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Gen
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Il mondo dei replicanti. Siamo uomini o surrogati?

Voto: 7 (su 10) 

È Il mondo dei replicanti il titolo scelto per distribuire in Italia Surrogates. Il termine replicante è sicuramente più cinematografico, evoca Blade Runner e ci fa capire subito che ci troviamo nel territorio della fantascienza, quella adulta di dickiana memoria. Ma nel film gli esseri artificiali vengono poi chiamati sempre “surrogati”. I surrogati sono fondamentalmente qualcosa di diverso dai replicanti: sono esseri completamente artificiali creati dall’uomo per rappresentarlo e sostituirlo in ogni azione nel mondo esterno. Non hanno una loro anima, un cervello, una personalità: sono guidati dall’uomo, che se ne sta comodamente seduto in poltrona, e comanda a distanza, grazie a un dispositivo che legge gli impulsi della mente, il suo sostituto. I surrogati, come dice la parola, non sono repliche dell’uomo, ma dei sostituti. Delle controfigure. Più che dalle parti di Blade Runner, siamo da quelle di Avatar, insomma.

Il film, tratto da una graphic novel di Robert Venditti, immagina un mondo in cui ogni uomo agisce “per procura”, restandosene chiuso in una stanza, e mandando nel mondo reale, che di reale non ha più niente, i propri rappresentanti artificiali. Una scelta che permette di non correre nessun rischio. Qualcosa però va storto: due surrogati vengono uccisi da un gruppo di ribelli che si oppongono a questo mondo artificiale (ricordate eXistenZ?). Ma, grazie a un’arma micidiale, vengono uccisi anche le persone collegate ai surrogati. A indagare c’è l’agente Greer (Bruce Willis). Che a sua volta vive una situazione difficile con la moglie, che ormai vive solo tramite il suo surrogato, donna perfetta, ma che in realtà non vede e tocca da tempo.

Come nelle migliori tradizioni della fantascienza adulta, Il mondo dei replicanti parla di un futuro non molto lontano per parlarci del presente. I surrogati sono una versione pratica delle odierne Second Life cibernetiche, identità altre che ci creiamo attraverso telefoni, computer, social network e chat line. Oppure una versione estrema del continuo bisogno delle persone di “rifarsi”, più belli, più giovani, più forti, perfetti, grazie a una sessione di Photoshop o un’operazione di chirurgia estetica. E in questo senso il film riesce bene, tra make up e computer, a rendere artificiali gli attori (che a loro volta sono bravi a muoversi in maniera più controllata, rigida, robotica) quando interpretano il loro surrogato, in modo da distinguerli da quando interpretano le persone in carne ed ossa. L’unico che è più bello da vero è ovviamente il protagonista Bruce Willis, uomo duro nella realtà, truccato con parrucchino da antologia nella sua versione da surrogato. L’effetto è straniante: è un mondo pulito, asettico, mentre la fantascienza tende di solito a mostrarci un mondo futuribile sporco e degradato.

Il mondo dei replicanti è formalmente agli antipodi di un Blade Runner o di un Terminator (il regista Jonathan Mostow ha diretto il terzo episodio della serie). Anche perché, essendo un film con Bruce Willis prodotto dalla Disney, necessariamente sposta la bilancia verso l’azione piuttosto che verso la riflessione, ed edulcora un po’ la confezione, happy end compreso. Ma l’interrogativo di fondo è comunque quello del grande Philip K. Dick: cosa è reale e cosa non lo è? Che poi è il grande interrogativo del nostro tempo. Anche se perde l’occasione per diventare un grande film, Il mondo dei replicanti avvince e si insinua nella nostra mente, grazie anche a una serie di visioni suggestive, come una stanza dove i soldati fanno la guerra a distanza come se giocassero a un videogame (magari fosse così davvero). È soprattutto un film che racconta la nostra epoca, il nostro chiuderci in noi stessi, il non voler più rischiare, il mandare sempre avanti un altro. Racconta il continuo voler bluffare, venderci per quello che non siamo. La chiave, come sentiamo dire nel film, è sentirci realmente connessi. Non con le macchine, ma con noi stessi.

Da vedere perchè: Seppur in chiave action ed edulcorata, il film ripropone le domande di Philip K. Dick su cosa è reale e cosa non lo è. E ci racconta la nostra epoca, dove tendiamo sempre più a nasconderci

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

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13
Ott
09

Bastardi senza gloria. Non sono cattivi. È che li disegnano così…

landa 1Il suo nome è Landa, Hans Landa. È un ufficiale delle SS nell’ultimo film di Tarantino, Bastardi senza gloria. Lo chiamano il cacciatore di ebrei. Un essere così tremendo che dovremmo odiarlo. Eppure no, l’Hans Landa di Christoph Waltz, l’attore austriaco premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile, fa un lavoro che è agli antipodi dell’ufficiale nazista di Ralph Fiennes visto in Schindler’s List. La cattiveria è la stessa, ci mancherebbe. Ma in Landa ci sono molte più sfumature. È un essere multiforme, come le lingue che parla nel film (tedesco, francese, inglese, italiano). Non a caso abbiamo aperto con delle parole che di solito associamo a James Bond: Hans Landa, infatti è cool, è freddo, controllato, ha delle maniere eleganti. Ama la cucina, lo strudel e il latte. È cattivo, cattivissimo. Ma a modo suo – si prenda con le pinze quest’espressione, visto che si tratta di un nazista – è cortese. È cortese con le donne, fino a quando non deve ammazzarle, certo. Hans Landa è cool come lo era il Wolf di Pulp Fiction. Una figura anch’essa ispirata a James Bond.

Questo aspetto ci porta a riflettere su tutti i cattivi di Tarantino. Che in fondo non ci hanno mai spaventato, ma quasi sempre fatto sorridere. In realtà, se ci pensiamo, nei primi film di Tarantino, non ci sono veri e propri cattivi, almeno per come siamo abituati a considerarli negli schemi classici del cinema. Nel contesto a-morale de Le iene e Pulp Fiction, non ci sono cattivi perché non ci sono buoni. Perché tutti i personaggi del film sono impegnati in azioni negative. Ne Le iene, tutti hanno preso parte a una rapina. C’è chi ha un po’ più di cuore, il Mr. Orange di Tim Roth, (ma è un poliziotto infiltrato) e chi è una vera bestia, il Mr. Blond (che si chiama Vic Vega, ed è il fratello del Vincent Vega di Pulp Fiction) di Michael Madsen, protagonista della scena cult, la sadica tortura a un poliziotto sulle note di Stuck In The Middle With You degli Stealer’s Wheel. Ma è proprio questa sequenza che ci ha messo subito in guardia: è tutta ironia, e la cattiveria è solo apparente. Anche i cattivi sono qui per divertirci.

Anche in Pulp Fiction lo scenario non cambia. E infatti Vincent Vega e Jules Winnfield sono vestiti come le iene del film precedente. Li vediamo entrare in scena mentre parlano di massaggi ai piedi e di patatine e maionese. Potranno mai farci paura? Certo, sono dei killer, e nel film uccidono pure. Ma l’interpretazione di John Travolta e Samuel L. Jackson è ironica, sopra le righe, molto meno realistica rispetto al tono de Le iene. E così i due ci sono subito simpatici. Chi spaventa, per la perfidia con cui si parla di lui, è il boss dei boss, il Marsellus Wallace di Ving Rhames. Ma, dopo aver visto come è uscito dalla cantina del sadico Zed, ci fa quasi tenerezza. Forse il personaggio meno cattivo è il Butch di Bruce Willis, ma si tratta sempre di qualcuno che ha truccato un incontro di boxe.landa 2

Stesso discorso per la Jackie Brown, che dà il titolo al film omonimo, interpretata da Pam Grier. È forse la prima “buona” del cinema di Tarantino, il primo personaggio con il quale lo spettatore prova una certa empatia. Ma è pur sempre una hostess che fa il corriere della droga. Accanto a lei ci sono dei cattivi: l’Ordell di Samuel L. Jackson, il Louis di Robert De Niro, e il poliziotto di Michael Keaton. Tutti troppo ridicoli, fessi, rintronati o stanchi per far paura. Così come Stuntman Mike, interpretato dalla “iena” per eccellenza, Kurt Russell, villain di Grindhouse, è una figura che ci ispira simpatia: osservate il suo sguardo in macchina e il suo sorriso, e ditemi se non è così.

Non sono cattivi, i “villain” di Tarantino. È che li disegnano così. E solo un gran disegnatore di personaggi come Tarantino può creare figure simili.

A dire il vero, forse, i veri cattivi stanno in Kill Bill, il suo film più crudo e, in fondo, meno giocoso. Bill e le sue vipere sono gli unici veri cattivi del cinema di Tarantino: un uomo capace di uccidere la sua ex compagna, per di più incinta, nel giorno del suo matrimonio, è la vera iena.

Uno che è capace di tentare ancora di ucciderla, dopo un ameno discorso sui supereroi, con la figlia a pochi metri di distanza.

David Carradine, nel ruolo di Bill, è il vero “bastardo senza gloria” del cinema di Tarantino. E le sue vipere non sono da meno O-Ren Ishii (Lucy Liu), Vernita Green (Vivica Fox), Elle Driver (Daryl Hannah) e Budd (di nuovo Michael Madsen), sono tutte persone efferate, che siamo contenti di veder morire.

Non come Vincent Vega, che si fa beffare come un fessacchiotto uscendo dal cesso. Ma come Goebbels, Hitler e tutti i nazisti. Sì, tra i cattivi di Tarantino c’è anche un Hitler caricaturale e pop, che il regista raffigura come un simbolo. Del male. Ma anche della stupidità.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












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