Posts Tagged ‘Cannes 2010

09
Giu
10

Il padre dei miei figli. Un eroe dei nostri tempi

Voto: 6 (su 10)

Non è la prima volta che il cinema “gira” la macchina da presa e guarda cosa c’è dietro. Cioè non riprende il set, gli attori che recitano nella messinscena che è il film, ma compie una rotazione di 180 gradi per guardare chi il cinema lo fa. Lo aveva fatto puntando l’attenzione sui registi (oltre che alle maestranze e agli attori fuori scena) in quel gioiello che era Effetto notte di Truffaut. Il padre dei miei figli guarda ancora più indietro, ancora più a monte e ancora più lontano rispetto al regista. Non siamo al dietro le quinte, ma al fuori dalle quinte: il protagonista è un produttore.

Il padre dei miei figli è un film che, a differenza di altri film sul cinema, non si concentra sul set, ma su quello che viene prima e viene dopo il momento di girare un film. E questo qualcosa sono i soldi. Quello di cui quasi tutti ci scordiamo quando giudichiamo un opera. Il protagonista del film è un produttore, titolare della Moon Film, casa di produzione che non naviga certo in acque tranquille. Per non dire che è vicina al fallimento. Un film deve essere finito e alla troupe non si possono pagare gli straordinari. La troupe inizierà a scioperare se non sarà pagata entro 48 ore. Sono solo alcuni esempi dei problemi pratici che vanno affrontati da chi produce un film.

Il padre dei miei figli mette in scena una tranche de vie, un susseguirsi di telefonate dialoghi e incontri che avvengono nella vita professionale del protagonista, alternandole a delle scene di vita familiare (realistiche e girate piuttosto bene), di giornate qualsiasi (apparentemente) idilliache e tranquille. Fino a che un tragico evento, improvviso per quello che era il tono del film, cambia tutto. Cambia anche il punto di vista del film, e la storia che ci aspettavamo di vedere (un po’ come accadeva in Psycho di Hitchcock). La protagonista diventa così la moglie del produttore, interpretata da un’intensa Chiara Caselli.

Si tratta di soldi, certo. Ma qui siamo in una terra di mezzo dove il denaro si scontra con l’arte, con le esigenze espressive. Si tratta di credere in un regista, nella sua visione, perché nel cinema l’investimento non è mai sicuro. È tutto tranne che una scienza esatta. Tutto questo vuol dire fare il produttore di cinema. Per questo il protagonista del film è un eroe, come ha detto Bertolucci. Un eroe del nostro tempo. E non può che essere un eroe tragico. Anche se Il padre dei miei figli è un film freddo, distaccato, volutamente raffreddato, e in questo senso è normale che conquisti fino a un certo punto lo spettatore (anche a causa di una sceneggiatura che forse vorremmo andasse più in profondità), è un film che ci insegna qualcosa. E prima di giudicare bene o male un film, dovremmo pensare anche al suo aspetto produttivo ed economico. Pensare che dietro al film c’è chi rischia. Chi ci mette i soldi.

Da vedere perché: mostra cosa c’è davvero dietro il cinema: i soldi. Interessante anche se volutamente raffreddato

19
Mag
10

Copia conforme. Uomini e donne, siamo le copie di Adamo ed Eva

Voto: 6,5 (su 10)

Un uomo e una donna. Si incontrano in paesino della Toscana. Lui, inglese, sta presentando un libro, Copia conforme, che analizza il rapporto tra originale e copia nelle opere d’arte. Lei, francese, è un’antiquaria e rimane affascinata da lui, tanto da volerlo incontrare di nuovo per una gita in un paese vicino. È lo spunto di Copia conforme, l’ultimo film di Abbas Kiarostami, presentato all’ultimo Festival di Cannes e subito uscito nelle nostre sale.

I due iniziano a parlare in macchina. E partono dal libro dello scrittore. Il dialogo tra i due parte allora come una lunga riflessione filosofica sull’opera d’arte, la sua unicità e la sua ripetibilità. Per “originale” ci si riferisce a una cosa autentica, genuina, affidabile, che si riferisce alla nascita. Per “copia” intendiamo qualcosa che si riferisce alla riproduzione. E che si può riferire anche alla razza umana: non siamo forse tutti noi delle copie del dna dei nostri antenati? Si parla di opere d’arte, come la Coca Cola di Jasper Johns: basta mettere un oggetto in un museo e cambia il modo della gente di guardarlo.

Visto che assistiamo a queste disquisizioni sullo schermo di una sala cinematografica, è impossibile non riflettere anche sul concetto di originale e copia nel cinema. Il cinema è un’arte che vive già di copie: il film originale infatti non è il suo negativo, ma vive in tutte le copie che vengono realizzate per la sua diffusione. Tutte le copie del film sono l’originale. Ed è così anche per gli altri modi di fruizione del film: le copie del dvd, la “copia digitale” da vedere sul computer, sono tutti originali. Semmai il cinema vive la dialettica tra originale e copia in quella tra l’opera originale e i remake, i rifacimenti e le riletture che possono venire fatte di essa. Ma in questo caso ci allontaniamo dal concetto di copia tipica dell’arte: non possiamo parlare di copia conforme.

Mentre ci perdiamo in queste riflessioni, e crediamo di aver capito a che film stiamo assistendo, ecco che quest’opera “originale” riesce a stupirsi. All’improvviso il discorso tra i due cambia. In un bar, dove i due vengono creduti marito e moglie, lei comincia a parlare con lui come se fosse veramente suo marito, e a rinfacciargli le sue assenze, le sue dimenticanze, le sue colpe per un rapporto che è appassito dopo quindici anni di matrimonio. E lui risponde: non sappiamo se anche lui ha una moglie, e parla come se rispondesse a lei, oppure recita una scena prendendo le parti dell’uomo. Già, perché in fondo la scena che vivono è qualcosa di universale, che forse è già capitata a loro, e può capitare a tutti. Qualcosa di archetipico. In questo senso, i due sono le copie di uomini e donne che sono già passati da questa situazione. Sono le copie di Adamo ed Eva.

Kiarostami firma un film alla Rohmer, uno di quei film tutti parlati, che nascono da un incontro tra due sconosciuti e scorrono leggeri e naturali come dei pezzi di vita colti in medias res. Con una sensualissima e intensa Juliette Binoche. È un film lontano dal suo Iran, che trae leggerezza e sollievo dall’ambientazione toscana. In fondo, come ha scritto Mereghetti, anche questo suo film italiano non è altro che una copia di quello che di solito faceva in patria.

Da vedere perché: è un film alla Rohmer, uno di quei film tutti parlati, che nascono da un incontro tra due sconosciuti e scorrono leggeri e naturali come dei pezzi di vita

 

11
Mag
10

Speciale. Robin Hood, Russell Crowe e l’arte del tiro con l’arco

Al mio via scatenate l’inferno. Sì, Ridley Scott e Russell Crowe, regista e protagonista de Il gladiatore stanno per tornare sul grande schermo con Robin Hood, che aprirà domani il Festival di Cannes e uscirà contemporaneamente nelle nostre sale. La formula sarà quella de Il gladiatore: ricostruzione storica, grande spettacolarità. E soprattutto, come al solito, grande immedesimazione di Russell Crowe nel suo ruolo. Che in questo caso significa soprattutto un grande allenamento nel tiro con l’arco. Una disciplina quasi zen, in cui la concentrazione è fondamentale.

A spiegarci cosa comporta tirare con l’arco, nella serata organizzata venerdì scorso da Universal e Fusion Digital, è stato Giuseppe Bianchi, campione italiano ed europeo di tiro con l’arco ed esperto di arco storico (la sua scuola si chiama Howard Hill, come la controfigura di Erroll Flynn nel primo Robin Hood). “Robin Hood è stato girato in maniera molto realistica, non soltanto per quanto riguarda le attrezzature, ma anche come esecuzione del tiro” ha commentato Bianchi. “Il tiro con l’arco è legato all’istinto, al tiro da caccia e da guerra che i nostri antenati praticavano sin dal Paleolitico” ha spiegato il campione. “Il feeling con l’arco è basata sull’unica possibilità che aveva l’arciere, sia in caccia che in guerra” continua. “Significava vivere o morire: in caso di errore, la preda scappa, e il nemico ti uccide”.

“Il tiro con l’arco si basa sulla visione binoculare stereoscopica”, ci spiega Bianchi. Cioè quella dei nostri occhi. “Si tratta di capire l’esatta distanza della preda o del nemico. La chiave è l’alzo: se il nemico vicino l’arco si alza di meno, se è lontano si alza di più”. Ma non pensate che ci sia tutto il tempo per prendere la mira e calcolare la distanza. “Poi c’è la velocità di esecuzione” spiega Bianchi. “L’arciere deve riuscire a colpire nel minor tempo possibile: pochi secondi, in cui esce la parte più intima di noi. È qualcosa che conosciamo sin dal Paleolitico”. È proprio questo feeling naturale dell’uomo con l’arco quello che affascina. Qualcosa che l’uomo conosce da così tanto tempo da essere diventato qualcosa di innato, di acquisito. “Anche delle persone con handicap riescono a tirare con l’arco, in modo preistorico” spiega Bianchi. “È qualcosa di naturale e acquisito dall’uomo”.

L’arco è una scoperta che ha diecimila anni (il primo arco è stato risale a quell’era ed è stato trovato nelle torbiere del Nord Europa, ma la sua immagine si trova anche in alcune pitture rupestri) ed è stato utilizzato a ogni latitudine, dall’Australia, al Nord e al Sud America, fino al Medio Oriente e all’Asia, dove era utilizzato dai mongoli e dai tartari. Bianchi ci ha mostrato un arco longbow, un classico arco medievale fatto di legno di tasso, alto circa 180 cm. Tenendo un arco a 45 gradi si riesce a lanciare fino a 280-300 metri di distanza. Per tirare con l’arco si utilizzano varie prese, tra cui quella orientale, e quella mediterranea, che consiste nel tenere la freccia tra il dito indice e il medio per poi scoccare il colpo. È la presa che utilizza Russell Crowe in Robin Hood. Crowe, nelle featurette che raccontano la lavorazione del film, ricorda come un’altra cosa difficile sia posizionare la freccia lungo la corda.

Un altro elemento importante sono le frecce. Per il film sono state utilizzate delle normali frecce da caccia, quelle che di solito erano fatte con la punta di ossidiana ed erano buone per uccidere gli animali. In guerra, per trapassare le corazze, servivano frecce di altro tipo. “La quadrella romana ha la capacità di penetrare le corazze, grazie a una cuspide in ferro duro” racconta Bianchi. “Altre frecce avevano dei barbi, in modo che una volta entrate in profondità era più difficile toglierle”.

Ma veniamo alla preparazione per tirare con l’arco. Russell Crowe, per prepararsi al ruolo, è stato tre mesi nella foresta, in Australia, a volte anche scalzo. È arrivato a tirare fino a 200 frecce al giorno, il tipo di preparazione che fa un arciere olimpico. E si è reso conto che la difficoltà è tirare mentre si cavalca, mentre si corre, o mentre piove. Crowe ha voluto che il suo arco fosse il più simile possibile a quello medioevale. “Russell Crowe, o qualunque altra persona, per prepararsi a tirare deve fare un percorso” spiega il campione. “Si tratta di capire quale sia l’attrezzatura adatta, e poi di procedere per step: il tiratore deve imparare a gestire il mezzo, e capire quale sia l’attrezzo più consono al proprio fisico. Per tirare bene ci possono volere due o tre mesi. Ma conta anche l’allenatore: quello giusto sa tirare fuori l’arciere che è dentro di noi. Per questo il metodo di questo tipo si chiama costruttivista”.

 

07
Mag
10

Draquila – L’Italia che trema. Il mondo deve sapere

Voto: 8 (su 10) 

Sulla scalinata che porta alla chiesa di San Bernardino sono cresciute le erbacce. E così in altri luoghi dell’Aquila. È passato un anno dal terremoto, e lo scenario è quello di un film catastrofico, di un western fantascientifico, di uno di quei film che mette in scena città devastate da invasioni aliene, o abbandonate da tempo. E invece è passato solo un anno. Ma a L’Aquila, nel centro, non si è mosso niente. A parte le erbacce. Con questa immagine si apre Draquila – L’Italia che trema di Sabina Guzzanti, che passeggia nella notte nella zona rossa della città, accompagnata dal sindaco Massimo Cialente.

A L’Aquila Sabina Guzzanti è arrivata più tardi degli altri, dopo la passerella di politici e star, che cita con ironia all’inizio del film, e dopo il G8, quel secondo terremoto mediatico che ha invaso il capoluogo abruzzese. È venuta soprattutto per parlare con la gente. A raccontare l’intervento dello Stato che ha puntato tutto sull’emergenza senza dire nulla sulla ricostruzione: “Un ferito è più gestibile di una persona in forze”. “Ci vorrebbe una tassa di scopo, come si è sempre fatto, ma le tasse sono impopolari”. E l’idea che si respira nel documentario è che agli aquilani sia stato propinato un progetto preconfezionato per una disgrazia qualunque. “Siamo delle cavie” sentiamo dire a uno di loro. Molti cittadini hanno avuto l’impressione che, nei campi, in quei giorni di emergenza, ci sia stata una sospensione delle libertà civili (come il divieto di assemblee pubbliche e di informazione tramite volantini). E poi il piano C.A.S.E: le case che sono state costruite nei dintorni dell’Aquila, la new town diffusa allestita per dare una casa a un terzo degli sfollati, moduli abitativi fissi che sono stati proposti come unica soluzione possibile, perché l’alternativa sarebbero stati i container. Già, peccato che i container non siano più quelli degli anni 80, e oggi esistono moduli abitativi temporanei a più piani, confortevoli come appartamenti, che avrebbero permesso un risparmio delle risorse e sarebbero potuti essere rimossi in futuro, senza modificare definitivamente l’assetto urbanistico e paesaggistico dell’Aquila. La Guzzanti fa vedere anche questi: ad Amsterdam sono stati utilizzati come casa dello studente.

È in questi piccoli dettagli che si capisce il lavoro di Sabina Guzzanti. Nel suo documentario non dice forse molto di più di quello che, chi ha seguito l’informazione alternativa fatta sul terremoto, forse già sa. Ma è abilissima ad aggiungere piccoli tocchi come quello di Amsterdam. E soprattutto è brava a collegare, a contestualizzare, a dare una visione di sistema, a inserire cioè il terremoto dell’Aquila in un sistema paese. Una città in macerie inserita in un paese a pezzi. Una città da ricostruire, fisicamente, in un paese da ricostruire, moralmente. Intorno all’Aquila prendono vita lo scandalo delle intercettazioni ai costruttori Anemone e Balducci, al capo della protezione civile Bertolaso. Spiega cosa c’era dietro la trasformazione della protezione civile in società per azioni. Non ne ha solo per il governo, la Guzzanti. Le immagini della tenda-sede del PD all’Aquila, vuota e abbandonata lungo i mesi, è altrettanto dolorosa, e contribuisce all’affresco oscuro dell’Italia di oggi.

Sabina Guzzanti, con Draquila, studia sempre più da Michael Moore all’italiana (vedi alcuni siparietti girati in animazione, che strappano qualche sorriso e tengono desta l’attenzione). Come lui è di parte, ma lo mette in chiaro subito. Ascolta le voci di tutti, anche se fa capire da che parte sta. Ma in questo film stupisce per il tono, molto più sobrio degli altri suoi film (Viva Zapatero! e Le ragioni dell’Aragosta, con cui questo costituisce un ideale trittico di opposizione), com’è giusto in rispetto per le vittime e per chi ancora soffre una situazione di grande disagio. E poi perché in Italia oggi c’è poco da ridere. Piace soprattutto come annulli quasi se stessa (pochi secondi di imitazione del premier all’inizio e poi basta), e lasci parlare i fatti, e da cabarettista diventi giornalista d’inchiesta. La metamorfosi ormai sembra completa. Andrà a Cannes, e fioriranno le polemiche, forse anche più che con Gomorra. Perché il Belpaese che esce dal film rischia di non avere davvero più niente di bello. Ma il mondo deve sapere. Giudicate voi. Chi scrive, ha ancora una volta lasciato la sala con le lacrime agli occhi.

Da vedere perché: Sabina Guzzanti studia sempre più da Michael Moore all’italiana. Ma il tono è molto più sobrio degli altri suoi film. Annulla se stessa e lascia parlare i fatti, e da cabarettista diventa giornalista d’inchiesta. La metamorfosi ormai sembra completa.

 












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