Posts Tagged ‘film candidati all’oscar

18
Feb
11

Il cigno nero – Black Swan. La mia bambina non c’è più

Voto: 8 (su 10)

La mia bambina. È così che la madre chiama Nina (Natalie Portman), ballerina classica aspirante etoile al balletto di New York. Parole che ricorrono come un mantra lungo Il cigno nero – Black Swan. E che sono la glossa naturale alla “vita in rosa” che fa vivere alla figlia: è rosa la sua cameretta, sono rosa i suoi cappottini da bambola, è rosa anche il pompelmo a colazione. Ora Nina si trova davanti a una svolta: potrebbe ottenere la parte di Odette nel Lago dei cigni. Un ruolo doppio, cigno bianco e cigno nero. Il cigno nero è la sorella invidiosa del cigno bianco, ma a interpretarle sono la stessa persona. È la storia di una metamorfosi. Quella che sta accadendo a Nina, in lotta per diventare cigno nero, in lotta per scappare dalla gabbia rosa da bambina e diventare donna.

Il cigno nero è il nuovo film di Natalie Portman, ma è anche il nuovo film di Darren Aronofsky, regista che di metamorfosi se ne intende. Il suo è un cinema di corpi in mutazione. Se per Mickey Rourke The Wrestler era stata la resurrezione, per Natalie Portman Il cigno nero è il passaggio all’età adulta. Anche lei, esplosa giovanissima in Leon e poi in Star Wars Episodio 1: La minaccia fantasma, come la sua Nina finora era sembrata rimanere un’eterna bambina. E grazie al suo ruolo in questo film, come Nina col suo ruolo nel balletto, si è trasformata. Finalmente donna. La bambina non c’è più.

Come la sua protagonista, Il cigno nero è un film dalla sensualità disturbata, di una sessualità negata e cercata. Un film di sospiri, un continuo ansimare, quello dello sforzo o quello dell’orgasmo. È un gioco di specchi, un horror interiore, un susseguirsi di visioni distorte. Eva contro Eva dentro il Dakota Building di Rosemary’s Baby. È il cinema di Darren Aronofsky, autore che sta riflettendo sul concetto di mutazione come faceva Cronenberg, ma con una chiave di lettura tutta sua. A lui interessano l’imperfezione, la caducità e la disgregazione del nostro corpo. La danza come il wrestling: per lui la vita è sforzo. Aronofsky è il cantore del quotidiano martirio dell’uomo.

Da vedere perché: è un film dalla sensualità disturbata, di una sessualità negata e cercata. Un film di sospiri, un continuo ansimare, quello dello sforzo o quello dell’orgasmo. Eva contro Eva dentro il Dakota Building di Rosemary’s Baby

 

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30
Gen
11

Il discorso del Re. Il peso delle parole. E di un ruolo

Voto: 7,5 (su 10)

Le parole sono importanti. Sono tutto, a volte. Oggi in politica si parla spesso di leader “mediatici”, cioè di personaggi in grado di creare consenso grazie alla propria capacità dialettica. In poche parole, chi sa parlare oggi vince. Ma parlare è sempre stato importante, anche se parliamo del secolo scorso, tra gli anni Venti e i Quaranta. E non saper parlare può costare molto caro, soprattutto se si è un principe. Albert Frederick Arthur George Windsor (Colin Firth)è il secondogenito di Re Giorgio V d’Inghilterra. Nella prima scena de Il discorso del Re lo vediamo allo stadio di Wembley, negli anni Venti, all’inaugurazione di un evento: ma, al momento di parlare in pubblico, le parole non escono, la voce si inceppa. Il Duca di York è balbuziente. Difetto imbarazzante per un principe, figurarsi per un Re. Il destino vuole infatti che Re Giorgio V, padre il Albert, muoia, e che suo fratello, Edoardo VIII (Guy Pearce), sia costretto ad abdicare poco dopo essere diventato Re: è innamorato di una donna divorziata, Wallis Simpson, e vuole sposarla, ma l’etichetta di corte non prevede una simile ipotesi (su questa storia Madonna sta girando il suo secondo film da regista). Albert così, si ritrova Re, con il nome di Giorgio VI.

Si ritrova Re, e da Re dovrà parlare alla nazione. All’Inghilterra serve un sovrano che trasmetta sicurezza, fermezza, ora che sta per entrare in guerra. L’avversario è qualcuno che in fatto di dialettica sa il fatto suo, un certo Adolf Hitler. Anche Albert lo ammette. E tutto serve al popolo inglese, tranne che un Re balbettante. Così Albert si rivolge, seppur con ritrosia, a un logopedista fuori dagli schemi (Geoffrey Rush).

Il discorso del Re, che arriva nelle sale fresco delle 12 nomination ai premi Oscar, è uno di quei film inglesi che non si possono che definire impeccabili, dove tutto è al posto giusto. Pensate a Shakespeare condito con il classico humour inglese. Il regista Tom Hooper condisce con un pizzico di commedia britannica un tema che è molto serio, e soprattutto una storia che è vera. I temi sono shakespeariani: dalle successioni al trono e le trame di corte al peso del ruolo su un individuo che non si sente adatto. È evidente che nella balbuzie di Albert (anzi, Bertie, come lo chiama il suo logopedista) si possa leggere qualcosa di simbolico e psicologico, come un inconscio rifiuto del suo ruolo.

Il discorso del Re è tra i favoriti dell’Academy, anche perché c’è una certa tradizione che vede premiati film con personaggi che portano qualche tipo di handicap, e gli attori che li interpretano: anche in questo senso il film sembra il candidato perfetto per la statuetta dorata. Se non sarà facile portate a casa l’Oscar come miglior film (c’è da battere l’amatissimo The Social Network di David Fincher), sembra quasi scontato il premio a Colin Firth come miglior attore. In questa storia così lontana ma così vicina nel tempo (Bertie/Giorgio VI è il padre dell’attuale Regina Elisabetta), Firth è la punta di diamante di un cast perfetto: accanto a lui e all’istrione Geoffrey Rush, spiccano anche Timothy Spall nei panni di Winston Churchill ed Helena Bonham Carter, perfetta Regina Madre. A guardarla, sembra proprio di vedere lei da giovane.

Da vedere perché: è uno di quei film inglesi che non si possono che definire impeccabili, dove tutto è al posto giusto. Pensate a Shakespeare condito con il classico humour inglese

 












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