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28
Mar
11

Non lasciarmi. Anche i cloni sognano

Voto: 7 (su 10)

Sembra un collegio come tanti, quello dove crescono Kathy, Tommy e Ruth. Hailsham è immerso nella campagna inglese, è antico e austero, come tanti di quelli che abbiamo visto molte volte al cinema. I bambini che assistono disciplinati alle lezioni ci sembrerebbero degli orfani. In realtà il collegio, e quei bambini, sono ben altro. Tanto vale dirlo, visto che Non lasciarmi, il film, rispetto al libro di Kazuo Ishiguro da cui è tratto, mette subito le cose in chiaro: i ragazzi di Hailsham sono dei cloni, creati apposta per fornire organi alle persone normali. Destinati a vivere poco, con una data di scadenza impressa. Con un destino già segnato. Eppure, se gli androidi di Philip K. Dick sognavano pecore elettriche, anzi unicorni, nel caso della trasposizione su pellicola, Blade Runner, i cloni di Non lasciarmi sognano quello che sognano tutte le persone normali. L’amore, l’amicizia, un lavoro. Sono umani o no? Sì, perché i loro desideri e i loro bisogni sono quelli di tutti noi. Eppure c’è in loro una consapevolezza del loro compito, una rassegnazione al loro destino che li caratterizza. Perché non si ribellano? Perché non scappano? Le mucche da macello non scappano se apri i cancelli del loro recinto. I cloni sono stati istruiti e allevati per questo, e non immaginano un destino diverso.

Non lasciarmi, prima che un bel film, è un romanzo incredibile, una storia bellissima. Un racconto che opera su più strati e che si insinua in noi creando infiniti spunti di riflessione. È una metafora della società, di un mondo che da sempre, nei secoli scorsi come nel civilissimo ventunesimo secolo, lascia indietro qualcuno per garantire privilegi agli altri. I cloni di Hailsham sono come tanti “ultimi” a cui sono negati i diritti umani, tante figlio di un Dio minore per i quali un futuro migliore non è nemmeno in considerazione. Visto che umani non sono considerati, se non da qualcuno. Ma Non lasciarmi è anche una metafora della vita, del bisogno che abbiamo tutti di scongiurare la morte, di far durare la felicità più a lungo possibile, di tenerci stretto ciò che amiamo. In questo racconto così iperbolico Ishiguro non fa che accentuare certi aspetti della vita che appartengono a tutti. Solo che così sono più evidenti. In fondo Non lasciarmi parla di tutti noi, esplora il mistero della vita.

Il romanzo di Ishiguro ha una grande attenzione per i particolari. Soprattutto c’è un’attenzione per gli oggetti, per quelle buone cose di pessimo gusto, come direbbe Gozzano, che i ragazzi riescono a trovare negli incanti e nei baratti del collegio. Cose a cui i cloni sono attaccatissimi, perché contribuiscono a costituire parte della loro anima, un habitat che non sia così neutro come quello che è stato prospettato loro. In una parola: un’identità. Così come le loro creazioni artistiche, e la fantomatica galleria dove vengono conservate. Sono come le foto per la replicante Rachel di Blade Runner, la memoria di chi non ha un passato. I cloni di Non lasciarmi non hanno origini, genitori, e così vanno alla spasmodica ricerca dei loro “possibili”, i modelli su cui sono stati creati.

Il film Non lasciarmi non può soffermarsi a parlare degli oggetti, come accade nel libro. Ma lo fa con le immagini, fissandoli su pellicola. Inevitabilmente il regista Mark Romanek semplifica, rende tutto più esplicito, va più veloce del racconto sul libro, e perde molte sfumature. È una versione spogliata di tanti aspetti del libro, ma che riesce a mantenere intatta l’atmosfera della storia. Che, a differenza dei molti film di fantascienza distopica, più che inquietante è malinconica, rassegnata, dolente. Non c’è infatti niente di tecnologico, ma una cornice assolutamente realistica e retrò (siamo tra il 1979 e gli anni Novanta), e nessun orpello tipico della fantascienza. Perché, al di là dello spunto, Non lasciarmi è soprattutto un mélo, una storia d’amore struggente. A cui contribuiscono un regista di talento, quel Mark Romanek che, dopo One Hour Photo, si dimostra bravissimo a raccontare l’alienazione in modo crudo e senza sconti. E soprattutto degli attori bravissimi (Andrew Garfield e Carey Mulligan più di Keira Knightley), che colgono perfettamente lo spirito dei personaggi. Dei ragazzi dolenti, fragili, indifesi, stupiti, spauriti di fronte alla vita. Come, in un momento o nell’altro, è stato ognuno di noi.

Da vedere perché: è una storia bellissima. Un racconto che opera su più strati e che si insinua in noi creando infiniti spunti di riflessione.

 

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