Posts Tagged ‘film al cinema

26
Lug
10

The Box. Voi cosa fareste se vi arrivasse una scatola che…

Voto: 6,5 (su 10)

E voi cosa fareste se un giorno vi arrivasse una misteriosa scatola, con un grande bottone rosso? Una bottone, che, se premuto, vi porterebbe subito un milione di dollari in contanti. Solo che la contropartita sarebbe la morte di una persona, sconosciuta, da qualche parte del mondo. È quello che accade a una coppia di coniugi (Michael Mardsen e Cameron Diaz), che stanno bene, sì, ma potrebbero stare meglio. The Box è uno di quei film che fanno fare subito i conti con se stessi. Non è un caso: la storia è tratta da un racconto di quel Richard Matheson, autore del romanzo Io sono leggenda, portato più volte al cinema, e della sceneggiatura di Duel, il primo film di Spielberg. Ma anche sceneggiatore di molti episodi di Ai confini della realtà. È uno degli autori cardine di quella fantascienza intelligente (non a caso in un poster vediamo citato Arthur C. Clarke, altro autore simbolo del genere), distopica, quella che pone al centro una situazione ipotetica e apparentemente assurda (una città completamente deserta dove è rimasto un unico uomo, una scatola capace di farti guadagnare dei soldi) per parlare invece delle reazioni umane, di certi atteggiamenti psicologici che avvengono anche in situazioni normali. Insomma, a parlarci di noi.

È ambientato negli anni Settanta, The Box, ma è un film attualissimo. Perché mai come oggi si parla di un’umanità avida di denaro, che sembra essere l’unico valore dominante. Fino a che punto siamo disposti a spingerci per soldi? E infatti – ma non vogliamo dirvi troppo – andando avanti nel racconto, che procede con un senso di attesa e di sospensione costruito sapientemente, capiamo che la scatola è una sorta di prova per l’umanità. Siamo dalle parti di Ultimatum alla Terra, insomma.

Ma The Box è soprattutto un film di Richard Kelly, ex enfant prodige del cinema americano, tanto acclamato (e forse un tantino sopravvalutato) per il suo esordio cult Donnie Darko, quanto dileggiato per la sua seconda prova, l’apocalypse musical Southland Tales. Kelly si conferma bravissimo nel ricreare un epoca: come gli anni Ottanta di Donnie Darko, gli anni Settanta di The Box sono resi benissimo, grazie a una patina d’epoca, resa da una fotografia pastosa e dai colori tenui che sembra quella di un vecchio sceneggiato. A proposito, il continuo riferimento alla televisione non è affatto casuale, e andando avanti capirete perché.

Come il suo Donnie Darko, insomma, Richard Kelly si dimostra ancora bravissimo a viaggiare nel tempo. Quello che ancora non sa fare è tenere le redini del racconto, portarlo a compimento. Come Donnie Darko, anche The Box alla fine risulta farraginoso, e si perde in un intermezzo ultraterreno e incomprensibile che fa perdere un po’ della tensione costruita. Con una mezz’ora in meno forse sarebbe stato un film più coeso e compiuto. Kelly si conferma insomma autore di un cinema imperfetto e incompiuto, ma carico di atmosfera e inquietudine. Crescendo, forse, potrebbe affinare la propria arte. Forse deve fare ancora un viaggio nel tempo. Un viaggio in avanti, verso la maturità.

Da vedere perché: anche se non è completamente riuscito, mette in scena interrogativi attuali e importanti, e gode di una buona suspence per gran parte della sua durata. È forse l’ultimo film da vedere prima dei fondi di magazzino estivi

 

25
Mag
10

The Road. La strada verso la fine…

Voto: 7 (su 10)

Ogni giorno è una bugia. Ma sto morendo lentamente. E questa non è una bugia. Sono le parole del protagonista di The Road (interpretato da Viggo Mortensen), il film di John Hillcoat tratto dal romanzo di Cormac McCarthy presentato in concorso all’ultimo Festival di Venezia, che ha finalmente trovato una distribuzione qui in Italia (è Videa Cde, che aveva portato in Italia anche The Hurt Locker, il trionfatore degli Oscar), mentre in America è ancora in attesa di essere distribuito. E possiamo capire il perché: The Road è uno dei film più cupi e inquietanti visti sullo schermo negli ultimi tempi. E il pessimismo spaventa sempre esercenti e distributori, che credono che il pubblico, una volta in sala, aspiri solo a staccare il cervello.

Lo fa tenere acceso, il cervello, The Road. Lo fa lavorare. Lo fa viaggiare avanti nel tempo, verso un medioevo prossimo venturo. Lo scenario più vicino alla fine del mondo che abbiamo mai visto. Ogni giorno diventa più grigio e freddo: non c’è più raccolto, non ci sono più animali, non c’è più cibo. Gli alberi muoiono e cadono da soli, all’improvviso. È un mondo virato in grigio, un grigio sporco. Senza un filo di luce, se non un pallido arcobaleno che compare grazie ai vapori di una cascata. La terra è solcata da bande armate, uomini che sono costretti a cibarsi di altri uomini. C’è ancora chi, come un padre e un figlio che si muovono da soli verso il mare e verso il sud, non vogliono ridursi a diventare cannibali, che ci tengono a “essere quelli buoni”. “Mantenere il fuoco acceso” è l’imperativo che si sono dati. Mantenere il fuoco dove si accampano e che li scalda. Ma mantenere anche il fuoco dentro se stessi.

È molto diverso dal solito cinema catastrofico, The Road. Perché al contrario di film come L’alba del giorno dopo non spettacolarizza il disastro, ma inizia in medias res, quando l’inevitabile è già accaduto. E al contrario di Io sono leggenda non cerca luoghi famosi da distruggere, o momenti di azione che alzino il ritmo del film. E non dà spiegazioni. Perché non serve: in un modo o nell’altro siamo arrivati a un collasso ambientale (e i modi per arrivarci non ci mancano), e immedesimarsi è immediato. È impossibile non chiederci cosa faremmo in determinate situazioni,

The Road è a suo modo un film epocale. Un monito verso il futuro, ma anche la metafora del mondo di oggi, senza più risorse, nel nostro caso economiche. Non sono poche le persone che a cause della crisi hanno perso la propria abitazione e sono stati costretti a improvvisarla. Per questo l’atmosfera del film sembra essere in sintonia con lo stato d’animo di molti in questo delicato momento storico. Sono in momenti come questi che l’uomo – metaforicamente parlando – può diventare cannibale, un lupo verso gli altri uomini – homo homini lupus – come teorizzava Hobbes. Non è stato apprezzato da tutta la critica, The Road. È stato considerato piatto, monocorde. Ma le giornate di chi è rimasto senza niente, nemmeno la speranza, sono inevitabilmente così. Si tratta di  un film importante, in questi tempi bui. Perché ci insegna a tenere acceso il fuoco.

Da vedere perché: è il film simbolo dei tempi bui di oggi, della crisi che sta lasciando il mondo senza speranza

 

12
Feb
10

Amabili resti. Siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni

Voto: 8,5 (su 10) 

Siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni. È anche questo che ci vuole dire Peter Jackson nel suo ultimo film, Amabili resti (The Lovely Bones), tratto dal romanzo di Alice Sebold.

Dopo i kolossal Il Signore degli Anelli e King Kong, Jackson torna a un film più intimista e privato, dolcemente macabro. Un po’ com’era stato quel Creature del cielo che lo aveva fatto conoscere al grande pubblico una quindicina di anni fa. Un Lynch degli antipodi. Così era stato definito il regista neozelandese.

E come Lynch, ma ovviamente a modo suo, Jackson riesce ad andare “oltre”: al di là del visibile e del terreno, al di là della vita, in un territorio che è quello dell’intimo, dell’inconscio, del sogno.

“Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre 1973”.

È la storia di un brutale assassinio, di un’adolescenza violata, Amabili resti. Susie (una bravissima Saoirse Ronan) è una ragazzina allegra, curiosa, alle prese con il suo primo amore. Ma la sua vita viene bruscamente interrotta da un vicino di casa, che l’attrae in una trappola per poi ucciderla.

La sua vita si interrompe di colpo. Ma Susie non è pronta per lasciare questo mondo. Guardare indietro o andare avanti? Questo è il dilemma. Susie così rimane “tra coloro che son sospesi”, in una sorta di limbo. Bloccata, come quel pinguino nella palla di neve che guardava da bambina, “prigioniero in un mondo perfetto”. Susie è costretta a vedere la sua vita dall’esterno, a vivere da spettatrice  un bacio, quel momento che non avrebbe mai avuto.

È una “Terra di Mezzo” quella in cui è imprigionata Susie. Ed è un’altra Terra di Mezzo quella che riesce a raffigurare Peter Jackson, dopo quella de Il signore degli Anelli (citato con la pubblicità del romanzo in una libreria). Il visionario regista neozelandese crea un limbo, un mondo fatto di quello che Susie – e la altre bambine che vi si trovano – ama. I suoi giornali, i suoi giocattoli, i suoi sogni. È il suo mondo interiore che prende forma per avvolgerla e accompagnarla, è la sua immaginazione che crea quello che le sta intorno. Jackson disegna una Terra di Mezzo colorata, serena, ariosa. Si ispira ai pittori surrealisti come Magritte, Dalì e Max Ernst. E chiama l’artista “ambient” per eccellenza, Brian Eno, a costruire mondi sonori che accompagnino le immagini.

Viene dall’horror, Peter Jackson. E con Amabili resti ci racconta l’orrore, quello quotidiano,quello che si cela tra noi, lontano dalla stilizzazione e l’iconografia del cinema di genere, di cui è stato uno specialista. Amabili resti è un film che ci lascia attoniti e atterriti. Grazie anche alla bravura di Stanley Tucci, villain della porta accanto, anonimo e mimetico uomo senza qualità, algido e incolore, sulla scia del Robin Williams di One Hour Photo.

È un film che crea tensione, orchestrata ad arte da Jackson grazie al montaggio alternato della scena in cui Susie viene uccisa, mentre i genitori l’aspettano a casa. O con la scena da suspence hitchcockiana in cui la sorella di Susie cerca risposte nella casa del vicino mentre lui sta per arrivare. Ma è un film da cui si esce pacificati, con la vita e con la morte.

Nonostante qualche caduta di stile, con un paio di momenti che si avvicinano a Il gladiatore o a Ghost, ma che non stridono troppo con il tono del racconto. Jackson vince una delle sfide più ardue del cinema, quella di filmare l’infilmabile. Quello che c’è oltre. La sua “Divina Commedia” cerca di spiegarci uno dei misteri più grandi che ci siano. Un film sulla morte che fa amare la vita. “Sono stata qui per un momento e poi me ne sono andata. Auguro a tutti una vita lunga e felice”.

Da vedere perché: Dopo Il Signore degli Anelli, Peter Jackson ci porta in un’altra Terra di Mezzo. Quella tra la vita e la morte. Ci atterrisce, ma ci fa amare la vita.

 

 












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 114.579 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.