Posts Tagged ‘film italiani

02
Mar
12

Cesare deve morire. Le tragedie nella Tragedia

Voto: 8 (su 10)

“A me sembra che questo Shakespeare abbia vissuto tra le strade della mia città”. Sono parole pronunciate da Salvatore “Sasà” Striano, ex detenuto di Rebibbia e protagonista di Cesare deve morire, il film dei Fratelli Taviani che ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. A Rebibbia viene messo in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. Il teatro è un’occasione per i detenuti di “evadere”, se non letteralmente, almeno idealmente, dalla loro condizione. Il laboratorio teatrale di Fabio Cavalli si tiene ogni anno a Rebibbia e i Taviani, fulminati da uno spettacolo, hanno deciso di farci un film. Che si apre e chiude con lo spettacolo sul palco, ma filma le prove, il work in progress degli attori, e così facendo crea una doppia storia: quella della preparazione dello spettacolo, e la storia stessa del Giulio Cesare.

Si parte dai provini. Gli attori devono dire il loro nome e la loro provenienza, esprimendo prima disperazione e poi rabbia. Rabbia e disperazione, sentimenti provati chissà quante volte nella loro vita fuori e dentro il carcere: ecco perché per loro non sembra per niente difficile tirare fuori questi sentimenti. Non serve fingere, a loro. Tanto più che recitano il Giulio Cesare nel loro dialetto d’origine. Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio, Juan e gli altri, i detenuti di Rebibbia sono dei talenti naturali. Il loro talento viene dalla profonda umanità, da quell’esperienza terribile che è stata la loro vita. Quel “Cesare deve morire” è una sentenza di morte dedicata a un tiranno dell’antica Roma, ma potrebbe anche essere stata pronunciata in un regolamento di conti mafioso. I tradimenti, le esecuzioni, i “Cesari” sono già stati nelle loro vite. Per questo i personaggi degli attori si sovrappongono  a quelli shakespeariani, a volte calzano a pennello, a volte fagocitano e soffocano i personaggi originali. In un gioco pirandelliano, i personaggi del Giulio Cesare trovano nuovi autori, anche se non li stavano cercando. Trovano nuova vita, un nuovo senso. E la vita si sovrappone al teatro.

Cesare deve morire è teatro, è cinema, è vita vissuta. I Taviani, che alla loro veneranda età filmano con una forza da opera prima, trovano un linguaggio originalissimo, un ibrido tra un impianto neorealista e il teatro elisabettiano, tra la vulgata e lo stile alto-tragico. Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio e gli altri sono a tutti gli effetti Autori, perché le loro storie entrano prepotentemente in quella di Shakespeare, perché le loro tragedie di mescolando alla Tragedia. Il bianco e nero impietoso di Simone Zampagni (incredibilmente girato in digitale) scruta ogni ruga, ogni segno del volto dei protagonisti, dentro il quale c’è una storia. Mentre gli squallidi interni di Rebibbia diventano, nella loro verità, scenografie degne dell’Edoardo II di Derek Jarman. La musica e un sonoro eccezionali contribuiscono a creare l’atmosfera della storia, sottolineando la forza di volti unici e indelebili. Crediamo a loro, credendoli i personaggi che interpretano. Ma non ci scordiamo mai che sono dei detenuti. E allora parole come libertà, indipendenza, riscatto, dette dalle loro voci  acquistano un significato tutto nuovo. Non ci dimentichiamo della loro condizione anche perché uno di loro, a fine film, pronuncia una frase che è una sentenza. “Da quando ho conosciuto l’arte sta cella è diventata una prigione”.

Da vedere perché: Cesare deve morire è teatro, è cinema, è vita vissuta. I Taviani, che alla loro veneranda età filmano con una forza da opera prima, trovano un linguaggio originalissimo, un ibrido tra un impianto neorealista e il teatro elisabettiano, tra la vulgata e lo stile alto-tragico.

 

Annunci
14
Apr
11

Habemus Papam. Nanni Moretti e il Papa in ansia da prestazione

Voto: 7,5 (su 10)

“Nanni, spostati e fammi vedere il film”. Questa battuta di Dino Risi ha accompagnato a lungo, e lo fa tuttora, la carriera di Nanni Moretti. Quasi che avesse voluto ascoltare il maestro, e rispondere a questa battuta, negli ultimi film Moretti si è spostato dal centro dell’inquadratura. Solo in parte, certo, e a modo suo. Nel senso che ha lasciato ad altri il ruolo da protagonista, e i suoi film non sono più i diari intimisti di Caro diario e Aprile, incentrati sul suo personaggio. Ora Moretti sforna dei kolossal, e sposta l’interesse verso personaggi molto più alti. Dopo il Berlusconi de Il caimano, ecco il Papa, inteso come figura e non come la persona dell’attuale pontefice, in Habemus Papam.

“Cosa faccio? L’attore. Viaggio da una città all’altra. Faccio le prove, le tournee”. È questo che il neoletto Papa Melville (Michel Piccoli), in fuga dal Vaticano, racconta alla psicanalista interpretata da Margherita Buy. Abbiamo appena assistito, dentro al conclave, alla sua elezione, tra cardinali che non sapevano chi eleggere, altri che copiavano, e tutti che chiedevano “non io, Signore, non sono all’altezza”. Ma può un Papa non sentirsi all’altezza del suo ruolo? Così al suo cospetto viene chiamato uno psicanalista, interpretato da Moretti stesso (ve l’avevamo detto che non si sarebbe spostato del tutto dall’inquadratura), tra mille conflitti, perché il concetto di anima e quello di subconscio non sono compatibili. In quel suo “faccio l’attore”, pronunciato dal Papa c’è tutto il senso del film, ed è un senso a più strati. Il Papa Melville infatti da giovane voleva davvero fare l’attore, ma non fu preso all’accademia. Ed è anche per questo che ora è in crisi, per non aver potuto fare quello che sognava. Ma in quel suo “faccio l’attore” c’è anche il significato di quello comporta essere Papa, come essere un capo di stato o qualunque altro ruolo di guida e carisma, quel dover recitare una parte, un copione fatto di rituali e tradizioni, di dover mostrare anche quello che non si è. In questo senso Habemus Papam è un film shakespeariano, perché racconta come un ruolo può intrappolare l’uomo fino a diventare una prigione, un fardello pesante da portare. Per questo il Papa vorrebbe la libertà dell’attore Salvo Randone, che con Vittorio Gassman una sera recitava la parte di Otello e una sera quella di Iago.

Moretti si è fatto da parte per mostrarci il Papa. Ma è chiaro che lo vediamo con i suoi occhi, quelli di chi è laico, non è credente. Con gli occhi di chi è razionale e vede molte cose come anacronistiche, inutili. Il Vaticano visto da Moretti è grottesco, surreale. Ma la sua non è una presa in giro, è più che altro lo sguardo, incredulo, e tutto sommato anche rispettoso, di chi è estraneo alla cosa. Habemus Papam non è il film militante anti Vaticano che molti fan di Moretti si aspettano. E infatti la politica rimane fuori, anche se chi vuole può considerarlo un film politico. Quello di Moretti è prima di tutto un viaggio dentro l’uomo che c’è dietro all’icona. E proprio come uomo il Papa ha l’ansia da prestazione che ci caratterizza ormai tutti. Non è un Moretti tagliente, è un Moretti che smussa gli angoli, anche se qualche stilettata la lancia: il Vaticano dove la benzina costa meno, dove c’è la farmacia con le medicine che non si trovano a Roma. “Da tempo la Chiesa ha difficoltà a capire le cose, abbiamo avuto difficoltà ad ammettere le nostre colpe”. Fa dire anche questo al suo Papa, Moretti, e sono comunque parole importanti, pesanti, che in molti auspicherebbero di sentire, dentro e fuori la Chiesa. Da questo punto di vista, Habemus Papam può essere visto come un film politico, ma senza politica. Forse perché ormai non esiste più.

Habemus Papam può essere visto anche come il secondo capitolo di un dittico, o di una ideale trilogia ancora da compiere sui grandi misteri dell’Italia, da spiegare all’estero, dove Moretti è amatissimo. Dopo il mistero Berlusconi, c’è il mistero del Vaticano. Da Il caimano ad Habemus Papam si passa da chi non ha dubbi e non si mette in discussione a chi non si sente all’altezza, da chi ha fede solo in se stesso a chi ha fede in Dio. Da chi ha incarnato il peggio degli aspetti della modernità a chi dalla modernità è ancora lontano. Entrambi i protagonisti sono circondati da un circo mediatico enorme.

E Moretti? Si è davvero spostato per farci vedere il film? In parte. Il protagonista è un altro, ma lui si è ritagliato il ruolo del matto shakespeariano, del jolly che spariglia le carte e fa saltare il banco. Incredulo in un mondo che non è il suo, il suo psicanalista diverte, tra critiche e partite di pallavolo, mette in mostra le incongruenze del sistema come un Candido di Voltaire. Si ritaglia il ruolo più simpatico e divertente, controcanto all’amara vicenda del Papa e necessario per alleggerirla. Sfrenato come attore, rigoroso come regista, perché, pur privilegiando l’uomo, sfrutta tutto quello che di scenografico c’è nella storia, dall’architettura di San Pietro al rosso porpora degli abiti cardinalizi, fino ai colori delle guardie svizzere, per costruire un film spettacolare. Nanni insomma si è spostato dall’inquadratura, ma continua a far capolino davanti alla macchina da presa. E continua a piacersi molto. Si prende in giro anche su questo. Tanto da far dire al suo personaggio: “Che condanna. Me lo dicono sempre tutti che sono il più bravo”.

Da vedere perché: è un film shakespeariano, perché racconta come un ruolo può intrappolare l’uomo fino a diventare una prigione, un fardello pesante da portare

 

21
Mar
11

Sorelle Mai. Il cinema in continuo divenire di Bellocchio

Voto: 7 (su 10)

È il tempo il vero protagonista del film. Lo dice lo stesso Marco Bellocchio a proposito di Sorelle Mai (si scrive così, con la lettera maiuscola, perché è il cognome della famiglia al centro della storia), il suo nuovo film. Caso praticamente unico nella storia del cinema, almeno di quello italiano o più noto, Sorelle Mai è un film girato nell’arco di quasi dieci anni, dal 1999 al 2008. Nato da dei corti girati nell’ambito dei corsi di Fare Cinema tenuti dallo stesso Bellocchio a Bobbio, Sorelle Mai è ambientato proprio nella città de I pugni in tasca, e racconta il rapporto tra Sara, giovane attrice in cerca di successo (Donatella Finocchiaro), la figlia Elena (Elena Bellocchio, la figlia minore del regista), il fratello Giorgio (Piergiorgio Bellocchio, figlio maggiore del regista) e le due zie.

Sorelle Mai è un film in divenire, e un film che vive del divenire delle cose. Riunisce in un unico film quello che fece in più opere Truffaut con il suo Antoine Doinel, da I 400 colpi in poi: vede crescere i personaggi insieme ai suoi attori. È emozionante seguire sullo schermo la piccola Elena dai quattro ai quattordici anni, prima bambina poi adolescente, vederla prima giocare e poi studiare il latino e affrontare i primi appuntamenti. Sorelle Mai è divenire perché ci mostra come agisce la vita, come agisce il tempo facendoci crescere e cambiare. E cambiando le cose intorno a noi. Ed è divenire perché è diventato un film da qualcos’altro, da una serie di saggi di scuola, di frammenti sperimentali. Come l’Inland Empire di David Lynch, diventato film da un corto di 14 minuti.

Sorelle Mai è cinema in bassa definizione di immagini ed ad alta definizione di caratteri e personaggi: l’alta definizione della realtà. Della crescita di Elena sullo schermo come nella vita abbiamo detto, ma sono reali anche le due zie della famiglia, le vere sorelle del regista, Maria Luisa e Letizia Bellocchio, che mettono in scena se stesse, la loro storia, i loro ricordi. Sorelle Mai nel copione, sorelle “mai” nella vita che non hanno mai avuto, imprigionate dalla famiglia che non ha mai permesso loro una vita autonoma, rimaste sempre in casa come signorine ottocentesche, prese da un mondo gozzaniano, pasoliniano o cecoviano, come ha spiegato Bellocchio. Che a loro dedica al film. Sorelle Mai mescola realtà e finzione fino a sfumare l’una nell’altra. E accanto ad attori non professionisti ci sono grandi attori: su tutte spicca Donatella Finocchiaro, con la sua ormai proverbiale bellezza dolce e dolente. Essendo fatto di frammenti il film manca di coerenza narrativa, ed è un peccato che la storia centrale venga poi abbandonata, spostando troppo l’attenzione verso alti personaggi, o introducendo qualche fatto drammatico (gli strozzini, un suicidio) dove il film aveva lo scorrere naturale della vita.

La poesia è una sorta di ritorno a casa, diceva il poeta Paul Celan. Per Marco Bellocchio è il cinema il suo ritorno a casa, e le scene de I pugni in tasca, girate proprio a Bobbio, inserite nel film, testimoniano la sua partenza e il suo arrivo, il rapporto tra l’autore e i suoi luoghi, e quello tra realtà e finzione. Per Marco Bellocchio è un cerchio che si chiude.   

Da vedere perché: è un film in divenire, e un film che vive del divenire delle cose. Riunisce in un unico film quello che fece in più opere Truffaut con il suo Antoine Doinel, da I 400 colpi in poi: vede crescere i personaggi insieme ai suoi attori

 

26
Feb
10

Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso. Manuale d’amore/odio

Guarda il trailer


Voto: 4 (su 10)

Ne aveva minacciati cinque, Giovanni Veronesi, di manuali d’amore. Si è (per ora) fermato a due, spostandosi su altri prodotti dalla forma simile. Come questo Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso. Che di fatto, anche se non di nome, è un Manuale d’amore volume terzo. Il rapporto con i figli, infatti, è una fase successiva del rapporto di coppia. E quella tra genitori e figli, in un certo senso, è una grande storia d’amore. D’amore/odio, sarebbe meglio dire.

Anche la confezione di Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso è la stessa dei manuali d’amore: fotografia patinata e dai toni caldi, struttura ad episodi. In questo senso c’è una novità interessante, a livello narrativo: una sorta di struttura a scatole cinesi, una storia con dentro un’altra. Alberto (Michele Placido), professore di italiano, dopo una litigata con il figlio Gigio, che vuole andare al Grande Fratello, assegna alla classe il tema “Genitori e figli: istruzioni per l’uso”. Sulla sua storia si innesta allora quella della quattordicenne Nina (Chiara Passarelli, finalmente un’adolescente vera e non smorfiosa come quelle che siamo abituati a vedere nei nostri film), alle prese con i genitori in via di separazione (Luciana Litizzetto e Silvio Orlando), un fratellino razzista e i  primi amori.

Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso parte dal conflitto tecno-mediatico tra generazioni (dalla porta USB a YouTube al Grande Fratello), per passare in rassegna tutti i problemi delle nuove generazioni: razzismo, smania di apparire, sesso, droga, discoteche. Tutto, come in un manuale, passato in rassegna in maniera “enciclopedica”, ma non letteraria. Tutto viene accennato, elencato, ma mai approfondito. Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso è appunto un manuale: la sceneggiatura è a tesi, schematica, programmatica. Tira fuori un argomento, un tema, e poi lo lascia cadere. Pensiamo al fenomeno delle baby cubiste nelle discoteche pomeridiane, accennato e poi abbandonato, facendo sparire un personaggio. O al razzismo, con il fratellino di Nina che non sopporta gli stranieri: a un certo punto del film ritorna sullo sfondo, senza che il suo problema venga risolto, né che in lui ci sia una crescita.

Ma quello che è più grave, è che se un film del genere tira fuori un argomento come il razzismo, è probabilmente per denunciarlo. E poi finisce per mostrare una scena in cui il padre del bambino rom ferito promette di chiudere la faccenda, a patto che gli vengano dati dei soldi. E così si ricade nei luoghi comuni, e a un cinema piccolo borghese di casa nostra (ricordate Bianco e nero di Cristina Comencini?) che fatica a levarsi di dosso un piccolo razzismo di fondo, e a rimanere così lontano dalla realtà da raccontarla solo per sentito dire. Il problema non è solo questo, certo. Ma nel film di Veronesi non si ride, né si piange, né si approfondiscono davvero i problemi. Si guarda scorrere le vite degli altri, sapendo che sono finte. Tranne che in un momento: la scene finale in cui tutta la famiglia si getta in mare per nuotare tra le ceneri disperse della nonna. Un fatto realmente accaduto alla famiglia di Veronesi, uno sprazzo di vita reale che coglie nel segno. Fosse tutto così il film, sarebbe poesia.

Da non vedere perché: Come in un “manuale”, tutto viene accennato, elencato, ma mai approfondito. E si racconta la vita per sentito dire, scivolando in luoghi comuni e razzismi












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 106,741 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.