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25
Set
09

La ragazza che giocava con il fuoco. Dalla Svezia arriva il cinema Ikea

Voto: 6 (su 10)

la-locandina-di-la-ragazza-che-giocava-con-il-fuoco-125672I libri di Stieg Larsson creano dipendenza. Questo pensano alcuni recensori letterari, e questo pensano anche i suoi lettori. La dipendenza dai film tratti dai suoi libri probabilmente non è allo stesso livello. Ma, in ogni caso, ci si avvicina a questo secondo capitolo della trilogia Millennium con una certa curiosità. Il primo film tratto dalla trilogia, Uomini che odiano le donne, non era certo un capolavoro, ma ci aveva presentato due personaggi interessanti, e seguire le loro storie ci desta ancora qualche curiosità.

Nel secondo episodio, La ragazza che giocava con il fuoco, un giornalista che collabora con la rivista Millennium e la sua fidanzata vengono uccisi mentre stanno per pubblicare un’inchiesta sul mercato del sesso. Sull’arma del delitto ci sono le impronte di Lisbeth Salander, che diventa così la principale indiziata. Mikael Blomqvist, che non la vede dai fatti narrati in Uomini che odiano le donne, non crede che sia lei la colpevole, e vuole trovarla prima che la trovi la polizia. Un pizzico di originalità nella costruzione della storia è evidente: i due protagonisti, che erano entrati in contatto nella prima storia, qui non si incontrano mai, se non alla fine. Blomqvist, rispetto al film precedente, resta piuttosto in disparte, ed è Lisbeth la protagonista assoluta, in una storia tra ricerca di giustizia e vendetta. Proprio la ricostruzione del suo passato è uno degli aspetti più interessanti del film, e proprio l’attrice che la interpreta, l’androgina Noomi Rapace, è la nota più interessante di quest’opera. Che, esaurite le presentazioni del primo episodio, scorre via più veloce, e con maggior ritmo (è cambiato il regista, c’è Daniel Alfredson al posto di Niels Arden Oplev). Ma non riesce a sfruttare appieno i colpi di scena della storia, con la conseguenza di non trasmettere tensione proprio quando questa dovrebbe salire. Il problema è la scelta di personaggi, e rispettivi attori (quindi i problemi stanno sia nella scrittura che nel casting e nella direzione), che non riescono a risultare credibili, come il misterioso colosso tedesco, il pugile e l’ex agente russo, che sembra Massimo Boldi.

C’è una scena, all’inizio del film, in cui Lisbeth sceglie un nuovo appartamento per non farsi trovare. E monta dei mobili, ovviamente Ikea. Ecco, i film tratti da Stieg Larsson sono un po’ una sorta di cinema Ikea: sono basati su un’idea di successo, consolidata e riconoscibile, sono prodotti in serie per essere diffusi in tutto il mondo, e sono in ogni caso dei prodotti standard, lineari e con pochi fronzoli. E si uniformano a un’idea ormai globalizzata del prodotto thriller: non una via svedese al genere, ma una serie di opere sulla falsariga dei thriller americani. In ogni caso, come i mobili in questione, i film Ikea hanno una loro solidità.

Da vedere perché: i film svedesi tratti da Larsson sono come i mobili Ikea: standard, lineari e con pochi fronzoli. Ma in fondo, come quei mobili, sono solidi

(Pubblicato su Moviesushi)

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