Posts Tagged ‘Brendan Gleeson

07
Apr
10

Green Zone. Trovare un senso a questa guerra

Voto: 6,5 (su 10) 

Voglio trovare un senso a questa guerra. Anche se questa guerra un senso non ce l’ha. Rubiamo le parole di una canzone per sintetizzare l’obiettivo di Roy Miller (Matt Damon), soldato in missione nell’Iraq del 2003 (sono passati già sette anni, è già Storia), alla ricerca di quelle dannate armi di distruzione di massa che sono state, così ci hanno detto, la causa scatenante della guerra in Iraq firmata Bush junior. È Green Zone, il nuovo film di Paul Greengrass. Il titolo si riferisce alla Zona Verde, l’area blindata di dieci chilometri quadrati nel cuore di Baghdad, dove le forze alleate hanno posto il loro quartier generale al posto di quello di Saddam Hussein. Già nella prima scena d’azione veniamo al punto, al nodo cruciale della guerra in Iraq. I soldati guidati da Miller fanno irruzione in un sito dove dovrebbero esserci delle armi di distruzione di massa. Ma queste non si trovano. “C’è qualcosa che non quadra” dice a Miller l’agente della CIA interpretato da Brendan Gleeson. Le informazioni su queste armi, raccolta dalla DIA (Defense Intelligence Agency), che hanno fatto da pretesto alla guerra, sono infondate.

La faccia attonita di Matt Damon davanti a questa evidenza è quella di tutto il mondo occidentale, quel mondo che, anche solo per un attimo, ha dato credito all’ipotesi degli alleati guidati dagli U.S.A., e che ha assistito a una guerra assurda credendo che qualcosa prima o poi si sarebbe trovato. È qualcuno che vuole trovare un senso in quello che sta facendo. In una guerra che un senso non ce l’ha. La faccia di Damon è sempre quella dell’agente Jason Bourne, la spia senza memoria metafora di un’America che si è scordata il perché si interviene con i conflitti nel mondo, e quali siano le guerre “giuste”, quelle cha hanno un senso.

Regista e attore protagonista sono gli stessi: questo Green Zone potrebbe benissimo essere un Bourne 4. Lo stile di Paul Greengrass, ex reporter di guerra, è quello di sempre, ormai un suo marchio di fabbrica: macchina da presa a mano, riprese che ci portando dentro alla storia, nell’occhio del ciclone, come in una diretta tv. La sua macchina da presa fa sì che l’immagine sia traballante, incerta. Come se fosse una ripresa dal vero. Ma anche a rappresentare, metaforicamente, le vite incerte e appese a un filo di chi è in scena. Rispetto a un film come The Bourne Ultimatum, forse il suo capolavoro, girato tutto “sul campo”, Green Zone alterna scene sul campo di battaglia ad altre girate nelle “stanze dei bottoni” (un po’ come accadeva in Nessuna verità di Ridley Scott, film al quale somiglia per costruzione narrativa). Le stanze dei bottoni, per loro natura sono meno cinematografiche e, rispetto agli altri film di Greengrass, Green Zone soffre un po’ di staticità. L’adrenalina non scorre come ci aspetteremmo, lo stile di regia è meno “estremo”. E la storia a tratti è difficile da seguire, a tratti è didascalica. Oltre a non dirci, in fondo, nulla di nuovo. Le fantomatiche armi di distruzione di massa, lo sappiamo, sono state una colossale balla. Come tante che ci raccontano i governi oggi.

Paul Greengrass finora aveva messo il suo stile adrenalinico e vibrante al servizio di importanti film civili (Bloody Sunday, dedicato alla questione irlandese, e United 93, sugli attentati dell’11 settembre 2001) come di efficaci film d’azione e intrattenimento che hanno ridisegnato i canoni del genere. In questo Green Zone avviene una sintesi tra i due generi che Greengrass ha frequentato finora. Ma il risultato non è convincente come nessuno dei due filoni. È comunque un film importante, che continua il mea culpa americano su una guerra che è già triste Storia recente di una nazione che vuole voltare pagina (vedi l’Oscar a The Hurt Locker e l’imminente Oltre le regole – The Messenger). “Non sta a voi decidere cosa deve succedere qui” dice un iracheno, mettendo la lapide all’idea americana di esportate la democrazia. No, questa guerra un senso non ce l’ha.

Da vedere perché: è un film importante nel filone del mea culpa americano sulla guerra. Ma è un po’ didascalico. E Greengrass, a livello di adrenalina, ha fatto di meglio

 

 

Annunci











Archivi


Cerca


Blog Stats

  • 112.753 Visite

RSS

Iscriviti al feed di

    Allucineazioni (cos'è?)




informazioni

Allucineazioni NON e' una testata giornalistica ai sensi della legislazione italiana.

Scrivimi

Creative Commons License

Questo blog è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Annunci