Posts Tagged ‘Carlo Verdone

21
Set
10

Niente paura. L’educazione civica ai tempi di Ligabue

Voto: 7 (su 10)

Buonanotte all’Italia, deve un po’ riposare, tanto a fare la guardia c’è un pezzo di mare. È forse da questa canzone, così affettuosa, e così critica nei confronti del nostro paese, che nasce l’idea di affidare un compito simile a Luciano Ligabue. Quello di fare, con le sue parole e le sue canzoni, di fare da filo conduttore agli ultimi trent’anni della nostra storia. Ma anche di fare da testimonial a uno dei libri più importanti della nostra storia, proprio oggi che c’è chi vuole rinnegarlo: la Costituzione. Quel libro con le regole che gli uomini si danno da sobri per camminare dritto quando saranno ubriachi. “Vorrei augurare la buona notte  a tutti quelli che vivono in questo Paese, ma che non si sentono in affitto, perché questo paese è di chi lo abita e non di chi lo governa” aveva detto Ligabue a un suo concerto. In un altro faceva scorrere gli articoli della costituzione durante Non è tempo per noi. Per tutti questi motivi, e per la sua popolarità, è la persona adatta a guidarci in questo viaggio.

Che va da Giovanni Soldini, che racconta della solidarietà tra velisti, quando si trattò di soccorrere una collega, quella solidarietà in mare che invece non avviene quando si tratta di soccorrere una barca con degli stranieri che cercano rifugio. E le immagini saltano al 1991 quando, attraverso quel pezzo di mare che faceva la guardia, in Puglia arrivò la prima nave con ventimila albanesi in cerca di una vita migliore. Tra gli intervistati, nel film di Piergiorgio Gay, c’è anche una “nuova italiana”, una ragazza albanese arrivata in Italia da piccolissima che racconta come si senta italiana, a dispetto di tanti pregiudizi. Così si passa al 2010, e al primo sciopero degli immigrati. Stefano Rodotà fa notare che negli anni Sessanta al nord apparivano i cartelli contro i meridionali, oggi in Italia accade con gli immigrati: ma quella volta i partiti di massa si opposero, oggi no.

Accanto a persone normali Gay ha scelto anche dei testimonial ricchi di cultura e profondità. Che parlano della Costituzione con affetto. Carlo Verdone parla di un paese pieno di preti, ma estremamente morale nel rapporto con gli stranieri. Saviano parla degli africani che combattono le mafie, perché, a differenza degli italiani, non sono nati sapendo già di avere un diritto mutilato. “Quello che ci raccontano non è quello che sappiamo” è un motto di Bob Marley che Saviano ha fatto suo e gli ha permesso di scrivere Gomorra. Sentiamo raccontare Beppino Englaro, Margherita Hack, e un eccezionale Paolo Rossi, che invoca per il nostro Paese una “polizia culturale”, che ti ferma per strada, ti chiede se conosci Leopardi, e se non lo sai, ti manda a studiare. O che ti fa entrare a vedere il film di Natale, ti imprigiona e ti proietta Pasolini.

Ci sono anche le stragi, nel film. I momenti di repertorio più toccanti, come la strage di Bologna, nel 1980, e le morti di Falcone e Borsellino nel 1992. Tutti gli intervistati si ricordano dov’erano in quei momenti. Capita anche a noi, e l’effetto commozione scatta inesorabile. Perché, anche se non tutto è a fuoco, e a volte i collegamenti tra fatti e canzoni, o tra un fatto e l’altro, appaiono forzati, il più delle volte sono riusciti. Niente paura ha il ritmo pacato di una ballata acustica, il ritmo che serve a captare e sedimentare tutte queste informazioni e concetti. È la lezione di Educazione Civica che a scuola non ci hanno mai tenuto, con un professore d’eccezione. Da proiettare a oltranza nelle scuole. E da tenere con orgoglio dentro di noi per avere la forza di ripartire. Niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così.

Da vedere perché: È la lezione di Educazione civica che a scuola non ci hanno mai tenuto. E il prof d’eccezione è Ligabue

 

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08
Gen
10

Io, loro e Lara.Verdone il “melancomico”

Voto: 7 (su 10) 

Questo Cristo che si sacrifica, questo Cristo che soffre, questo Cristo che si immola.. Ricordate Padre Spinetti, il finto sacerdote interpretato da Carlo Verdone in Acqua e sapone? Il regista e attore romano è tornato in abito talare, ma stavolta non è né un impostore, né una caricatura come i preti impersonati in Un sacco bello e Viaggi di nozze. Il Padre Carlo di Io, loro e Lara, il suo nuovo film, è un prete vero. Anzi, un uomo, prima ancora che un prete. Una figura lontana dalle macchiette quanto dall’immagine dei prelati a cui ci hanno abituati i media. Lo ricorda lo stesso Padre Carlo in una scena del film. E, in quanto uomo, è in preda a dubbi, a una crisi d’identità prima ancora che di fede. Così lascia l’Africa, dove fa il missionario, e torna a Roma. Dove trova una famiglia allo sbando: il padre si è risposato con una badante moldava, la sorella ha una figlia alienata e l’ex marito che non le paga gli alimenti, il fratello è un cocainomane con relazioni poco stabili. In montaggio alternato vediamo Lara, ragazza tormentata tra assistenti sociali e chat erotiche, e capiamo che le loro strade si incroceranno. Il come è una sorpresa. Perché le vie del Signore sono infinite.

Il Verdone di Io, loro e Lara è un Verdone invecchiato, e non ha paura di mostrarlo. È un Verdone dolente: le rughe che solcano il suo volto, mostrate forse per la prima volta senza trucchi, sono segni nell’anima. E il suo volto riesce a raccontare emozioni complesse. Com’è complesso il suo film. E com’è complessa la sua recitazione, giocata su mezzi toni e su una mimica facciale sempre più evoluta, con tic e sfumature impercettibili quanto preziose. Stiamo parlando del Verdone attore perché Io, loro e Lara è soprattutto un film di attori. E Verdone si esalta negli scambi con Marco Giallini e Anna Bonaiuto (chissà che la scintilla non sia scattata in quell’incontro con Toni Servillo al Festival di Roma in cui l’attore di Afragola lodava le doti dell’attrice?), scambi che vivono di tempi recitativi perfetti.

Io loro e Lara è un film ricco di gag riuscite, che scatenano naturalmente la risata. Dopo il primo sorso, però, il dolce del bicchiere di Verdone rivela un retrogusto amaro, quel gusto che lo fece definire qualche anno fa il “melancomico”. Perché il suo film parla dell’Italia di oggi, dei precari, degli immigrati, della difficoltà di integrarsi e arrivare a fine mese. Parla dei dubbi sulla fede in un mondo sempre più secolarizzato, e di una Chiesa concreta ed efficace quanto lontana da quella ufficiale. Ma soprattutto, anche se Verdone non è Antonioni, parla di incomunicabilità, di un mondo dove ormai nessuno sa ascoltare nessuno se non se stesso, dove ognuno si parla addosso. In questo senso, la scena simbolo del film è quella tra Padre Carlo e la sorella Bea, che lo interrompe continuamente parlandogli della propria figlia.

È strano che un film che dovrebbe funzionare per il messaggio, e in cui le gag comiche dovrebbero essere un accessorio, funzioni più per il secondo aspetto che per il primo. Alla fine restano impressi più i sorrisi che le lacrime, che dovrebbero arrivare e non arrivano, forse per qualche problema di coesione e di misura della sceneggiatura, che a tratti perde di equilibrio e si perde in qualche scena inutile. Ma è un film che è il perfetto (dolce)amaro per digerire l’indigestione di (cine)panettone natalizia. Ed è un film che ci ridà il Verdone che preferiamo, quello più maturo e riflessivo di Compagni di scuola, e che non mancherà di soddisfare tutti i “verdoniani” più convinti, con piccole autocitazioni che vanno dal Manuel Fantoni di Borotalco, al Padre Spinetti di Acqua e sapone, fino all’Ivano di Viaggi di nozze. È come se Verdone facesse i conti con il suo passato per proiettarsi nel futuro. L’autore romano è da sempre attento ai segnali di pubblico e critica per trovare la via del suo cinema. E questa, con la produzione della Warner Bros e non quella più superficiale di De Laurentiis, ci sembra la strada giusta. Quella che piacerebbe anche al padre Mario, scomparso di recente, a cui è dedicato il film. E che, dal cielo, avrà sicuramente apprezzato.

Da vedere perchè: Funziona più quando si ride che quando si piange. Ma è un ritorno al Verdone “melancomico” quello che preferiamo.

(Pubblicato su Movie Sushi)

11
Mag
09

Feisbum. Aridatece Manuel Fantoni!

Voto: 4 (su 10)

locandinaUn bel giorno, senza dire niente a nessuno, mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana. Feci tre volte il giro del mondo, senza mai capire cosa trasportasse quella nave. Ma forse un giorno lo capii…droga! Bei tempi quelli di Manuel Fantoni, indimenticabile alter ego del Sergio Benvenuti di Carlo Verdone, protagonista di Borotalco. Bei tempi perché anche oggi, anzi ancora più di prima, la gente si spaccia per qualcun altro. Ma quanto è più facile ai tempi di internet, anzi in quelli di Facebook, dove basta mettere una foto di chiunque e inventarsi un profilo per sembrare qualcun altro? Volete mettere con l’arte dei mitomani di un tempo, come appunto il Sergio creato da Verdone, che si fingeva Manuel col solo aiuto di un accappatoio, una sigaretta e uno sguardo, mettendosi in gioco in prima persona, e con la propria faccia?

Si scrive Feisbum e si legge Facebook. L’instant movie sul fenomeno di Facebook, il social network più in voga del momento, è fatto di tanti corti affidati a registi diversi che vorrebbero spiegare come cambiano le relazioni sociali nell’era dei profili e dei tag. Ma si concentra soprattutto su una cosa: sull’identità, sulla volontà di essere (o almeno apparire) come qualcun altro, nel turlupinare il prossimo mascherandosi dietro false identità. Vertono su questi aspetti, infatti, la maggior parte degli episodi: da Siempre (uno dei migliori), in cui un ragazzo crea il profilo dell’uomo perfetto per vendicarsi della sua ragazza a Manuel è a Mogadiscio (altra prova interessante) in cui un nerd si finge inviato di guerra, fino a Indian Dream, in cui un meccanico sogna di ripassare l’intero kamasutra con una ragazza indiana, dopo aver visto la sua foto su Facebook. A parte il fatto di farci rimpiangere quelli che un tempo si fingevano un altro con le proprie forze, e non con l’ausilio di un computer, Feisbum non riesce quasi mai a cogliere nel segno. La scrittura degli sketch presenta lo stesso problema che aveva quella de I mostri oggi: manca quasi sempre un’epifania, un finale che riveli, che dia un senso alla vicenda raccontata. Ma soprattutto, per parlare di Facebook si è scelto di trattare aspetti che fanno parte della comunicazione su internet in generale, come la chat erotiche, che ci sono da tempo, molto prima di Facebook. E allora l’effetto è quello del dejà-vù: guardando l’episodio Jessica e Nicola (con un sempre bravo Massimiliano Bruno), in cui due improbabili amanti chattano scambiandosi amene porcherie, viene in mente che la Stefania Rocca di Viola e Clive Owen in Closer l’avevano già fatto.

Qualcosa da salvare c’è, come Maledetto tag, in cui si va a cogliere l’altro aspetto di Facebook che pare preponderante, quello di essere taggati, cioè trovare in rete qualsiasi foto in cui si è immortalati (e che qui fa saltare un matrimonio). O come Angelo azzurro reloaded del collega Serafino Murri, in cui dalla storia tra un professore e una giovane “suicide girl”, che ammicca a quella del famoso film con la Dietrich, impariamo che le cose più belle nascono da un incontro vero e rigorosamente off line. O ancora, nell’ultima pillola che precede i titoli di coda, in cui un vecchio compagno di scuola si vendica di chi lo vessava. Ma in generale lo scarto tra le crisi di identità raccontata da Verdone più di vent’anni fa e quelle di oggi è proprio quello tra quei tempi e i nostri.

E anche, inevitabilmente, tra gli Autori di ieri e quelli di oggi. Aridatece Manuel Fantoni!

Da non vedere perchè: è un instant movie, ideato e girato velocemente. E si vede…












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