Posts Tagged ‘Fellini

21
Nov
09

Segreti di famiglia. Coppola, brama di vagare

Voto: 7 (su 10)

“La mia luce è la verità”. Lo dice Tetro, impersonato da Vincent Gallo, il protagonista del nuovo film di Francis Ford Coppola, Segreti di famiglia (Tetro in originale), mentre sta curando le luci di uno spettacolo teatrale. Ma potrebbero essere le parole di Coppola stesso. Tetro ama giocare con la luce, perché così crea un mondo, perché la cosa gli dà potere. Tutto questo è in fondo il desiderio di ogni regista. In particolare del nuovo Francis Ford Coppola, che da Un’altra giovinezza in poi ha imboccato la via di un cinema indipendente e personale. Che ha a che fare, eccome, con la luce: con un gioco di parole, Tetro potrebbe diventare “retro”, nel senso che è girato in un bianco e nero scintillante e ricco di contrasti che si rifà a film d’altri tempi come Fronte del porto di Elia Kazan, e anche al suo Rusty il selvaggio, l’unico altro film che Coppola girò in bianco e nero. E di cui Segreti di famiglia potrebbe essere il figlio: anche questa è una storia di fratelli. Bennie, 17 anni, arriva a Buenos Aires alla ricerca del fratello maggiore Tetro, che non vede da dieci anni. Tetro è scontroso, ha lasciato di New York per fuggire da un padre autoritario. Ed è di questo che parla il romanzo che ha scritto, in codice, che l’ha portato quasi alla pazzia e che custodisce gelosamente. Bennie prova a leggerlo, e a farne un’opera teatrale.

“Quello che si dice non è importante: il linguaggio è morto”. Sono più importanti le immagini o le parole? Se lo chiedono spesso i personaggi del film di Coppola. Che sembra propendere nettamente per le immagini, sin dagli affascinanti titoli di testa. Ma più che l’immagine in sé, Coppola sembra volere difendere un modo di fare cinema libero, in cui l’immagine abbia la precedenza, e il racconto non debba per forza essere quello lineare e più scontato del cinema mainstream. Il romanzo di Tetro è scritto al contrario e in codice. Toccherà a Bennie decifrarlo. E attraverso le sue parole proverà a decifrare l’anima del fratello. Così è il nuovo cinema di Coppola, più criptico e meno immediato di quello di un tempo. Anche l’opera di Coppola in un certo senso va decriptata, decifrata, decodificata. C’è, nella storia, la sua anima: non si tratta di un’opera autobiografica, ma di un film che porta in sé tanti temi della sua vita. E c’è nella forma visiva, fatta quasi sempre di inquadrature fisse (magistrale quella in cui Tetro/Vincent Gallo è fuori campo e la sua voce “parla” attraverso la sua ombra riflessa sul muro) o in cui la macchina da presa si muove pochissimo, l’amore per il cinema di maestri come Antonioni, Kurosawa e Kazan.

È meno potente, il Coppola di oggi, rispetto a opere come Il padrino e Apocalypse Now. E forse le sue opere necessiterebbero di una maggior coesione. Ma il suo cinema sembra quello di un giovane. Segreti di famiglia mescola dramma, farsa, romanzo di formazione e anche un tocco di noir, con scene lineari e pulite e altre movimentate e teatrali che potrebbero essere uscite dal primo Almodovar come da La dolce vita di Fellini. Quella di Coppola è davvero, per citare il titolo del film che ha segnato il suo ritorno, Un’altra giovinezza: Coppola ha la voglia di sperimentare e la passionalità di un autore ventenne. Youth Without Youth, recitava il titolo originale di quel film: è proprio giovane senza esserlo Coppola, perché la sua vitalità prescinde dall’età anagrafica. “Brama di vagare”, si chiama l’opera di Tetro che viene messa in scena. Anche queste parole sono un altro segnale del senso del cinema di questo autore: Coppola e il suo cinema bramano di vagare tra le loro storie, tra i generi cinematografici, tra i paesi del mondo cinematograficamente più giovani per trovare linfa vitale. Dopo la Romania di Un’altra giovinezza, ora c’è l’Argentina di Segreti di famiglia. In ogni caso siamo lontani, lontanissimi, da Hollywood.  

Da vedere perchè: Coppola e il suo cinema bramano di vagare tra le loro storie, tra i generi e tra i paesi del mondo. Lontano da Hollywood.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

03
Set
09

Venezia 66. Baarìa: il Novecento di Tornatore

Voto: 6 (su 10)

locandina_del_film_Baaria_La_porta_del_vento---01Ci sono due Tornatore, ormai lo sappiamo. Uno è quello misterioso e virato in nero di Una pura formalità e La sconosciuta, un altro è quello nostalgico e virato in seppia – come una foto d’antàn – di Malèna e Nuovo Cinema Paradiso (due film che qui si diverte a citare). Quello di Baarìa, l’avrete capito, è questo. Ma, seppur raffinatissimo nella confezione e nella fotografia, Baarìa non è un film patinato. Si parla della storia di un paese della Sicilia, quello in cui Tornatore è nato e cresciuto, dal Fascismo fino agli anni Ottanta. E si vedono i soprusi sul lavoro, su donne e bambini, famiglie che non mangiano da una settimana (e fingono di cucinare qualche frattaglia di carne per non farlo sapere agli altri). In quello che è un affresco corale, che dura tre generazioni, spicca una vicenda alla Giulietta e Romeo: quella di Peppino e Mannina, divisi dal censo (lui non è ricco ed è figlio di un pecoraio) e dalla politica. Peppino è comunista, e affronta lungo tutto il corso della storia prima il Fascismo, poi la Mafia e la Democrazia Cristiana. Per poi trovarsi superato a sinistra dai giovani dei movimenti del Sessantotto.

Baarìa è un film che vive in maniera circolare, che ha l’andamento di una sinusoide, anche per quanto riguarda l’incipit e il finale. Volti e personaggi che scompaiono e riappaiono, temi che si ripresentano più volte durante il film per caratterizzarlo. Come i libri, simbolo di libertà e affrancamento, divorati letteralmente dalla provenienza contadina di Peppino (cioè dalle capre) e simbolicamente dal Fascismo che osteggia la libertà di parola. C’è il cinema, che come sappiamo da Nuovo Cinema Paradiso, ha formato la vita del giovane Tornatore. Anche qui vediamo un ragazzo salvare alcuni fotogrammi delle pellicole. E ci sono le donne, perché in Baarìa c’è anche Malèna (ovviamente Monica Bellucci), la donna fatale che ha fatto parte dell’immaginario di un paese e di chi ci abita. Baarìa contiene anche questi film, perché è il luogo che contiene tutte queste storie. E mille altre, come i personaggi più strambi del villaggio, che con i loro tormentoni (“v’accatto i dollari” di Beppe Fiorello e “la sposa è buona” di Luigi Lo Cascio) caratterizzano i film come fossero delle percussioni, o un metronomo, tornando a intervalli quasi regolari e dando il ritmo alla storia. Baarìa è un film recitato quasi sempre sopra le righe. E non può essere altrimenti, perché quando si guarda indietro nella propria vita ogni cosa sembra più grande, leggendaria, eccessiva.

Girato in maniera impeccabile, Baarìa però è un film che non emoziona come dovrebbe, non scalda quasi mai il cuore, non arriva in fondo a un discorso che aveva iniziato. Il problema è soprattutto di scrittura: una sceneggiatura troppo schematica e didascalica finisce per rendere tutto prevedibile, telefonato. Gli avvenimenti storici sono messi in scena come ci si aspetterebbe, in modi che ci sono già noti o che sono stati già visti. E anche la storia d’amore tra i due protagonisti (in cui spicca la bellezza intensa e magnetica di Margareth Madè) si snoda su binari piuttosto convenzionali. Con Baarìa Tornatore cerca di fare contemporaneamente il suo Amarcord e il suo Novecento, ma non ha la fantasia sfrenata di Fellini. E soprattutto non ha quel senso dell’impegno politico e quel sacro fuoco che fece del film di Bertolucci un capolavoro. Lo scarto tra l’intensità di Novecento e Baarìa è quello tra gli anni Settanta e l’oggi, un’era in cui l’impegno politico è sfumato e la politica sembra solo folclore. Resta la soddisfazione di un cinema italiano che pensa in grande e produce in grande, e probabilmente è in grado di piacere all’estero. E una delle frasi più belle, che parla dei siciliani: la dice Peppino al figlio che gli chiede perché dicono che abbiano un brutto carattere. “Perché vogliamo abbracciare il mondo ma abbiamo le braccia troppo corte”.

Da vedere perché: è un affresco corale su un mondo che non c’è più, stilisticamente impeccabile, anche se piuttosto freddo.

 

 












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