggi del Giulio Cesare trovano nuovi autori, anche se non li stavano cercando. Trovano nuova vita, un nuovo senso. E la vita si sovrappone al teatro.

Cesare deve morire è teatro, è cinema, è vita vissuta. I Taviani, che alla loro veneranda età filmano con una forza da opera prima, trovano un linguaggio originalissimo, un ibrido tra un impianto neorealista e il teatro elisabettiano, tra la vulgata e lo stile alto-tragico. Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio e gli altri sono a tutti gli effetti Autori, perché le loro storie entrano prepotentemente in quella di Shakespeare, perché le loro tragedie di mescolando alla Tragedia. Il bianco e nero impietoso di Simone Zampagni (incredibilmente girato in digitale) scruta ogni ruga, ogni segno del volto dei protagonisti, dentro il quale c’è una storia. Mentre gli squallidi interni di Rebibbia diventano, nella loro verità, scenografie degne dell’Edoardo II di Derek Jarman. La musica e un sonoro eccezionali contribuiscono a creare l’atmosfera della storia, sottolineando la forza di volti unici e indelebili. Crediamo a loro, credendoli i personaggi che interpretano. Ma non ci scordiamo mai che sono dei detenuti. E allora parole come libertà, indipendenza, riscatto, dette dalle loro voci  acquistano un significato tutto nuovo. Non ci dimentichiamo della loro condizione anche perché uno di loro, a fine film, pronuncia una frase che è una sentenza. “Da quando ho conosciuto l’arte sta cella è diventata una prigione”.

Da vedere perché: Cesare deve morire è teatro, è cinema, è vita vissuta. I Taviani, che alla loro veneranda età filmano con una forza da opera prima, trovano un linguaggio originalissimo, un ibrido tra un impianto neorealista e il teatro elisabettiano, tra la vulgata e lo stile alto-tragico.

 

02
Mar
12

The Woman In Black. La maledizione di Harry Potter

Voto: 5,5 (su 10)

C’è una doppia storia di possessioni al cento di The Woman In Black. La prima è quella di Daniel Radcliffe, posseduto dal suo alter ego Harry Potter, di cui è stato il corpo e il volto per dieci anni. Ora che Radcliffe sta iniziando una nuova carriera, il fantasma di Harry Potter sembra ancora aleggiare su di lui: è difficilissimo staccarsi da un personaggio così popolare, anche se Radcliffe ce la mette tutta. E The Woman In Black, horror prodotto dalla gloriosa casa inglese Hammer, è il suo primo tentativo. Il film inizia proprio con Radcliffe, che nel film è l’avvocato vedovo Arthur Kipps, nell’atto di radersi, e nel momento in cui viene chiamato dal figlioletto: due chiari simboli di un passaggio all’età adulta. E proprio la barba di qualche giorno è il nuovo look di Radcliffe nel suo nuovo ruolo, quella barba che doveva nascondere – ma qua e là affiorava in controluce – quando ancora vestiva i panni del maghetto di Hogwarts.

L’altra possessione è quella della casa che Kipps si trova a visitare per conto del suo studio legale, in vista della vendita dell’immobile. Una casa che tutti, in paese, considerano infestata dai fantasmi. Una signora in nero, infatti, appare a chi si reca alla casa. E ogni volta che lo fa, qualche bambino in paese, muore. La Hammer ha in sé il know-how dell’horror, e si vede. Alla messinscena del film non manca niente: la nebbia, i corvi, l’atmosfera raggelante. Tutto quello che ci deve essere in un classico del gotico e dell’horror. The Woman In Black è una ghost story girata bene, e gioca con i suoni, con il montaggio e le inquadrature (le brevi soggettive dell’entità che ci fanno capire che il protagonista è osservato da qualcuno). Riesce a creare qualche brivido, con l’immancabile effetto sobbalzo dell’horror di oggi (che consiste nell’apparizione improvvisa di qualcosa sottolineato dal sonoro).

L’anello debole della catena è proprio lui, Radcliffe. A tratti inespressivo, ingessato, non ancora pronto per andare oltre quella profondità minore che richiede un fantasy per ragazzi rispetto a un genere più maturo come l’horror. Se la cornice del film è creata ad hoc per mettere paura allo spettatore, per immergerlo totalmente in una dimensione di terrore, non funziona proprio quello che dovrebbe essere lo specchio dello spettatore, il medium in cui si identifica: provare quelle sensazioni è fondamentale per trasmetterle al pubblico. Radcliffe non è credibile né nelle sue reazioni davanti ai fantasmi, né nella sua preoccupazione di genitore, e nemmeno nel ruolo di padre, visto che per chi lo guarda è ancora un ragazzino che ha appena finito la scuola. Se la Hammer dimostra di avere le carte in regola per sfornare ancora degli horror in linea con il suo grande passato, Radcliffe è rimandato. La scuola di Hogwarts potrà laureare dei bravi maghi, non ancora dei grandi attori.

Da non vedere perché: Daniel Radcliffe non è credibile né nelle sue reazioni davanti ai fantasmi, né nella sua preoccupazione di genitore, e nemmeno nel ruolo di padre, visto che per chi lo guarda è ancora un ragazzino che ha appena finito la scuola.

 












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 112.410 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Annunci