Posts Tagged ‘Antonioni

08
Gen
10

Io, loro e Lara.Verdone il “melancomico”

Voto: 7 (su 10) 

Questo Cristo che si sacrifica, questo Cristo che soffre, questo Cristo che si immola.. Ricordate Padre Spinetti, il finto sacerdote interpretato da Carlo Verdone in Acqua e sapone? Il regista e attore romano è tornato in abito talare, ma stavolta non è né un impostore, né una caricatura come i preti impersonati in Un sacco bello e Viaggi di nozze. Il Padre Carlo di Io, loro e Lara, il suo nuovo film, è un prete vero. Anzi, un uomo, prima ancora che un prete. Una figura lontana dalle macchiette quanto dall’immagine dei prelati a cui ci hanno abituati i media. Lo ricorda lo stesso Padre Carlo in una scena del film. E, in quanto uomo, è in preda a dubbi, a una crisi d’identità prima ancora che di fede. Così lascia l’Africa, dove fa il missionario, e torna a Roma. Dove trova una famiglia allo sbando: il padre si è risposato con una badante moldava, la sorella ha una figlia alienata e l’ex marito che non le paga gli alimenti, il fratello è un cocainomane con relazioni poco stabili. In montaggio alternato vediamo Lara, ragazza tormentata tra assistenti sociali e chat erotiche, e capiamo che le loro strade si incroceranno. Il come è una sorpresa. Perché le vie del Signore sono infinite.

Il Verdone di Io, loro e Lara è un Verdone invecchiato, e non ha paura di mostrarlo. È un Verdone dolente: le rughe che solcano il suo volto, mostrate forse per la prima volta senza trucchi, sono segni nell’anima. E il suo volto riesce a raccontare emozioni complesse. Com’è complesso il suo film. E com’è complessa la sua recitazione, giocata su mezzi toni e su una mimica facciale sempre più evoluta, con tic e sfumature impercettibili quanto preziose. Stiamo parlando del Verdone attore perché Io, loro e Lara è soprattutto un film di attori. E Verdone si esalta negli scambi con Marco Giallini e Anna Bonaiuto (chissà che la scintilla non sia scattata in quell’incontro con Toni Servillo al Festival di Roma in cui l’attore di Afragola lodava le doti dell’attrice?), scambi che vivono di tempi recitativi perfetti.

Io loro e Lara è un film ricco di gag riuscite, che scatenano naturalmente la risata. Dopo il primo sorso, però, il dolce del bicchiere di Verdone rivela un retrogusto amaro, quel gusto che lo fece definire qualche anno fa il “melancomico”. Perché il suo film parla dell’Italia di oggi, dei precari, degli immigrati, della difficoltà di integrarsi e arrivare a fine mese. Parla dei dubbi sulla fede in un mondo sempre più secolarizzato, e di una Chiesa concreta ed efficace quanto lontana da quella ufficiale. Ma soprattutto, anche se Verdone non è Antonioni, parla di incomunicabilità, di un mondo dove ormai nessuno sa ascoltare nessuno se non se stesso, dove ognuno si parla addosso. In questo senso, la scena simbolo del film è quella tra Padre Carlo e la sorella Bea, che lo interrompe continuamente parlandogli della propria figlia.

È strano che un film che dovrebbe funzionare per il messaggio, e in cui le gag comiche dovrebbero essere un accessorio, funzioni più per il secondo aspetto che per il primo. Alla fine restano impressi più i sorrisi che le lacrime, che dovrebbero arrivare e non arrivano, forse per qualche problema di coesione e di misura della sceneggiatura, che a tratti perde di equilibrio e si perde in qualche scena inutile. Ma è un film che è il perfetto (dolce)amaro per digerire l’indigestione di (cine)panettone natalizia. Ed è un film che ci ridà il Verdone che preferiamo, quello più maturo e riflessivo di Compagni di scuola, e che non mancherà di soddisfare tutti i “verdoniani” più convinti, con piccole autocitazioni che vanno dal Manuel Fantoni di Borotalco, al Padre Spinetti di Acqua e sapone, fino all’Ivano di Viaggi di nozze. È come se Verdone facesse i conti con il suo passato per proiettarsi nel futuro. L’autore romano è da sempre attento ai segnali di pubblico e critica per trovare la via del suo cinema. E questa, con la produzione della Warner Bros e non quella più superficiale di De Laurentiis, ci sembra la strada giusta. Quella che piacerebbe anche al padre Mario, scomparso di recente, a cui è dedicato il film. E che, dal cielo, avrà sicuramente apprezzato.

Da vedere perchè: Funziona più quando si ride che quando si piange. Ma è un ritorno al Verdone “melancomico” quello che preferiamo.

(Pubblicato su Movie Sushi)

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21
Nov
09

Segreti di famiglia. Coppola, brama di vagare

Voto: 7 (su 10)

“La mia luce è la verità”. Lo dice Tetro, impersonato da Vincent Gallo, il protagonista del nuovo film di Francis Ford Coppola, Segreti di famiglia (Tetro in originale), mentre sta curando le luci di uno spettacolo teatrale. Ma potrebbero essere le parole di Coppola stesso. Tetro ama giocare con la luce, perché così crea un mondo, perché la cosa gli dà potere. Tutto questo è in fondo il desiderio di ogni regista. In particolare del nuovo Francis Ford Coppola, che da Un’altra giovinezza in poi ha imboccato la via di un cinema indipendente e personale. Che ha a che fare, eccome, con la luce: con un gioco di parole, Tetro potrebbe diventare “retro”, nel senso che è girato in un bianco e nero scintillante e ricco di contrasti che si rifà a film d’altri tempi come Fronte del porto di Elia Kazan, e anche al suo Rusty il selvaggio, l’unico altro film che Coppola girò in bianco e nero. E di cui Segreti di famiglia potrebbe essere il figlio: anche questa è una storia di fratelli. Bennie, 17 anni, arriva a Buenos Aires alla ricerca del fratello maggiore Tetro, che non vede da dieci anni. Tetro è scontroso, ha lasciato di New York per fuggire da un padre autoritario. Ed è di questo che parla il romanzo che ha scritto, in codice, che l’ha portato quasi alla pazzia e che custodisce gelosamente. Bennie prova a leggerlo, e a farne un’opera teatrale.

“Quello che si dice non è importante: il linguaggio è morto”. Sono più importanti le immagini o le parole? Se lo chiedono spesso i personaggi del film di Coppola. Che sembra propendere nettamente per le immagini, sin dagli affascinanti titoli di testa. Ma più che l’immagine in sé, Coppola sembra volere difendere un modo di fare cinema libero, in cui l’immagine abbia la precedenza, e il racconto non debba per forza essere quello lineare e più scontato del cinema mainstream. Il romanzo di Tetro è scritto al contrario e in codice. Toccherà a Bennie decifrarlo. E attraverso le sue parole proverà a decifrare l’anima del fratello. Così è il nuovo cinema di Coppola, più criptico e meno immediato di quello di un tempo. Anche l’opera di Coppola in un certo senso va decriptata, decifrata, decodificata. C’è, nella storia, la sua anima: non si tratta di un’opera autobiografica, ma di un film che porta in sé tanti temi della sua vita. E c’è nella forma visiva, fatta quasi sempre di inquadrature fisse (magistrale quella in cui Tetro/Vincent Gallo è fuori campo e la sua voce “parla” attraverso la sua ombra riflessa sul muro) o in cui la macchina da presa si muove pochissimo, l’amore per il cinema di maestri come Antonioni, Kurosawa e Kazan.

È meno potente, il Coppola di oggi, rispetto a opere come Il padrino e Apocalypse Now. E forse le sue opere necessiterebbero di una maggior coesione. Ma il suo cinema sembra quello di un giovane. Segreti di famiglia mescola dramma, farsa, romanzo di formazione e anche un tocco di noir, con scene lineari e pulite e altre movimentate e teatrali che potrebbero essere uscite dal primo Almodovar come da La dolce vita di Fellini. Quella di Coppola è davvero, per citare il titolo del film che ha segnato il suo ritorno, Un’altra giovinezza: Coppola ha la voglia di sperimentare e la passionalità di un autore ventenne. Youth Without Youth, recitava il titolo originale di quel film: è proprio giovane senza esserlo Coppola, perché la sua vitalità prescinde dall’età anagrafica. “Brama di vagare”, si chiama l’opera di Tetro che viene messa in scena. Anche queste parole sono un altro segnale del senso del cinema di questo autore: Coppola e il suo cinema bramano di vagare tra le loro storie, tra i generi cinematografici, tra i paesi del mondo cinematograficamente più giovani per trovare linfa vitale. Dopo la Romania di Un’altra giovinezza, ora c’è l’Argentina di Segreti di famiglia. In ogni caso siamo lontani, lontanissimi, da Hollywood.  

Da vedere perchè: Coppola e il suo cinema bramano di vagare tra le loro storie, tra i generi e tra i paesi del mondo. Lontano da Hollywood.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 












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