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04
Ago
10

Splice. Vincenzo Natali rimane chiuso nel suo cubo

Voto: 5 (su 10)

Avevamo incontrato Vincenzo Natali in un cubo: il suo The Cube era misterioso, claustrofobico, carico di attese e di domande. Persone che si svegliavano chiuse in cubo, e cercavano di uscirne. Domandandosi: chi siamo, dove andiamo, qual è il senso di tutto questo. Che poi sono le domande della nostra vita. Da quel momento anche Vincenzo Natali è sembrato rimanere rinchiuso in quel cubo, in una carriera bloccata, senza la possibilità di ripetere l’exploit di quel film.

Natali torna ora con Splice, un film che sembra avere tutte le caratteristiche per bissare quel successo. Splice è la storia di due scienziati, Clive (Adrien Brody) ed Elsa (Sarah Polley), che sono anche una coppia nella vita. I due danno vita ad un ambizioso esperimento: mescolare dna umano e animale. La creatura che ne esce è qualcosa di mai visto, un essere apparentemente perfetto, una chimera alata. La chiamano Dren. Appena nata sembra un animale (viene in mente la creatura di Eraserhead di Lynch), man mano che cresce sembra sempre meno “cosa” e sempre più umana. Anche nei bisogni e nei comportamenti.

L’idea è interessante, e mette in piazza una serie di interrogativi importanti sulla scienza e i limiti che si dovrebbero o non si dovrebbero superare. Ma un regista come Natali dovrebbe accorgersi quando una sceneggiatura non funziona. Splice, che per un’ora abbondante si regge su una notevole tensione, naufraga all’improvviso sulla scena di un tradimento (non vogliamo svelarvi di più) che – complici le espressioni attonite di attori evidentemente poco convinti – finisce per rivelarsi involontariamente comica, e per vanificare tutto il percorso che il film aveva fatto fino a quel momento. Ecco, un buon regista avrebbe dovuto accettare di girare il film solo apportando delle modifiche alla sceneggiatura, capire cosa sullo schermo funziona e cosa no.

È davvero un peccato che un film simile sia stato buttato così. Splice sembrava un creature movie interessante e inquietante, sulla scia di Alien e Species, ma anche del cronenberghiano Rabid – Sete di sangue. Virato in una luce blu, che evoca subito il freddo dei laboratori e della scienza, Splice ha dei momenti forti, quasi horror, e una sceneggiatura – almeno fino al fattaccio – che gioca con la musica (i riferimenti a Ginger Rogers e Fred Astaire, Bob Fosse, i ritmi techno sostituiti dal jazz durante un esperimento) fino a suggerire un’andatura musicale a film, che poi finisce per perdersi. Soprattutto, per gran parte del film Natali è bravissimo (ma ci deve essere lo zampino di Guillermo Del Toro, produttore, che di creature se ne intende, vedi Il labirinto del Fauno e Hellboy) nel mettere nella creatura un misto di tenerezza e orrore, di bellezza e repulsione (in fondo è un mostro, ma anche un cucciolo). Sembrava andare tutto bene, e poi quella scena. Che ci farebbe dire: non drammatizziamo, è tutta questione di corna.

Da non vedere perché: toni sbagliati e una comicità involontaria penalizzano un creature movie che si presentava interessante

 

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