Posts Tagged ‘Cloverfield

12
Mag
12

Chronicle. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità?

Voto: 7 (su 10)

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, ci insegna l’universo dei fumetti Marvel. Ma è vero così con chiunque sia dotato di poteri fuori dal normale, o è una cosa che avviene solo nell’universo Marvel? In poche parole: cosa accade se chi viene in possesso di superpoteri non ha la tempra morale per gestirli per il bene comune, e li usa per i propri fini personali? La novità di Chronicle, il film di Josh Trank (sceneggiata da Max Landis, figlio del grande John) è proprio questa. E così accade che tre ragazzi, Andrew, Matt e Steve, entrino in contatto con un meteorite, e arrivino così a possedere dei poteri fuori dal comune, dallo spostare gli oggetti fino al volare. Se due di loro sembrano gestirli in maniera responsabile, Andrew (Dane DeHaan, che ricorda il giovane Di Caprio), è un ragazzo frustrato, con la madre in fin di vita e il padre violento. Le sue frustrazioni hanno la meglio su di lui. E i poteri così finiscono per diventare uno sfogo per le proprie frustrazioni.

Supereroi amorali, o addirittura immorali: questa è la grande novità, già sperimentata da altri film, ma mai in maniera così chiara, di Chronicle. A ogni film che documenta la nascita di un supereroe, alla fase di scoperta dei poteri segue sempre una missione in cui usarli finalmente per un buon fine: qui la missione non inizia mai, e i nostri eroi finiscono per perdersi nelle loro storie personali, e non mettere mai quei poteri al servizio di qualcosa di più grande. La loro lotta non è contro qualcuno, ma contro se stessi. È per questo che Chronicle è una riflessione molto lucida su poteri e responsabilità, che porta a un altro livello il discorso della Marvel che ormai abbiamo imparato tutti a recitare come un mantra.

Chronicle si muove nella tendenza alla destrutturazione, alla svestizione e alla normalizzazione del supereroe. Da Unbreakable di Shyamalan fino alle serie tv Heroes e Misfits vediamo in scena super uomini con super poteri ma senza super vestiti, senza quell’aura colorata e gloriosa a cui ci hanno abituato i supereroi dei fumetti classici DC e Marvel, ma persone che accanto alla loro natura speciale devono pur sempre fare i conti con quella umana. Al cinema e in tv stiamo vedendo eroi inediti, che non provengono dalla mitologia dei fumetti classici (si pensi anche a Kick-Ass).

E la forma migliore per raccontare questi eroi nel quotidiano non può che essere quella del found footage, quella cioè delle riprese amatoriali, dei filmati trovati per caso, di The Blair Witch Project, Rec e Cloverfield. Che sembra piacere a tutti: ai cinefili, perché la soggettiva è sempre la soggettiva, alla generazione web 2.0, perché usa i loro codici di comunicazione, e ai produttori, perché costa poco. È una forma visiva che permette subito l’identificazione con il personaggio, perché usa il suo occhio. Qualcosa che saprebbe di già visto, se Josh Trank non usasse alcune variazioni sul tema: una ragazza che riprende con un’altra telecamera per il suo blog permette il gioco campo/controcampo classico del cinema, che nelle riprese in soggettiva andrebbe perso. E grazie alla telecinesi, il protagonista riesce a far volare la sua telecamera, e quindi a inquadrarsi. Insomma, Chronicle è qualcosa di nuovo – anche se non nuovissimo – nel panorama dei superhero movie. Lo spirito del film sta tutto in questo dialogo: “Pensi di farci di più?” “Con i poteri?” “No”.

Da vedere perché: grandi poteri senza grandi responsabilità: supereroi immorali, con la tecnica di Rec e Cloverfield.

12
Ott
11

Blood Story. Horror? L’orrore dell’adolescenza

Voto: 6,5 (su 10)

È gelido, innevato, desolato l’ambiente dove si svolge Blood Story, in originale Let Me In, remake hollywoodiano di Lasciami entrare, finalmente uscito in Italia con questo nuovo titolo. Si tratta di un’operazione piuttosto attesa: un film molto particolare, un horror raggelato e raggelante arrivato dalla Svezia, e molto diverso dai prodotti in giro oggi, è stato rifatto dal regista di Cloverfield, che, raccontandoci una storia in soggettiva tramite l’occhio di un’handycam, ci aveva spaventato non poco. La storia è nota: un bambino di dodici anni, dai genitori perennemente assenti (il padre non c’è e la madre non si vede mai in viso), è vittima di episodi di bullismo a scuola, è solo ed insicuro. Un giorno arriva nel suo condominio una ragazzina della stessa età, accompagnata da un uomo più anziano, che potrebbe essere suo padre. Mentre i due ragazzini legano, l’uomo si rende protagonista di efferati delitti.

Dalla Svezia siamo passati a Los Alamos, New Mexico, Stati Uniti d’America. Matt Reeves rilegge bene l’opera originale, lasciando intatta la storia e l’atmosfera desolata e raggelata. Non ha senso vedere questa cosa come un difetto, perché Blood Story è destinato a un pubblico, quello americano, che non ha visto il film originale (gli yankee, si sa, non amano vedere film non nella loro lingua e sottotitolati) e assisterà alla storia per la prima volta nella versione di Reeves. A cambiare, come ci si poteva attendere, sono i momenti delle aggressioni, notevolmente più horror che nell’originale. La piccola protagonista si muove ha gli occhi malati e i movimenti velocissimi di un ragno indemoniato, a metà tra L’esorcista e i mostriciattoli di Cloverfield.

Se Reeves spinge sul pedale del sangue molto di più rispetto all’originale, riesce a trovare un suo stile personale, diverso sia da Lasciami entrare che dal suo Cloverfield. Il suo filmare con la macchina da presa addosso a corpi, volti e oggetti, dove l’originale prediligeva di più i campi lunghi e il fuoricampo è anche l’antitesi alla visione di Cloverfield, dove le immagini corrispondevano all’occhio umano e questo alla telecamera dei personaggi, e quindi spesso vedevamo con loro le immagini da lontano. Sembra invece un omaggio a Cloverfield la soggettiva all’interno della macchina nella scena dell’incidente, con una macchina da presa fissa che si capovolge insieme all’automobile.

Reeves ha accentuato, ma senza gli eccessi che ci si aspetterebbe da un film americano, il lato horror di un film che in fondo è horror fino a un certo punto. La cornice è quella, visto che si parla di vampiri e di efferati delitti. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, dell’orrore dell’adolescenza, di un’età in cui si è in trasformazione e capire la propria identità è sempre complicato. In fondo Blood Story è un romanzo di formazione, una storia d’amore e di amicizia.  Un po’ come Twilight, ma con una profondità e una delicatezza completamente diverse. Sì, perché qui l’horror è una metafora per raccontare due giovinezze abbandonate, due solitudini che non possono che avvicinarsi, le storie di due bambini emarginati e soli che non possono che aiutarsi.

Siamo nell’America del 1983, e in scena, attraverso le tv, vediamo spesso Ronald Reagan. Un personaggio che arriva dai ricordi del Reeves adolescente, ma che qui rappresenta anche l’impossibilità di distinguere il bene dal male. Cosa capiterebbe a un ragazzo se sentisse parlare un presidente di bene e male in maniera semplicistica come fa Reagan? Al centro di Blood Story c’è anche questo. Dei personaggi che compiono azioni cattive, ma a cui non possiamo che volere bene, perché quella è l’unica cosa che possono fare. Il loro destino è segnato, e per loro è anche l’unico possibile.

Da vedere perché: è un ottimo horror. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, quello dell’adolescenza

10
Set
11

Super 8. Quel filo che unisce Spielberg e Abrams

Voto: 7 (su 10)

C’è un filo sottile che unisce Steven Spielberg e J.J. Abrams. È un filo fatto di celluloide, quella della pellicola dei vecchi filmini in Super 8. Sono stati proprio questi a far incontrare Spielberg a J.J. Abrams e Matt Reeves (il regista di Cloverfield): i due avevano sedici anni e il regista di E.T. li contattò per chiedere loro di restaurare due suoi filmini. Così Spielberg non ha potuto dire di no quando Abrams gli ha chiesto di produrre un film su un gruppo di bambini che si diverte a girare dei filmini amatoriali in una piccola città dell’America. In molti dicono che J.J. Abrams è il nuovo Spielberg, un fantasioso creatore di mondi. La cosa è ancora tutta da dimostrare. Ma questo film, con Abrams alla regia e Spielberg in veste di produttore, suona come un’investitura, un passaggio di consegne dal papà di E.T. al papà di Lost.

Lilian, Ohio, America, 1979. I Blondie cantano Heart Of Glass, gli Knack la loro My Sharona, i ragazzi ascoltano la musica nei walkman a cassette e si divertono con il cubo di Rubik. Un gruppo di ragazzi sta girando uno zombie movie alla Romero. Un giorno, durante la ripresa di una scena clou, riprendono un pauroso incidente ferroviario. In quel treno c’è qualcosa di strano, che potrebbe essere stato registrato nel loro nastro. Nel frattempo, in città iniziano a sparire i cani e i motori delle macchine, lo sceriffo viene ucciso e accadono altri strani fenomeni.

Quel filo di celluloide di cui parlavamo non si è spezzato. Super 8 è un atto d’amore verso il cinema, e in particolare verso il cinema di Steven Spielberg, i suoi E.T. e i suoi Incontri ravvicinati del terzo tipo. È un film carico d’affetto per un tipo di cinema che non si fa più, quel cinema d’avventura che guardava il mondo con gli occhi curiosi e appassionati di un ragazzino preadolescente. È il cinema di Spielberg, certo, ma anche quello de I Goonies e Stand By Me. Quello che riusciva a mantenere ancora quel pizzico di ingenuità e di stupore che oggi sembrano non esserci più. Ne sentivamo la mancanza, ed è bello riavere tra noi un film di questo tipo.

Se è vero che in Super 8 c’è tanto Spielberg (vedi il solito rapporto tormentato tra padre e figlio), è anche vero che c’è tanto J.J. Abrams. La storia è quella di Lost e di Cloverfield (il film diretto da Matt Reeves da considerare a tutti gli effetti un film di Abrams, che lo ideato e prodotto): un gruppo di persone capitate per caso in qualcosa di ignoto e molto più grande di loro. E molto pericoloso. Ci sono ancora le riprese domestiche di Cloverfield, delle riprese casuali che però sembrano racchiudere la risposta all’enigma. Anche qui torna un tema che sembra ricorrere in Abrams, quella fiducia nelle immagini e nella loro capacità di raccontare la verità, di dare risposte, di cogliere l’essenza delle cose. Certo, Abrams, come in Lost, si dimostra più bravo a creare attesa, mistero, a tenerci in sospeso, che a svelare e a chiudere la storia. Che, man mano che si avvicina alla fine, comincia ad avvicinarsi un po’ troppo a Cloverfield e a perdere originalità.

Forse anche per questo Super 8 non è un capolavoro. Ma rimane uno spettacolo molto avvincente. Vi consigliamo di rimanere in sala anche durante i titoli di coda, per vedere il fantomatico filmino horror che i ragazzini stavano girando finalmente ultimato. È anche da questi dettagli che si capisce l’amore per il cinema di un Autore. E se i risultati di Abrams al cinema (è già invece nella storia della tv) sono ancora tutti da dimostrare, il fuoco che lo anima è quello di Spielberg. Se il nuovo Spielberg forse è… Spielberg stesso, il filo di celluloide tra i due è ancora ben saldo. E speriamo che non si rompa.

Da vedere perché: è un atto d’amore verso il cinema di Steven Spielberg, un film carico d’affetto per un tipo di cinema che non si fa più, quel cinema d’avventura che guardava il mondo con gli occhi curiosi e appassionati di un ragazzino.












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