Posts Tagged ‘film drammatici



19
Mar
10

Io sono l’amore. L’amore molesto…

Voto: 5 (su 10)

Sembra un film di quelli che non si fanno più, Io sono l’amore di Luca Guadagnino. Passato a Venezia nella sezione Orizzonti, racconta la storia di una famiglia dell’alta borghesia industriale del nord Italia. Riferimento che ha fatto pensare alla famiglia Agnelli (c’è un grande vecchio che lascia il controllo dell’azienda) e al cinema di Luchino Visconti (La caduta degli dei). Nella famiglia Recchi il patriarca lascia il controllo dell’azienda al figlio Tancredi, ma in coabitazione con il nipote Edoardo. È lui che a una gara conosce Antonio, un cuoco che appartiene a un altro mondo, ma che farà saltare gli schemi nella famiglia: Emma, moglie di Tancredi e madre di Edoardo, si innamorerà di lui. E le conseguenze saranno tragiche.

 Se di film viscontiano si può parlare, Io sono l’amore è viscontiano solamente nelle intenzioni, e in un certo senso nell’apparenza. La prima scena, a tavola, è sicuramente debitrice nel suo cinema. Ma manca tutto il resto, dallo sguardo critico verso certi ambienti alla forza narrativa delle immagini del nostro grande cineasta. Ambizioso, a tratti pretenzioso, Io sono l’amore dimostra comunque un’attitudine del cinema italiano a pensare in grande che si era un po’ persa. Piace lo sguardo di Guadagnino sulle architetture (le guglie del Duomo di Milano) e la luce dorata di cui inonda la scena. Ma i pregi di questo affresco familiare tra l’urbano e il bucolico finiscono qui. Il suo gruppo di famiglia (alto borghese) in un interno è emotivamente inerte, una superficie liscia e brillante sulla quale si può solo scivolare senza riuscire a fermarsi o penetrare.

 Le scene d’amore tra Emma (Tilda Swinton) e Antonio (Edoardo Gabbriellini), filmate a fior di pelle (come ne L’amante di Annaud), il seno di Tilda Swinton sbocciato tra i fiori, sono raffinate, ma non raggiungono la carica di sensualità di cui necessiterebbe il film. È un film frigido nonostante la sua apparente bellezza. E manca di un filo conduttore, di un centro. In fondo potrebbe parlare, attraverso i cibi che prepara Antonio, di una riscoperta dei sapori della vita, che ruoli e gabbie dorate non permettono di assaporare fino in fondo. Ma è un discorso che arriva troppo tardi, e non si sviluppa completamente. Certe reazioni dei personaggi, poi, sembrano poco credibili, e una recitazione effettata non li aiuta di certo. Restano una serie di scene della lotta di classe (a letto), una dialettica Milano-Sanremo tra alta borghesia e ceto medio. Ma qui l’amore è un amore molesto.

Da non vedere perché: Io sono l’amore è frigido, nonostante la sua apparente bellezza

 

Annunci
09
Mar
10

The Hurt Locker. La guerra-droga da Oscar

Quella della bomba che sta per esplodere è la deadline per eccellenza nello schema della suspence. Lo diceva anche Hitchcock: se sappiamo che sotto a un tavolo c’è una bomba che sta per esplodere, staremo in tensione in attesa che accada. E, a Hollywood, dopo una storia carica di suspence (la sfida con il kolossal Avatar), la bomba è esplosa. The Hurt Locker, di Kathryn Bigelow, ha vinto sei Oscar. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.

The Hurt Locker reitera all’infinito proprio questo schema dell’esplosione. E la tensione è sempre altissima. È la storia di un gruppo di soldati il cui incarico è di disinnescare le bombe, nella guerra in Iraq. È un nuovo punto di vista per raccontare la guerra. Ed è il punto di vista più vicino alla morte che ci sia. Gli artificieri si alzano ogni mattina sapendo più di ogni altro che quello potrebbe essere il loro ultimo giorno. Ma l’adrenalina dà loro una sorta di dipendenza, e anche una volta congedati dovranno tornare per fare quel lavoro così unico.

Kathryn Bigelow continua così il suo viaggio nelle psicologie di uomini che hanno una dipendenza: è il surf in Point Break, lo squid, cioè una droga elettronica che permette alle persone di rivivere ricordi e sensazioni, in Strange Days. C’è sempre qualcosa di energetico, nei film di Kathryn Bigelow, come dimostrano i titoli sopra citati. E The Hurt Locker è perfetto per quanto riguarda il ritmo e l’azione: la Bigelow con la prima sequenza ci porta dentro l’esplosione. La vediamo al ralenti, con i primi piani sulla materia che si disgrega. The Hurt Locker è un film potente, adrenalinico, carico di suspence. Con sequenze difficili da sostenere, come quella del bambino bomba. Ma guai a pensare che sia solo un film d’azione. Si legge, tra le righe, l’inutilità della guerra, e soprattutto il disagio dei soldati che si trovano in una terra straniera che non li vuole, che li sente come invasori. Che li scruta, li riprende, li fotografa. Si respira, nel film, un senso di accerchiamento e di paranoia, simile a quello che caratterizzava anche il suo capolavoro, Strange Days. Nel cinema della Bigelow c’è sempre qualcosa di futuristico. Qui la cornice a tratti è da film di fantascienza: robot di supporto agli artificieri, tute imbottite da quaranta chili e scafandro che sembrano quelli di un astronauta. Ma non si tratta di fantascienza. È la vita delle persone.

È un film che ha i suoi difetti, in ogni caso. L’azione a volte risulta ripetitiva, e alla storia manca un filo conduttore. È come se Salvate il soldato Ryan vivesse per due ore al ritmo dei (fantastici) primi venti minuti. Il film è tratto da una sceneggiatura di Mark Boal, giornalista che ha seguito le truppe americane per mesi in ogni azione. È lo stesso che scrisse l’articolo da cui Paul Haggis si ispirò per la sceneggiatura di Nella valle di Elah. Al film manca proprio uno sceneggiatore più esperto, qualcuno come Haggis che romanzi un po’ la storia. Il film diventa quasi una trasposizione in immagini di fiction di un reportage giornalistico. Ma questa può essere anche la sua forza. E, in ogni caso, il film funziona.

Una bomba che sta per scoppiare crea la suspence, si diceva (figurarsi se ci mettete anche un timer). Indipendentemente da quanto ci piacciono i personaggi. E i protagonisti di questo film ci piacciono parecchio, perché la regia ci fa entrare subito in empatia con loro. Piace quel loro andare incontro alla morte con incoscienza, e con un sorriso. È quell’ironia che permette di spezzare la tensione, di non impazzire. In questo senso, è sintomatica la battuta tra un superiore e l’artificiere. “Qual è il modo migliore di disarmare una di queste bombe?” “Quello in cui non muori, signore”.

 

05
Mar
10

Shutter Island. Lasciate ogni speranza voi che entrate

Voto: 8 (su 10) 

Lasciate ogni speranza voi che entrate. Perché, fin dalle prime scene, Shutter Island, il nuovo film di Martin Scorsese, si connota come l’entrata in un girone dantesco, una discesa agli inferi senza via d’uscita. Il Dante in questione è Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio), poliziotto che arriva insieme a un collega sull’isola-fortezza di Shutter Island, sito di un manicomio criminale. Una donna, una pluriomicida detenuta nel manicomio, è scomparsa, e Teddy è lì per indagare. Ma si troverà a indagare anche dentro se stesso, a combattere i propri fantasmi.

È proprio la struttura del manicomio di Shutter Island a suggerire quella dei gironi infernali. È evidente nella scena in cui Teddy entra nella parte più nascosta della struttura di detenzione. E cerca di farsi luce accendendo dei cerini, che restano accesi per poco tempo, e non possono che dare una visione parziale. È una metafora di come Teddy abbia bisogno di fare luce, sulla vicenda in cui indaga, e su se stesso. E forse su un complotto ordito da qualcuno ai suoi danni. C’è infatti un’atmosfera kafkiana che aleggia sul film di Scorsese, che costruisce un thriller avvincente puntando proprio sulla paranoia, sull’incredulità, sul dubbio. Facendoci sposare il punto di vista di Teddy ci fa partecipare al suo spaesamento, e gioca con la sua e la nostra percezione della realtà. Fino a un finale che sarebbe un delitto rivelare.

Scorsese firma un film di genere, un thriller che vira quasi nell’horror e nel gotico. Un film con un’aura ancestrale e mitologica. Ma cambia solamente forma per continuare a tessere un filo sottile che da Mean Streets e Taxi Driver arriva fino a Shutter Island, per raccontare ancora la follia, la violenza, la disperazione, la solitudine, fotografando gli occhi e i volti dei personaggi con impietose luci che ne mettono in evidenza rughe, paure e debolezze. Sotto la pioggia battente di Cape Fear, questa isola della paura è molto vicina a quel promontorio della paura che Scorsese ci aveva raccontato molto tempo fa. È un film che guarda indietro, e non solo nel passato di Scorsese. Ma anche nel passato della Storia. Siamo negli anni Cinquanta, e si cominciano a sentire gli echi del maccartismo e della Guerra Fredda, mentre non si sono ancora spenti quelli dell’Olocausto e dei campi di concentramento. Shutter Island guarda anche indietro nella storia del cinema, dall’Epressionismo tedesco dei Lang e dei Murnau, ai film come Vertigine di Preminger e Le catene della colpa di Tourneur, citati dal regista come modelli d’ispirazione.

A questo fil rouge, rosso come il sangue, che collega Shutter Island agli altri film di Scorsese, si annoda un altro filo, quello di Leonardo Di Caprio, arrivato al quarto film con il maestro, e sempre più suo attore feticcio. Il Di Caprio di Shutter Island è invecchiato, stropicciato, ha il volto stanco e pesto, come il perfetto perdente protagonista di un noir anni Quaranta. Il suo Teddy ha il volto solcato dalle rughe, e dai tanti colpi che la sua anima, più che il suo corpo, ha subito. “Teddy, torna in te” è la prima frase che pronuncia, mentre si guarda allo specchio, e fa i conti con se stesso. E sembra riprendere dal finale di The Aviator (ma anche il De Niro allo specchio di Taxi Driver, quello di “dici a me’”), quando metteva in scena un’altra follia, quella del magnate Howard Hughes. Cresciuto ancora, dopo quella prova, è proprio Di Caprio a rendere evidente quell’”elogio della follia” che è il cinema di Scorsese. E a raccontarci un dramma interiore e un dubbio. Meglio vivere da mostro o morire da uomo perbene?

Da vedere perché: Scorsese firma un thriller che vira quasi nell’horror e nel gotico. Ma cambia solamente forma per continuare a raccontare ancora la follia, la violenza, la disperazione, la solitudine

 












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 112.753 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Annunci