Posts Tagged ‘Festival di Cannes

25
Nov
11

Miracolo a Le Havre. Piangere non serve a niente…

Voto: 7,5 (su 10)

“Hai pianto”. “No”. “Bravo, non serve a niente”. In questo breve scambio c’è tutto il senso del cinema di Kaurismaki, e del suo Miracolo a Le Havre. È il dialogo tra Idrissa, ragazzino africano capitato al porto di Le Havre in un container, e Marcel Marx, anziano sciuscià che lo incontra e gli offre ospitalità. Il ragazzo era riuscito a fuggire quando la polizia aveva aperto il container, arrestando tutta la sua famiglia. Ora deve raggiungere la madre a Londra, ma è ricercato. E Marcel, mentre soffre per la moglie malata (ma lui non sa la gravità), riesce a organizzare una gara di solidarietà nel proprio quartiere, che culmina con un concerto rock. È la solidarietà il primo miracolo del titolo. È un miracolo che sia possibile, e che coinvolga persone insospettabili. Il secondo miracolo arriva prima nel finale, e sembra quasi una ricompensa divina per gli “uomini di buona volontà”.

Piangere non serve a niente, dice Marcel al suo nuovo amico. Lo deve pensare davvero Aki Kaurismaki, regista finlandese alieno rispetto al cinema dei nostri tempi. Il suo cinema stralunato e sospeso ben si addice a quella che in fondo è una favola. Quell’atmosfera da leggera sbronza diurna, che rende tutto ovattato e un po’ leggero, surreale, quell’immergere i suoi personaggi in una cornice di volti grotteschi e allucinati, tipico dell’autore finlandese, ha l’effetto di astrarre e alleggerire la storia, di levare quel tono tipico di film di questo tipo. Quel tono che a volte può essere pietistico, a volte commovente, a volte ricattatorio. Un tono che può anche mettere lo spettatore sulla difensiva. Miracolo a Le Havre non è niente di tutto questo. Kaurismaki ci avvolge nella sua storia, ci fa abbracciare dai suoi personaggi, ci fa entrare in questo mondo fuori dal tempo. Ci fa sorridere, ci fa commuovere, ma senza lacrime. E in questo modo il messaggio, il miracolo della solidarietà, ci arriva in maniera ancora più diretta, più pulita, più semplice. Kaurismaki ci racconta cose anche gravi con leggerezza, quella che aveva un certo Truffaut, la cui presenza è evocata da un cammeo del suo attore feticcio, Jean-Pierre Léaud.

Miracolo a Le Havre è un film fuori dal tempo solo per lo stile di Kaurismaki, e per quell’allestimento demodé per il quale potremmo trovarci in qualsiasi epoca. Ma il regista, proprio con la sua leggerezza, ci fa vedere comunque tutto: le montature della stampa, secondo il quale l’africano fuggito non è un ragazzino, ma è pericoloso ed armato, lo sgombero dei campi dei profughi con le ruspe, la violenza esagerata delle forze dell’ordine. Quello di Kaurismaki è un film attualissimo, che proprio grazie alla sua arte diventa qualcosa di completamente diverso dal solito. I momenti surreali sono irresistibili (Marcel che, per incontrare il padre di Idrissa, dice di essere “l’albino della famiglia” essendo evidentemente bianco) e ci fanno uscire dal film con il sollievo nel cuore, ma non senza aver dimenticato la gravità di certe situazioni. Perché se anche un funzionario dell’ordine si ribella alle leggi, vuol dire che sono sbagliate. È una questione di coscienza, proprio come quel codice del mare, contrapposto a quello dello Stato, di cui si parlava in Terraferma. Marcel di cognome fa Marx, proprio per evocare una giustizia sociale che oggi ancora non c’è. Ma i miracoli possono avvenire. Proprio come quel ciliegio in fiore anche d’inverno.

Da vedere perché: Il tono ovattato a surreale tipico di Kaurismaki astrae e alleggerisce una storia di migrazione e solidarietà, togliendo al film certi toni pietistici o ricattatori tipici di un certo tipo di film. E il messaggio arriva in modo più diretto

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19
Mag
10

Copia conforme. Uomini e donne, siamo le copie di Adamo ed Eva

Voto: 6,5 (su 10)

Un uomo e una donna. Si incontrano in paesino della Toscana. Lui, inglese, sta presentando un libro, Copia conforme, che analizza il rapporto tra originale e copia nelle opere d’arte. Lei, francese, è un’antiquaria e rimane affascinata da lui, tanto da volerlo incontrare di nuovo per una gita in un paese vicino. È lo spunto di Copia conforme, l’ultimo film di Abbas Kiarostami, presentato all’ultimo Festival di Cannes e subito uscito nelle nostre sale.

I due iniziano a parlare in macchina. E partono dal libro dello scrittore. Il dialogo tra i due parte allora come una lunga riflessione filosofica sull’opera d’arte, la sua unicità e la sua ripetibilità. Per “originale” ci si riferisce a una cosa autentica, genuina, affidabile, che si riferisce alla nascita. Per “copia” intendiamo qualcosa che si riferisce alla riproduzione. E che si può riferire anche alla razza umana: non siamo forse tutti noi delle copie del dna dei nostri antenati? Si parla di opere d’arte, come la Coca Cola di Jasper Johns: basta mettere un oggetto in un museo e cambia il modo della gente di guardarlo.

Visto che assistiamo a queste disquisizioni sullo schermo di una sala cinematografica, è impossibile non riflettere anche sul concetto di originale e copia nel cinema. Il cinema è un’arte che vive già di copie: il film originale infatti non è il suo negativo, ma vive in tutte le copie che vengono realizzate per la sua diffusione. Tutte le copie del film sono l’originale. Ed è così anche per gli altri modi di fruizione del film: le copie del dvd, la “copia digitale” da vedere sul computer, sono tutti originali. Semmai il cinema vive la dialettica tra originale e copia in quella tra l’opera originale e i remake, i rifacimenti e le riletture che possono venire fatte di essa. Ma in questo caso ci allontaniamo dal concetto di copia tipica dell’arte: non possiamo parlare di copia conforme.

Mentre ci perdiamo in queste riflessioni, e crediamo di aver capito a che film stiamo assistendo, ecco che quest’opera “originale” riesce a stupirsi. All’improvviso il discorso tra i due cambia. In un bar, dove i due vengono creduti marito e moglie, lei comincia a parlare con lui come se fosse veramente suo marito, e a rinfacciargli le sue assenze, le sue dimenticanze, le sue colpe per un rapporto che è appassito dopo quindici anni di matrimonio. E lui risponde: non sappiamo se anche lui ha una moglie, e parla come se rispondesse a lei, oppure recita una scena prendendo le parti dell’uomo. Già, perché in fondo la scena che vivono è qualcosa di universale, che forse è già capitata a loro, e può capitare a tutti. Qualcosa di archetipico. In questo senso, i due sono le copie di uomini e donne che sono già passati da questa situazione. Sono le copie di Adamo ed Eva.

Kiarostami firma un film alla Rohmer, uno di quei film tutti parlati, che nascono da un incontro tra due sconosciuti e scorrono leggeri e naturali come dei pezzi di vita colti in medias res. Con una sensualissima e intensa Juliette Binoche. È un film lontano dal suo Iran, che trae leggerezza e sollievo dall’ambientazione toscana. In fondo, come ha scritto Mereghetti, anche questo suo film italiano non è altro che una copia di quello che di solito faceva in patria.

Da vedere perché: è un film alla Rohmer, uno di quei film tutti parlati, che nascono da un incontro tra due sconosciuti e scorrono leggeri e naturali come dei pezzi di vita

 

11
Mag
10

Speciale. Robin Hood, Russell Crowe e l’arte del tiro con l’arco

Al mio via scatenate l’inferno. Sì, Ridley Scott e Russell Crowe, regista e protagonista de Il gladiatore stanno per tornare sul grande schermo con Robin Hood, che aprirà domani il Festival di Cannes e uscirà contemporaneamente nelle nostre sale. La formula sarà quella de Il gladiatore: ricostruzione storica, grande spettacolarità. E soprattutto, come al solito, grande immedesimazione di Russell Crowe nel suo ruolo. Che in questo caso significa soprattutto un grande allenamento nel tiro con l’arco. Una disciplina quasi zen, in cui la concentrazione è fondamentale.

A spiegarci cosa comporta tirare con l’arco, nella serata organizzata venerdì scorso da Universal e Fusion Digital, è stato Giuseppe Bianchi, campione italiano ed europeo di tiro con l’arco ed esperto di arco storico (la sua scuola si chiama Howard Hill, come la controfigura di Erroll Flynn nel primo Robin Hood). “Robin Hood è stato girato in maniera molto realistica, non soltanto per quanto riguarda le attrezzature, ma anche come esecuzione del tiro” ha commentato Bianchi. “Il tiro con l’arco è legato all’istinto, al tiro da caccia e da guerra che i nostri antenati praticavano sin dal Paleolitico” ha spiegato il campione. “Il feeling con l’arco è basata sull’unica possibilità che aveva l’arciere, sia in caccia che in guerra” continua. “Significava vivere o morire: in caso di errore, la preda scappa, e il nemico ti uccide”.

“Il tiro con l’arco si basa sulla visione binoculare stereoscopica”, ci spiega Bianchi. Cioè quella dei nostri occhi. “Si tratta di capire l’esatta distanza della preda o del nemico. La chiave è l’alzo: se il nemico vicino l’arco si alza di meno, se è lontano si alza di più”. Ma non pensate che ci sia tutto il tempo per prendere la mira e calcolare la distanza. “Poi c’è la velocità di esecuzione” spiega Bianchi. “L’arciere deve riuscire a colpire nel minor tempo possibile: pochi secondi, in cui esce la parte più intima di noi. È qualcosa che conosciamo sin dal Paleolitico”. È proprio questo feeling naturale dell’uomo con l’arco quello che affascina. Qualcosa che l’uomo conosce da così tanto tempo da essere diventato qualcosa di innato, di acquisito. “Anche delle persone con handicap riescono a tirare con l’arco, in modo preistorico” spiega Bianchi. “È qualcosa di naturale e acquisito dall’uomo”.

L’arco è una scoperta che ha diecimila anni (il primo arco è stato risale a quell’era ed è stato trovato nelle torbiere del Nord Europa, ma la sua immagine si trova anche in alcune pitture rupestri) ed è stato utilizzato a ogni latitudine, dall’Australia, al Nord e al Sud America, fino al Medio Oriente e all’Asia, dove era utilizzato dai mongoli e dai tartari. Bianchi ci ha mostrato un arco longbow, un classico arco medievale fatto di legno di tasso, alto circa 180 cm. Tenendo un arco a 45 gradi si riesce a lanciare fino a 280-300 metri di distanza. Per tirare con l’arco si utilizzano varie prese, tra cui quella orientale, e quella mediterranea, che consiste nel tenere la freccia tra il dito indice e il medio per poi scoccare il colpo. È la presa che utilizza Russell Crowe in Robin Hood. Crowe, nelle featurette che raccontano la lavorazione del film, ricorda come un’altra cosa difficile sia posizionare la freccia lungo la corda.

Un altro elemento importante sono le frecce. Per il film sono state utilizzate delle normali frecce da caccia, quelle che di solito erano fatte con la punta di ossidiana ed erano buone per uccidere gli animali. In guerra, per trapassare le corazze, servivano frecce di altro tipo. “La quadrella romana ha la capacità di penetrare le corazze, grazie a una cuspide in ferro duro” racconta Bianchi. “Altre frecce avevano dei barbi, in modo che una volta entrate in profondità era più difficile toglierle”.

Ma veniamo alla preparazione per tirare con l’arco. Russell Crowe, per prepararsi al ruolo, è stato tre mesi nella foresta, in Australia, a volte anche scalzo. È arrivato a tirare fino a 200 frecce al giorno, il tipo di preparazione che fa un arciere olimpico. E si è reso conto che la difficoltà è tirare mentre si cavalca, mentre si corre, o mentre piove. Crowe ha voluto che il suo arco fosse il più simile possibile a quello medioevale. “Russell Crowe, o qualunque altra persona, per prepararsi a tirare deve fare un percorso” spiega il campione. “Si tratta di capire quale sia l’attrezzatura adatta, e poi di procedere per step: il tiratore deve imparare a gestire il mezzo, e capire quale sia l’attrezzo più consono al proprio fisico. Per tirare bene ci possono volere due o tre mesi. Ma conta anche l’allenatore: quello giusto sa tirare fuori l’arciere che è dentro di noi. Per questo il metodo di questo tipo si chiama costruttivista”.

 












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