Posts Tagged ‘Darren Aronofsky

04
Mar
11

The Fighter. Onestà, sudore e sangue

Voto: 7 (su 10)

Inizia come se fosse un documentario, The Fighter, con un Christian Bale magrissimo e spiritato che parla guardando in macchina, raccontando la sua storia e quella del fratello per un immaginario programma televisivo. È un espediente narrativo riuscito, perché permette allo spettatore di venire a conoscenza  di quello che è successo prima. Ma anche perché ci trasmette una delle cose importanti del film: che stiamo assistendo ad una storia vera. È quella di Micky Ward e Dicky Eklund, due fratelli uniti e divisi dalla loro passione per la boxe, dal loro passato e dal loro futuro, e dalla loro famiglia. Dicky (Christian Bale) è un ex pugile che ha avuto il suo momento di gloria contro Sugar Ray Leonard e ora è sprofondato nella droga. Fa l’allenatore del fratello Micky che, nonostante i grandi mezzi, è un pugile perdente. La sua carriera è gestita dalla madre in maniera discutibile. La sua ragazza, Charlene, lo persuade a staccarsi dalla sua famiglia per provare una strada nuova. E a Micky arriva la grande occasione. Combattere per il titolo.

Travestito da film sulla boxe, The Fighter ha il respiro di una tragedia greca, o shakespeariana. Una di quelle storie in cui si sente il fardello di una famiglia imponente (qui oltre alla madre ci sono sette sorelle, tutte donne). E in particolare di una madre, la Alice Ward di Melissa Leo (premio Oscar come miglior attrice non protagonista) che sembra uscita da una tragedia classica. Come avrete capito, The Fighter è soprattutto un film di corpi. Accanto a Melissa Leo spicca ovviamente il Christian Bale che impersona Dicky Eklund, anche lui meritatissimo premio Oscar come attore non protagonista, ancora una volta spaventosamente magro dopo L’uomo senza sonno. Così magro che i suoi occhi spiritati da tossico, da perdente all’ultima stazione possibile per il riscatto, e il suo sorriso nervoso risaltano ancora di più (come la sua parlata biascicata, che andrebbe ascoltata nella versione originale). Ma sorprendono anche i corpi di Mark Wahlberg, il protagonista Micky Ward, che mette il suo fisico da supereroe e la sua bella faccia al servizio di un personaggio tormentato, un perdente, pieno di dubbi e timido con le donne, e di Amy Adams, la sua ragazza Charlene, lontanissima dall’immagine glassata da fiaba che ce l’ha fatta conoscere, e orgogliosa di mostrare un fisico imperfetto, con qualche chilo in più, ma vivo e vibrante.

The Fighter è il film che avrebbe dovuto fare Darren Aronofsky: è la storia di un loser troppo simile al suo The Wrestler, e per questo ci ha rinunciato per girare il film con Mickey Rourke. Nelle sue mani The Fighter sarebbe stato un film diverso, una riflessione sul corpo e sulla fatica di uno sport come la boxe. David O. Russell (Three Kings) lo ha preso e ne ha fatto un film suo, molto personale, a suo modo vicino e lontano dai classici film sul pugilato. Ci sono le palestre fatiscenti di Rocky e Million Dollar Baby, c’è l’hard rock, ci sono i pub e il sudore. Ma Russell sceglie la realtà. E se le scene fuori dal ring sono girate in maniera pulita e classica, il regista sceglie di riprendere le scene dei combattimenti (che arrivano tardi e si concentrano sui tre incontri decisivi), nello stile in cui i veri combattimenti erano andati in onda: quello delle riprese televisive della HBO (sono stati chiamati proprio i tecnici della televisione per girarle). Così in un mix di linguaggi (le riprese televisive per i combattimenti, quelle da documentario del racconto di Dick, e quelle più classiche per le vicende fuori dal set), Russell trova la sua via al boxe movie. Meno lirico e drammatico di The Wrestler, meno epico e iconico di Rocky, meno rabbiosamente poetico di Toro scatenato, The Fighter è un film che sa di onestà e di sincerità, di sudore e sangue.

Da vedere perché: Meno lirico e drammatico di The Wrestler, meno epico e iconico di Rocky, meno rabbiosamente poetico di Toro Scatenato, The Fighter è un film che sa di onestà e di sincerità, di sudore e sangue

 

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18
Feb
11

Il cigno nero – Black Swan. La mia bambina non c’è più

Voto: 8 (su 10)

La mia bambina. È così che la madre chiama Nina (Natalie Portman), ballerina classica aspirante etoile al balletto di New York. Parole che ricorrono come un mantra lungo Il cigno nero – Black Swan. E che sono la glossa naturale alla “vita in rosa” che fa vivere alla figlia: è rosa la sua cameretta, sono rosa i suoi cappottini da bambola, è rosa anche il pompelmo a colazione. Ora Nina si trova davanti a una svolta: potrebbe ottenere la parte di Odette nel Lago dei cigni. Un ruolo doppio, cigno bianco e cigno nero. Il cigno nero è la sorella invidiosa del cigno bianco, ma a interpretarle sono la stessa persona. È la storia di una metamorfosi. Quella che sta accadendo a Nina, in lotta per diventare cigno nero, in lotta per scappare dalla gabbia rosa da bambina e diventare donna.

Il cigno nero è il nuovo film di Natalie Portman, ma è anche il nuovo film di Darren Aronofsky, regista che di metamorfosi se ne intende. Il suo è un cinema di corpi in mutazione. Se per Mickey Rourke The Wrestler era stata la resurrezione, per Natalie Portman Il cigno nero è il passaggio all’età adulta. Anche lei, esplosa giovanissima in Leon e poi in Star Wars Episodio 1: La minaccia fantasma, come la sua Nina finora era sembrata rimanere un’eterna bambina. E grazie al suo ruolo in questo film, come Nina col suo ruolo nel balletto, si è trasformata. Finalmente donna. La bambina non c’è più.

Come la sua protagonista, Il cigno nero è un film dalla sensualità disturbata, di una sessualità negata e cercata. Un film di sospiri, un continuo ansimare, quello dello sforzo o quello dell’orgasmo. È un gioco di specchi, un horror interiore, un susseguirsi di visioni distorte. Eva contro Eva dentro il Dakota Building di Rosemary’s Baby. È il cinema di Darren Aronofsky, autore che sta riflettendo sul concetto di mutazione come faceva Cronenberg, ma con una chiave di lettura tutta sua. A lui interessano l’imperfezione, la caducità e la disgregazione del nostro corpo. La danza come il wrestling: per lui la vita è sforzo. Aronofsky è il cantore del quotidiano martirio dell’uomo.

Da vedere perché: è un film dalla sensualità disturbata, di una sessualità negata e cercata. Un film di sospiri, un continuo ansimare, quello dello sforzo o quello dell’orgasmo. Eva contro Eva dentro il Dakota Building di Rosemary’s Baby

 












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