Posts Tagged ‘Baarìa

09
Set
09

Venezia 66. Il grande sogno. Sogno o son desto?

Voto: 5 (su 10) 

locandina sognoSogno o son desto? Son desto. Dai sogni del Sessantotto l’Italia si è svegliata ormai da tempo. E dal sogno di un grande cinema italiano anche. Il grande sogno di Michele Placido si inserisce nel solco del cinema italiano di oggi, vicino a forme televisive, e poco capace di osare. Il grande sogno, presentato a Venezia in concorso, è un film autobiografico, o quasi. Nicola (Riccardo Scamarcio), il protagonista del film, è un ragazzo pugliese che arriva a Roma per fare il poliziotto. Ma ha il sogno di fare l’attore. Proprio come Placido. Incontra Laura (Jasmine Trinca), una giovane studentessa di fisica all’Università La Sapienza, proprio mentre scoppia la contestazione del Sessantotto. Infiltrato dalla polizia, partecipa all’occupazione e si innamora di lei. Ma, tornato a lavorare in divisa, si troverà a sedare una manifestazione, dall’altra parte della barricata. Come i fratelli de La meglio gioventù. Laura allora si avvicinerà a Libero (Luca Argentero), leader del movimento studentesco.

Chissà se è una coincidenza che, proprio come Tornatore con Baarìa, anche Placido scivoli su quello che dovrebbe essere il film della sua vita, quello più sentito perché parla di sé e dei suoi valori, e, come Tornatore, non riesca a emozionare con un racconto in cui l’elemento emozionale è proprio la base della storia. Come Tornatore, anche Placido vuole raccontare tutto, e così va di fretta, corre avanti senza soffermarsi sulle cose. E per andare veloce, inevitabilmente, semplifica. Così Il grande sogno è un bignami del Sessantotto, che mette in scena tanti fatti storici, tanti personaggi chiave (da Che Guevara a Martin Luther King), senza che nessuno riesca a fissarsi, a rimanere. Ci sembra più che altro un problema di sceneggiatura, che schematizza ogni personaggio e ogni ruolo cristallizzandolo, e rende prevedibile ogni scena. Siamo lontani da La meglio gioventù (certo, bisogna riconoscere che lì c’erano sei ore, eppure il Sessantotto era solo un capitolo). Proprio rispetto a quel film, sembra che i personaggi non si evolvano mai. O meglio: li vediamo cambiare per le azioni che fanno, ma non sembrano dare l’idea di una vera crescita.

È un peccato, perché alcune scene (come le scene di massa e degli scontri) sono girate bene, con mano decisa. E gli attori sono bravi. Se Scamarcio offre quello che ci aspettiamo (sguardi carichi d’ardore), ancora una volta è una sorpresa Luca Argentero: da padre single dolcissimo (e borghese) a gay convincente e fuori dai clichè, a questo leader comunista macho e carismatico, il passo non è breve. Eppure ancora una volta ce la fa. Accanto a lui Jasmine Trinca, che proprio La meglio gioventù ci aveva rivelato, e che, oltre a recitare col volto, ora recita con il corpo: è diventata finalmente donna, intensa e sensuale.

Il grande sogno era quello di un mondo senza ingiustizie. Il grande sogno era quello di Placido di diventare un attore. Il primo è ancora lontano dal realizzarsi. Il secondo è realtà. E Placido ha dimostrato anche di essere un bravo regista (Un eroe borghese, Romanzo criminale). I sogni son desideri. E speriamo che si avveri uno dei desideri di Placido, il film su Craxi che qualche anno fa dichiarò di voler fare. Sarebbe un occasione di parlare del passato per parlare del presente.

Da non vedere perché: è un bignami del Sessantotto, che mette in scena tante cose senza che nessuna riesca a fissarsi

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

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03
Set
09

Venezia 66. Baarìa: il Novecento di Tornatore

Voto: 6 (su 10)

locandina_del_film_Baaria_La_porta_del_vento---01Ci sono due Tornatore, ormai lo sappiamo. Uno è quello misterioso e virato in nero di Una pura formalità e La sconosciuta, un altro è quello nostalgico e virato in seppia – come una foto d’antàn – di Malèna e Nuovo Cinema Paradiso (due film che qui si diverte a citare). Quello di Baarìa, l’avrete capito, è questo. Ma, seppur raffinatissimo nella confezione e nella fotografia, Baarìa non è un film patinato. Si parla della storia di un paese della Sicilia, quello in cui Tornatore è nato e cresciuto, dal Fascismo fino agli anni Ottanta. E si vedono i soprusi sul lavoro, su donne e bambini, famiglie che non mangiano da una settimana (e fingono di cucinare qualche frattaglia di carne per non farlo sapere agli altri). In quello che è un affresco corale, che dura tre generazioni, spicca una vicenda alla Giulietta e Romeo: quella di Peppino e Mannina, divisi dal censo (lui non è ricco ed è figlio di un pecoraio) e dalla politica. Peppino è comunista, e affronta lungo tutto il corso della storia prima il Fascismo, poi la Mafia e la Democrazia Cristiana. Per poi trovarsi superato a sinistra dai giovani dei movimenti del Sessantotto.

Baarìa è un film che vive in maniera circolare, che ha l’andamento di una sinusoide, anche per quanto riguarda l’incipit e il finale. Volti e personaggi che scompaiono e riappaiono, temi che si ripresentano più volte durante il film per caratterizzarlo. Come i libri, simbolo di libertà e affrancamento, divorati letteralmente dalla provenienza contadina di Peppino (cioè dalle capre) e simbolicamente dal Fascismo che osteggia la libertà di parola. C’è il cinema, che come sappiamo da Nuovo Cinema Paradiso, ha formato la vita del giovane Tornatore. Anche qui vediamo un ragazzo salvare alcuni fotogrammi delle pellicole. E ci sono le donne, perché in Baarìa c’è anche Malèna (ovviamente Monica Bellucci), la donna fatale che ha fatto parte dell’immaginario di un paese e di chi ci abita. Baarìa contiene anche questi film, perché è il luogo che contiene tutte queste storie. E mille altre, come i personaggi più strambi del villaggio, che con i loro tormentoni (“v’accatto i dollari” di Beppe Fiorello e “la sposa è buona” di Luigi Lo Cascio) caratterizzano i film come fossero delle percussioni, o un metronomo, tornando a intervalli quasi regolari e dando il ritmo alla storia. Baarìa è un film recitato quasi sempre sopra le righe. E non può essere altrimenti, perché quando si guarda indietro nella propria vita ogni cosa sembra più grande, leggendaria, eccessiva.

Girato in maniera impeccabile, Baarìa però è un film che non emoziona come dovrebbe, non scalda quasi mai il cuore, non arriva in fondo a un discorso che aveva iniziato. Il problema è soprattutto di scrittura: una sceneggiatura troppo schematica e didascalica finisce per rendere tutto prevedibile, telefonato. Gli avvenimenti storici sono messi in scena come ci si aspetterebbe, in modi che ci sono già noti o che sono stati già visti. E anche la storia d’amore tra i due protagonisti (in cui spicca la bellezza intensa e magnetica di Margareth Madè) si snoda su binari piuttosto convenzionali. Con Baarìa Tornatore cerca di fare contemporaneamente il suo Amarcord e il suo Novecento, ma non ha la fantasia sfrenata di Fellini. E soprattutto non ha quel senso dell’impegno politico e quel sacro fuoco che fece del film di Bertolucci un capolavoro. Lo scarto tra l’intensità di Novecento e Baarìa è quello tra gli anni Settanta e l’oggi, un’era in cui l’impegno politico è sfumato e la politica sembra solo folclore. Resta la soddisfazione di un cinema italiano che pensa in grande e produce in grande, e probabilmente è in grado di piacere all’estero. E una delle frasi più belle, che parla dei siciliani: la dice Peppino al figlio che gli chiede perché dicono che abbiano un brutto carattere. “Perché vogliamo abbracciare il mondo ma abbiamo le braccia troppo corte”.

Da vedere perché: è un affresco corale su un mondo che non c’è più, stilisticamente impeccabile, anche se piuttosto freddo.

 

 












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