Posts Tagged ‘Filippo Timi

09
Ott
09

La doppia ora. Doppia ora, doppio sogno, doppio inganno…

Voto: 7 (su 10)

Layout 123:23. Sonia e Guido si sono appena incontrati. A uno speed date, uno di quegli appuntamenti in penombra, se non al buio, in cui si parla per pochi minuti con una persona prima di decidere  se uscire insieme a lei. Guardano l’orologio, sono le 23:23. È una doppia ora. È come quando cade una stella” dice Guido. “Bisogna esprimere i desideri”. “E funziona?” chiede Sonia. “No”, risponde lui. Il desiderio che esprimiamo ogni volta che vediamo un film italiano è che sia un prodotto coraggioso, originale, di livello internazionale. Non televisivo. E non scontato. Il desiderio potrebbe avverarsi con La doppia ora, dell’esordiente Giuseppe Capotondi, la vera sorpresa italiana del Festival di Venezia. Che è un film di genere, un thriller. E che ha poco di italiano: questo è stato il giudizio di tutti quelli che l’hanno visto al festival.

Sono due persone sole, Guido (Filippo Timi) e Sonia (Ksenia Rappoport). Lei lavora duro come cameriera in un hotel. Lui è un ex poliziotto che lavora alla sorveglianza di una villa. Fa sesso in maniera rabbiosa, ma senza vera passione, con chi gli capita. Guido e Sonia sono due destini che si uniscono. Fino a che lui la porta alla villa che sorveglia, e viene aggredito. C’è uno sparo. E non vi raccontiamo di più.

La vita continua. Ma c’è qualcosa di strano. Le persone sembrano braccarti. Una canzone che avevi ascoltato con lui risuona all’improvviso e ti riporta indietro nel tempo. La foto di un posto in cui non sei mai stata. E le immagini della tv a circuito chiuso dell’albergo che mostrano l’immagine di qualcuno che non è lì (come in Fuoco cammina con me di Lynch). Siamo sicuri che le immagini ci restituiscano la realtà? O forse possono essere manipolate, e mentire? O ancora, possono rivelarci qualcosa che i nostri occhi non vedono? O è la nostra mente la creatrice di immagini più potente, che vede quello che vogliamo vedere, rielabora visioni, suoni, ricordi e li filtra attraverso il senso di colpa, il rimpianto, il desiderio?

La doppia ora scorre lungo le strade perdute di David Lynch, più precisamente sulla pericolosa e oscura Mulholland Drive. È un doppio sogno in cui la percezione è vittima di un doppio inganno. È la percezione di Sonia a essere ingannata, ma anche quella dello spettatore, sia quando coincide con la sua, sia quando la vede dall’esterno, e si innamora di lei. Sonia/Ksenia ha quegli occhi verdi perennemente sgranati e increduli, quel volto da cerbiatto sperduto e impaurito, che ci viene voglia di proteggerla. In fondo è una sconosciuta, per citare il film che ce l’ha fatta conoscere, ma è così bella che in fondo non ci importa di conoscerla a fondo. Ormai ci siamo innamorati, e siamo ciechi. Perché, sotto una levigata superficie da thriller, dentro La doppia ora c’è anche un’intensa storia d’amore.

Capotondi firma un ottimo esordio, un thriller dell’anima intenso, avvolgente e sospeso, carico di suspence e di attese. Filma con la macchina da presa addosso ai volti, soprattutto a quello di Ksenia Rappoport, in maniera quasi “erotica” (l’ha dichiarato lui stesso), quasi a sfiorarla. È bravo, Capotondi, a mantenere il suo sguardo sui personaggi quell’attimo in più, per carpire quell’espressione che non avremmo visto, e che ci trasmette un senso di inquietudine. È bravo anche a filmare gli spazi vuoti, quei non luoghi come corridoi e camere d’albergo, parcheggi sotterranei. Che poi sono i nostri vuoti interiori. Poco importa allora che ci sia qualche sbavatura (il primo arcano svelato un po’ troppo presto, il secondo eccessivamente spiegato). La doppia ora funziona. Il desiderio (quello di un cinema italiano all’altezza) si è avverato.

Da vedere perchè: è un thriller dell’anima intenso, avvolgente e sospeso, carico di suspence e di attese, con dentro una storia d’amore, che corre lungo le strade perdute di David Lynch

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

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28
Mag
09

Vincere. Il Duce che visse due volte

Voto: 8 (su 10)

11070_bigÈ un corpo anti-iconico, o ante-iconico, quello del Mussolini di Vincere di Marco Bellocchio. Incarnato da un Filippo Timi ancora incredibilmente somaticamente fascista dall’occhio affebbrato e infervorato, quello che vediamo nel film di Bellocchio è un Mussolini diverso da quello che siamo abituati a vedere nei filmati e nelle foto d’epoca. È il Benito Mussolini prima di diventare Duce, con i capelli e i baffi, socialista e direttore dell’Avanti, nella Milano della Prima Guerra Mondiale. È lì che incontra Ida Dalser, giovane attrice trentina, con cui vivrà una grande passione, e che rinnegherà insieme al figlio che gli diede, dopo il matrimonio con Rachele, nonostante lei abbia venduto tutto ciò che aveva per finanziare il suo nuovo giornale. Il Popolo d’Italia nasce dalla scissione con l’Avanti e il Partito Socialista, e testimonia il suo irredentismo, che con il tempo diventerà fascismo. È un corpo spesso nudo, stentoreo, potente, quello di Timi/Mussolini. Che accanto a quello di Giovanna Mezzogiorno, mai così sensuale, trasporta nel privato quello che è avvenuto a livello storico: la fascinazione di una donna (e poi di un figlio) per un uomo è la stessa che, su un altro piano, ha coinvolto un’intera nazione. Per questo Ida è un po’ l’Italia che ha amato Mussolini, si è fidata di lui e da lui è stata tradita.

Accanto ai due corpi c’è un mondo, un’epoca. E Bellocchio sceglie di raccontarlo in maniera molto particolare. A partire dalla scelta di far sparire il giovane Mussolini di Timi a metà film, da quando cioè esce dalla vita di Ida. Che ritroverà i suo Benito, diventato ormai un altro – senza capelli, senza baffi, in uniforme – nelle immagini dei cinegiornali che vede al cinema. Al Mussolini di Timi si aggiunge allora quello vero, preso dalle immagini di repertorio. Ed è un ingresso deflagrante, come quello di un grande attore. Un corto circuito cinema-realtà che non penalizza il film, ma lo rafforza. Perché tutti noi vediamo Mussolini come lo vede Ida, dopo averlo conosciuto da vicino: è diverso, è lontano, è enorme, nel senso delle dimensioni che ha raggiunto il suo potere come in quello delle immagini su grande schermo che – primo grande leader mediatico precursore dei politici odierni – ne rimanda le gesta e le parole in tutta Italia. Quelle immagini di repertorio allora servono proprio a testimoniare una distanza. E diventano ancora più beffarde quando rivediamo Filippo Timi, stavolta nei panni del figlio di Mussolini e della Dalser, ormai grande, mentre – Duce che visse due volte – ripete le parole del padre in uno dei discorsi che ha appena sentito, dimostrando evidentemente di subirne la fascinazione.

Le immagini di repertorio sono la chiave vincente di un film che vive su visioni di grande potenza, che si spostano dal reale allo storico, dal drammatico all’onirico, come accade spesso nel cinema di Bellocchio. È un film che procede con uno stile che sposa quello del tempo in cui sono ambientate le vicende: futuristico e d’avanguardia, con le scritte futuriste (Guerra! Guerra! Guerra!) che si sovrappongo alle immagini e un montaggio più serrato, melodrammatico e vicino al cinema popolare in voga negli anni del fascismo nella seconda parte. Sentiamo Timi/Mussolini pronunciare i ta-ra-ta-ta-ta e i bum-bum-bum, parole futuriste, a un’esposizione d’arte. Vincere è puro cinema, ma è anche un’opera meta-artistica, dove cinema (vediamo passare molti capolavori del cinema muto, tra cui Il monello di Chaplin), letteratura e arte si fondono, in un’atmosfera oscura e piena d’ombre ricreata dalla fotografia di Daniele Ciprì. È un quadro oscuro, nerissimo, come lo sono stati gli anni che, magnificamente, racconta.

 Da vedere perché: racconta la Storia con uno stile unico ed immagini indelebili

 

 












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