Posts Tagged ‘cinema



04
Apr
12

Magnifica presenza. Questi fantasmi di Ozpetek

Voto: 5 (su 10)

È ossessionato dalla morte, Ferzan Ozptek, l’ha ammesso più volte. E su questa paura della morte, sul tentativo di esorcizzarla, ha costruito molti dei suoi film, da La finestra di fronte a Saturno contro, che è quello che l’affronta in modo più diretto. In Magnifica presenza, prende la Nera Signora da un altro punto di vista, quello della commedia. Pietro (Elio Germano) arriva a Roma con il sogno di fare l’attore, e intanto lavora di notte sfornando cornetti. Trova casa a Monteverde vecchio: è un appartamento d’epoca, appartenuto a una nobile, dal fascino molto rétro. Tutto, in quella casa, sembra avere una vita propria, ricordare il passato. Ma Pietro non può immaginare che in quella casa “vive” qualcuno. Presenze che, all’inizio, spaventano Pietro, ma che poi lo coinvolgono nelle loro storie, nei loro segreti.

È un Questi fantasmi alla Ozpetek, Magnifica presenza, o un The Others a Monteverde, se preferite. Ma noi preferiamo la prima definizione, perché il tono è leggero, divertito. Se il cinema di Ozpetek è sempre stato un misto tra commedia e mélo, qui inizialmente sembra convincere questo nuovo tono più da commedia, ma più misurata rispetto a quella comicità un po’ forzata che caratterizzava Mine vaganti. Qui Ozpetek sembrerebbe, almeno inizialmente, prendersi meno sul serio, e declinare, in chiave di commedia surreale, quei temi a cui da sempre tiene: l’importanza del passato e la sua influenza sul presente (La finestra di fronte), e quella delle persone che non ci sono più (Cuore sacro, Saturno contro e ancora La finestra di fronte). Oltre alla consapevolezza del proprio io e della propria natura: Pietro è omosessuale, ma forse è ancora troppo timido e chiuso per vivere fino in fondo la sua natura. Non mancano i marchi di fabbrica Ozpetek: le tavolate conviviali, i dolci, le musiche rètro e latine.

Ma questo tono così azzeccato della prima parte finisce per perdersi lungo il film. Non si capisce perché Ozpetek inserisca nel film altri toni e altri racconti, come quell’incursione nel mondo sommerso dei transessuali e del loro lavoro, che non si inserisce nella storia di Pietro e nel messaggio del film: il tono cupo e oscuro stride con il resto del racconto, e la scena culmina con un’improbabile e incomprensibile comparsa di Mauro Coruzzi, alias Platinette senza trucco, nei panni della badessa, una sorta di colonnello Kurtz a capo di chissà quale carboneria sconosciuta. Così come stridono i momenti della rivelazione del mistero legato alle presenze nella casa, con Pietro che, davanti a una vecchia attrice, capisce tutto grazie a un colpo di mano che schiaccia un insetto. Si tratta di cambi di tono e di sviluppi della storia poco comprensibili, che finiscono per allentare quell’atmosfera leggera che caratterizzava l’inizio del film.

Se nel ruolo di Pietro Elio Germano sembra una scelta azzeccata (è bravo nel raffigurare una fragilità diversa da quella, più rabbiosa, dei suoi tipici personaggi), sembrano in parte anche le “presenze” Giuseppe Fiorello, Andrea Bosca e Vittoria Puccini. Solo Margherita Buy sembra un po’ fuori luogo, donna troppo contemporanea nei suoi tic per sembrare una donna degli anni Trenta/Quaranta. Come avevamo scritto per Mine vaganti, ad Ozpetek non riesce quello che riesce ad Almodovar: trasformare l’eccesso in poesia, rendere l’assurdo verità. Così alcuni personaggi rischiano di ridursi a macchiette. Ozpetek sembra aver detto veramente tutto sull’omosessualità e sulla libertà di espressione, sull’importanza del passato, su cui ha girato degli ottimi film. Il risultato è che non ci commuove più, e che non ci diverte poi tanto. Nei suoi prossimi film il suo talento e la sua sensibilità potrebbero essere messi al servizio di storie e temi completamente nuovi.

Da non vedere perché: Ozpetek sembra aver esaurito il suo discorso. Sta cercando un nuovo tono, ma non ci commuove più, e non ci diverte poi tanto

Annunci
23
Mar
12

GHOST RIDER: SPIRIT OF VENGEANCE

Da oggi nelle sale Ghost Rider: Spirit of Vengeance, il nuovo capitolo della saga diretto da Mark Neveldine e Brian Taylor.

Nicolas Cage ritorna a calarsi nei panni di Johnny Blaze, ancora alle prese con la maledizione del cacciatore di taglie del diavolo…

Ma dopo l’incontro con il leader di un gruppo di monaci ribelli (Idris Elba) sembra disposto a tutto pur di salvare un ragazzino dalle grinfie del diavolo – e liberarsi una volta per tutte dalla maledizione che lo perseguita.

Guarda il backstage.

11
Mar
12

Young Adult. Charlize Theron, bellissima anche quando non lo è. O proprio per questo

Voto: 7 (su 10)

Era dovuta diventare brutta, per farsi considerare una brava attrice. Era successo con Monster, il film che aveva impresso una svolta alla carriera di Charlize Theron, ex modella, considerata forse troppo bella per essere un’attrice credibile. Invece una brava attrice la Theron lo è diventata davvero, anche al di là dell’effettata interpretazione di Monster. Tanto che poi, pur scegliendo ruoli forti, come quelli in North Country e The Burning Plain, non ha dovuto più mortificare la sua bellezza. Ma qui è diverso: Mavis Gary, protagonista di Young Adult, è soprattutto brutta dentro. Ex reginetta di bellezza del liceo, con un matrimonio fallito alle spalle, Mavis, trentasette anni, ha lasciato la provincia per la città, e fa la “ghost writer” (scrive romanzi ma non li firma) per una serie di libri destinati al target “young adult” (in pratica, per adolescenti/ventenni). È alcolizzata, vive una vita disordinata, ha relazioni occasionali con uomini che non le piacciono davvero. E sì, è una stronza. Quando riceve una mail in cui si annuncia che il suo ex è diventato papà, decide di tornare al suo paesino, ed emotivamente ai tempi del liceo, per riconquistare la sua ex fiamma.

Per il ruolo di Mavis, la Theron non deve diventare brutta. Si stropiccia solo un po’, tra occhiaie da post sbornia e una trasandatezza di fondo che è sintomo di chi ha perso la voglia di vivere. “Young adult” non è solo il target di riferimento per i libri di Mavis: è ovviamente anche il suo status mentale, quello di un’eterna adolescente mai cresciuta, che vuole riconquistare il suo ex più per un suo puntiglio che perché lo ami davvero. In questo senso, quella maglietta di Hello Kitty che indossa è allo stesso tempo il simbolo di un modus vivendi – una certa emotività e un certo modo di ragionare adolescenziale – ma anche un’icona sfregiata. Perché in Mavis non c’è niente di dolce, di zuccheroso, di ammiccante, e nemmeno di sensuale, caratteristiche che sembrano per forza dover essere parte di qualsiasi personaggio femminile nelle commedie di Hollywood. Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. E resterà così per tutto il film, senza alcuna catarsi.

Patetica, imbarazzata, e imbarazzante, la Mavis di Charlize Theron non riesce neanche a sedurre, nonostante la sua bellezza, proprio perché priva di slancio e di passione. Curiosamente, tenta per quasi tutto il film di abbellirsi, mentre la Theron in quasi tutta la sua carriera ha cercato proprio di limitare la sua bellezza. La sua bravura sta nell’attraversare il film con un’aria da sconfitta, con un’interpretazione atona fatta di sfumature e mezzi toni. Che culmina in una delle scene di sesso  più cariche di tristezza della storia del cinema. Perché Young Adult parla in fondo di una perdente, e abbatte il concetto americano della perfezione, della seconda occasione. Abbatte il Sogno Americano.

“Non sono cattiva, è che mi disegnano così” diceva Jessica Rabbit. E Mavis Gary ci piace proprio perché è disegnata benissimo da Diablo Cody, la sceneggiatrice di Juno, che da quel film in poi ci sta raccontando giovani donne lontanissime da ogni convenzione, da ogni perfezione e dai ruoli che sembrerebbero destinati a loro. Donne con percorsi sghembi, accidentati, disastrati. Insieme a lei, dopo Juno, alla regia c’è ancora Jason Reitman, bravissimo a raccontare l’America dei non luoghi, della provincia americana omologata dei centri commerciali e dei terminal aeroportuali (Tra le nuvole), dei grandi spazi e dei grandi vuoti dove personaggi irrisolti vagano alla ricerca di se stessi. Se i tratti del disegno sono firmati Cody e Reitman, il colore è tutto di Charlize Theron. Sì, è così brava, e così poco seducente, che è bellissima. Anche quando non lo è.

Da vedere perché: Young Adult sceglie la strada, coraggiosa, di mettere in scena una donna invidiosa, antipatica, arida. E in fondo, depressa e infelice. Charlize Theron affronta tutto il film con un’espressione infastidita, anaffettiva, distaccata. Ed è bravissima

02
Mar
12

Cesare deve morire. Le tragedie nella Tragedia

Voto: 8 (su 10)

“A me sembra che questo Shakespeare abbia vissuto tra le strade della mia città”. Sono parole pronunciate da Salvatore “Sasà” Striano, ex detenuto di Rebibbia e protagonista di Cesare deve morire, il film dei Fratelli Taviani che ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. A Rebibbia viene messo in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. Il teatro è un’occasione per i detenuti di “evadere”, se non letteralmente, almeno idealmente, dalla loro condizione. Il laboratorio teatrale di Fabio Cavalli si tiene ogni anno a Rebibbia e i Taviani, fulminati da uno spettacolo, hanno deciso di farci un film. Che si apre e chiude con lo spettacolo sul palco, ma filma le prove, il work in progress degli attori, e così facendo crea una doppia storia: quella della preparazione dello spettacolo, e la storia stessa del Giulio Cesare.

Si parte dai provini. Gli attori devono dire il loro nome e la loro provenienza, esprimendo prima disperazione e poi rabbia. Rabbia e disperazione, sentimenti provati chissà quante volte nella loro vita fuori e dentro il carcere: ecco perché per loro non sembra per niente difficile tirare fuori questi sentimenti. Non serve fingere, a loro. Tanto più che recitano il Giulio Cesare nel loro dialetto d’origine. Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio, Juan e gli altri, i detenuti di Rebibbia sono dei talenti naturali. Il loro talento viene dalla profonda umanità, da quell’esperienza terribile che è stata la loro vita. Quel “Cesare deve morire” è una sentenza di morte dedicata a un tiranno dell’antica Roma, ma potrebbe anche essere stata pronunciata in un regolamento di conti mafioso. I tradimenti, le esecuzioni, i “Cesari” sono già stati nelle loro vite. Per questo i personaggi degli attori si sovrappongono  a quelli shakespeariani, a volte calzano a pennello, a volte fagocitano e soffocano i personaggi originali. In un gioco pirandelliano, i personaggi del Giulio Cesare trovano nuovi autori, anche se non li stavano cercando. Trovano nuova vita, un nuovo senso. E la vita si sovrappone al teatro.

Cesare deve morire è teatro, è cinema, è vita vissuta. I Taviani, che alla loro veneranda età filmano con una forza da opera prima, trovano un linguaggio originalissimo, un ibrido tra un impianto neorealista e il teatro elisabettiano, tra la vulgata e lo stile alto-tragico. Cosimo, Salvatore, Giovanni, Antonio e gli altri sono a tutti gli effetti Autori, perché le loro storie entrano prepotentemente in quella di Shakespeare, perché le loro tragedie di mescolando alla Tragedia. Il bianco e nero impietoso di Simone Zampagni (incredibilmente girato in digitale) scruta ogni ruga, ogni segno del volto dei protagonisti, dentro il quale c’è una storia. Mentre gli squallidi interni di Rebibbia diventano, nella loro verità, scenografie degne dell’Edoardo II di Derek Jarman. La musica e un sonoro eccezionali contribuiscono a creare l’atmosfera della storia, sottolineando la forza di volti unici e indelebili. Crediamo a loro, credendoli i personaggi che interpretano. Ma non ci scordiamo mai che sono dei detenuti. E allora parole come libertà, indipendenza, riscatto, dette dalle loro voci  acquistano un significato tutto nuovo. Non ci dimentichiamo della loro condizione anche perché uno di loro, a fine film, pronuncia una frase che è una sentenza. “Da quando ho conosciuto l’arte sta cella è diventata una prigione”.

Da vedere perché: Cesare deve morire è teatro, è cinema, è vita vissuta. I Taviani, che alla loro veneranda età filmano con una forza da opera prima, trovano un linguaggio originalissimo, un ibrido tra un impianto neorealista e il teatro elisabettiano, tra la vulgata e lo stile alto-tragico.

 

09
Feb
12

Millennium – Uomini che odiano le donne. Questo non è cinema Ikea

Voto: 7 (su 10)

Ce l’ha proprio con l’Ikea, David Fincher. In Fight Club aveva fatto saltare in aria l’appartamento arredato Ikea del protagonista. Ora fa a pezzi il cinema Ikea, cioè le versioni svedesi, solide ma anonime come i famosi mobili, dei film tratti dalla trilogia Millennium di Stieg Larsson. Millennium – Uomini che odiano le donne è la versione americana del primo libro, e film, della serie. E in apparenza l’operazione è molto semplice: il cinema americano fa quello che ha sempre fatto, riscrive i film di altri paesi con i propri attori per renderli più accessibili e venderli meglio. Spesso il risultato non è all’altezza. Ma non stavolta. A dirigere c’è David Fincher, grande artigiano del cinema, e, sì, anche Autore, anche quando dirige un film su commissione. La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design.

Nascosto sotto l’impiallacciatura, come in un tavolo Ikea, c’è del marcio in Svezia. Sotto il perbenismo e l’apparente normalità borghese della famiglia Vagner, ci sono litigi, delitti, misteri. Come quello di Harriet, nipote prediletta del capostipite dei Vagner, scomparsa inspiegabilmente molti anni prima e mai più ritrovata. È proprio lui a ingaggiare il giornalista Mikael Blomqvist per fare luce sulla vicenda. Blomqvist si troverà ad essere affiancato dalla giovane hacker Lisbeth Salander, che si trova sotto tutela dopo una vita di abusi e soprusi. Fincher decide di lasciare l’azione nella Svezia di Larsson, ed è bravissimo a farci penetrare fin dentro le ossa il gelo di quelle terre (come vediamo nella scena dell’arrivo alla magione dei Vagner), un freddo che ovviamente è anche interiore. La Svezia di Fincher è colorata di un grigio che raramente tende al bianco e molto spesso sfuma verso il nero (grazie alla magistrale fotografia di Jeff Cronenweth), a cui aggiungono inquietudine e tensione i suoni di Trent Reznor e Atticus Ross (eccezionale la loro versione di Immigrant Song dei Led Zeppelin sui titoli di testa), rumori disturbanti accanto a quelli che sembrano dei carillon rotti. Suoni che colgono alla perfezione il carattere nervoso e malato del cinema di Fincher.

Nel suo film tutto è più spinto, più sboccato, più violento che nell’originale. Le situazioni sono le stesse, ma qui arriva tutto in maniera più diretta e indelebile. Questione di tocco, di talento, e anche di coraggio: Fincher non ha paura di fare un film per adulti. Millennium – Uomini che odiano le donne gli permette di continuare il suo viaggio nella perversione umana che aveva iniziato con Seven e proseguito con Zodiac. La storia di Larsson conferma di non avere una trama irresistibile, ma a Fincher interessano le persone, quello che hanno dentro. E riesce a farci capire meglio quelli a cui tiene maggiormente, i suoi protagonisti: Daniel Craig è qui de-bondizzato e de-eroicizzato, ed è un Blomqvist forte ma sensibile, un uomo con i suoi dubbi, e le sue paure, che Craig lascia trasparire sotto il suo volto e i suoi occhi apparentemente glaciali. Rooney Mara non fa rimpiangere Noomi Rapace nel ruolo di Lisbeth. Anzi, aggiunge delle sfumature, dei tratti di fragilità, di dolcezza (insita comunque nel suo volto): è più un cucciolo ferito e maltrattato che sfodera gli artigli per difendersi che un predatore.

Sotto l’impiallacciatura, insomma, c’è dell’altro. Il Millennium di Fincher non è un semplice remake o reboot. Il regista di Seven ci ha fatto capire perché l’opera di Stieg Larsson affascina così tanto. Millennium è Lisbeth Salander. E lei è il simbolo del nuovo millennio, dei tempi che viviamo: da un lato le illimitate possibilità informatiche e tecnologiche, e con esse la violabilità assoluta della privacy, dall’altro la continua violenza a cui i più fragili sono sottomessi. In questo senso, Fincher continua il discorso iniziato con The Social Network sui paradossi della nostra società. Siamo tutti più connessi e più informatizzati, ma sempre più soli e meno capaci di socializzare. Sconnessi nell’era della massima connessione.

Da vedere perché: La differenza che passa tra lo Uomini che odiano le donne svedese e questo è quella tra la televisione e il cinema. O quella tra un mobile Ikea e un mobile di design: dirige David Fincher, una garanzia.

03
Feb
12

Hugo Cabret. Scorsese, Melies, e il cinema che cattura i sogni

Voto: 8 (su 10)

Venite a sognare con noi. È l’invito che George Méliés (Ben Kingsley), dal palco di un teatro, rivolge al pubblico. Méliés, fa dire Scorsese a uno dei suoi personaggi, è stato il primo a capire che il cinema poteva catturare i sogni. E una storia che ruota attorno a Méliés e alla grandezza del cinema come quella del libro La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick non poteva che affascinare Martin Scorsese. Hugo Cabret, un ragazzino per cui l’avventura è andare al cinema, è Scorsese stesso. Hugo (Asa Butterfield), rimasto orfano del padre orologiaio, vive in una stazione di Parigi riparando gli orologi. Il padre gli aveva lasciato un automa, un robot d’antan, una sorta di manichino meccanico che si muove grazie a degli ingranaggi molto sofisticati. Per metterlo in moto serve una chiave, e ce l’ha proprio una ragazzina che Hugo incontra (Chloe Grace Moretz).

Ed è proprio per una ragazzina, la propria figlia, che Scorsese ha deciso di fare questo film, apparentemente lontano dalla sue corde. Ha scelto di girare un fantasy sui generis, e ha scelto la tecnica oggi più sofisticata, il 3D. E Hugo Cabret è vero 3D, pensato per essere girato in questo modo: ed è il miglior film 3D dai tempi di Avatar. Ha una profondità di campo eccezionale, e ogni tanto qualcosa esce anche dallo schermo. Un cinefilo compulsivo come Scorsese non poteva che buttarsi a capofitto in questa nuova opportunità, come un ragazzino appassionato. Hugo Cabret è un sogno dentro un sogno, ed è mille film dentro un unico film: sullo schermo scorrono Chaplin, Buster Keaton, Louise Brooks e Il gabinetto del Dr. Caligari, le immagini a colori in 3D diventano all’improvviso piatte e in bianco e nero. Dimostrando (come fa anche il successo di The Artist) che non sono due mondi opposti ma complementari. Quello che conta è la passione del cinema.

In Scorsese la profondità di campo è anche profondità di cuore. Perché ci racconta la storia di qualcuno che vuole aggiustare le cose, e capisce che nello stesso modo si possono aggiustare le persone. I macchinari rotti gli fanno tristezza perché non possono fare il loro lavoro. E così è per le persone. Per Scorsese Hugo Cabret è l’occasione perfetta per dimostrare il suo amore per il cinema: da cinefilo accanito deve essersi divertito da matti a far rivivere i set di Méliés, occasione straordinaria per omaggiare il primo autore di effetti speciali del cinema, con un gran film di effetti speciali. È un cerchio che si chiude.

E in quell’automa che sta al centro della storia, c’è il senso di tutto il cinema di Scorsese: meccanismi ad orologeria perfetti, ingranaggi complicati e costruiti maniacalmente, dove tutto si incastra alla perfezione. I film di Scorsese sono così, costruiti con la pazienza e l’amore per il lavoro di un artigiano, come gli automi del film. E come in essi, al centro c’è un cuore. Trovare la chiave del nostro cuore è sempre stata la missione di Scorsese. Se Méliés era stato il primo a capire che il cinema poteva catturare i sogni, anche Scorsese l’ha capito benissimo da tempo.

Da vedere perché: è il miglior film in 3D dai tempi di Avatar. È un appassionato atto d’amore per il cinema. Ed è Martin Scorsese

 

31
Gen
12

Mission: Impossible – Protocollo fantasma. Un po’ Bond, un po’ Pixar

Voto: 7 (su 10)

È questa la vita che sognavo da bambino:  un po’ di Apocalisse, un po’ di Topolino, canta Jovanotti in Megamix. Un po’ di James Bond, un po’ di Pixar deve essere quello che sognava Tom Cruise per il suo nuovo Mission: Impossible – Protocollo fantasma, diretto da Brad Bird (e prodotto anche da J.J. Abrams che aveva diretto il terzo episodio). Un po’ di James Bond nella nuova avventura di Ethan Hunt (Cruise) ce n’è. Perché, con la franchise di Bourne per ora in stand by, l’agente Hunt si propone come il principale erede di 007. Il quarto capitolo della serie è bondiano già nella trama, che ruota intorno al furto di alcuni codici per il lancio di testate nucleari, una storia che riporta a Thunderball (e all’ apocrifo remake non dichiarato Mai dire mai): Hunt viene fatto evadere dalla sua squadra da un carcere di Mosca, e, mentre entra nel Cremlino per rubare i codici di cui sopra. Ma viene preceduto da qualcuno che fa anche saltare in aria il Cremlino, facendo cadere le accuse sull’unità Mission: Impossible, che così viene sciolta.

È la Guerra Fredda, bellezza. E pazienza se non esiste più: la sola presenza dei russi porta il film nel terreno più fertile, i tempi d’oro della spy-story. Trama a parte, il nuovo Mission: Impossible è bondiano in molti altri aspetti. Dalla scelta di location esotiche e all’ultimo grido – oltre a Mosca e Budapest ci si muove tra Dubai e Mumbai – per seguire la strada dei film di Bond, ma anche per conquistare i nuovi pubblici dell’Asia e dell’Est Europa, alla struttura che, come nei film di 007 (ma anche di quelli di Hitchcock), si sviluppa intorno a grandi scene madri, costruite in modo da essere eccessive e memorabili, con la trama che è più che altro un pretesto per legarle tra loro. Sia chiaro, in un film d’azione va benissimo così.

E qui, accanto all’Apocalisse, entra in scena Topolino. O meglio la Pixar, cioè Brad Bird, il regista maestro dell’animazione autore de Gli incredibili e Ratatouille, alla sua prima prova in un film live action (lo seguirà, a marzo, il suo sodale Andrew Stanton, con John Carter Of Mars). E qui sembrerebbe facile dire che la sua presenza in cabina di regia abbia spostato la franchise di Mission: Impossible verso il cartoon. Se le azioni dei personaggi sono così iperboliche da sembrare realizzate da personaggi virtuali, il dolore delle ferite e dei colpi si sente e si vede: sono personaggi in carne ed ossa, non supereroi, e su questo non c’è dubbio. Ma il modo che ha Brad Bird di riprendere spazi grandi e stilizzati rende alcune scene vicine alle scenografie magniloquenti dei grandi film d’animazione. Le scene girate sul Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto del mondo, tutte specchi e vertigini, sono esteticamente così riuscite da sembrare “disegnate”. E a proposito di cartoon, la presenza di Simon Pegg (new entry nella squadra accanto a una sexy e muscolare Paula Patton e a un rude Jeremy Renner, che ora passerà alla “concorrenza”, nei panni dell’agente Bourne) regala un po’ di quell’ironia che trovavamo nei film d’animazione di Bird. Il risultato è divertente, emozionante, estetico. Si può dire che Brad Bird è un regista per cui oggi niente è “impossibile”.

Da vedere perché: trama e azione da film di James Bond, diretta con grande senso estetico dal regista de Gli incredibili. Cosa volete di più dalla vita?












Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 112.753 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Annunci